Approfondimenti · 25 Gennaio 2025
La Guerra fredda dei rifugiati
Quasi cinque milioni e mezzo di cittadini sovietici furono rimpatriati a forza dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con la complicità dei paesi occidentali. È una storia che era stata quasi del tutto dimenticata e che riguarda anche l'Italia
A partire dal 1943 e fino al 1947 i paesi occidentali, guidati dagli Angloamericani, restituirono all’Unione Sovietica quasi cinque milioni e mezzo di cittadini sovietici che si trovavano in Europa. Lo fecero senza tenere conto delle singole inclinazioni, delle loro storie e dei rischi che avrebbero corso a tornare nella loro madrepatria. E lo fecero nel nome degli accordi presi alla Conferenza di Jalta. Qui i tre grandi delle potenze alleate – Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Iosif Stalin – si erano divisi le rispettive zone di influenza in vista della fine della Seconda guerra mondiale, ma avevano discusso anche della restituzione dei prigionieri e dei rifugiati politici, compreso il rimpatrio forzato di russi e sovietici.
Questo tema è stato trattato dalla storiografia anglosassone negli anni Sessanta e Settanta, mentre da parte russa ne ha scritto Viktor N. Zemskov. Finora, il tema è stato invece quasi del tutto ignorato dalla storiografia italiana. Se ne è occupata Maria Teresa Giusti, professoressa associata di Storia contemporanea all’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e vincitrice del premio Friuli Storia nel 2017, prima nel libro I prigionieri italiani in Russia e ora in un nuovo articolo dal titolo La Guerra fredda dei rifugiati: il rimpatrio forzato dei cittadini sovietici dall’Europa occidentale, che sarà a breve pubblicato su Nuova Rivista Storica.
Di questo nuovo lavoro, scritto anche sulla base di documenti russi desecretati, ci parla in questa intervista al Circolo della Storia.
Registrati al Circolo della Storia e non perderti più alcun contenuto!
Hai letto 3 articoli: registrati al Circolo della Storia per continuare a leggere i contenuti di approfondimento dedicati agli iscritti.
Professoressa Giusti, innanzitutto chi erano questi milioni di cittadini sovietici che si trovavano al di fuori dei confini?
Anche se erano tutti riuniti sotto alla definizione comune di “sfollati”, in realtà avevano storie molto diverse fra loro. Oltre ai militari e ai prigionieri di guerra, c’erano i civili: sia quelli che avevano seguito le truppe, sia quelli che erano stati deportati dai tedeschi, durante il conflitto, come lavoratori coatti in occidente. Ma non solo: c’erano anche i vecchi emigrati, che avevano lasciato la Russia dopo la rivoluzione bolscevica e che non avevano alcuna intenzione di tornare.
Ma c’erano anche dei collaborazionisti, che si erano schierati dalla parte dei nazisti.
Sì, fra gli altri i cosacchi e i seguaci di Andrej Vlasov, un famoso generale dell’Armata rossa che cadde prigioniero dei nazisti nel 1942 e decise fin da subito di collaborare, seguito dai suoi soldati. I collaborazionisti non erano pochi: circa un milione di cittadini sovietici che spesso decisero di entrare nella Wehrmacht, combattendo accanto ai nazisti, spesso per una questione di sopravvivenza, viste le condizioni di prigionia alle quali erano sottoposti.
Parliamo dunque di persone dalla storia molto diversa. Ma Stalin decise di non fare distinzioni e di richiedere il rimpatrio di tutti loro.
È una scelta molto particolare, ma che alla fine fu accettata dagli Angloamericani.
Come mai?
Per varie ragioni, ma principalmente perché temevano che, se non lo avessero fatto, poi i sovietici non avrebbero restituito i prigionieri occidentali: principalmente inglesi e francesi che erano stati catturati dai nazisti e poi liberati dai sovietici. Il 24 giugno 1944, sir Patrick Dean, consulente legale del Foreign Office (il ministero degli Esteri britannico) dichiarò: «A tempo debito, tutti coloro dei quali le autorità sovietiche vorranno occuparsi, verranno ad esse consegnati e non ci preoccupa il fatto che possano essere fucilati o essere sottoposti a pene più severe di quanto lo sarebbero in base alla legge britannica». Secondo i sostenitori del rimpatrio forzato, se ciò non fosse avvenuto, Stalin avrebbe potuto tenere in ostaggio i prigionieri britannici liberati dall’Armata rossa.

C’erano altri motivi?
Sì, in questa fase gli Angloamericani cercavano di compiacere Stalin, nella speranza di una collaborazione futura per il nuovo assetto dell’Europa e dell’estremo Oriente. Di tutto questo si parlò durante la conferenza di Jalta. Stalin e Molotov erano convinti che tutte queste persone dovessero rientrare, perché erano cittadini sovietici che si trovavano “nel posto sbagliato”. Non potevano accettare che ci fossero dei russi che vivevano all’esterno dell’Unione Sovietica.
Tutta questa umanità così vasta e diversificata che fine farà?
Non abbiamo purtroppo dati precisi. Sappiamo che furono cinque milioni e mezzo i rimpatriati; i collaborazionisti vennero fucilati subito, al rientro, al porto di Odessa o a Murmansk. I prigionieri di guerra e molti civili vennero destinati ai battaglioni speciali, deportati nei territori dei Gulag e costretti a svolgere lavori pericolosi, come le procedure di sminamento.
In questa storia c’è anche una parte italiana. Chi sono i cittadini sovietici che si trovano in Italia e quanti saranno costretti a rientrare nella loro madrepatria?
Anche in questo caso facevano parte di diverse categorie. C’erano i rifugiati dopo la rivoluzione, molti dei quali erano finiti nei campi di concentramento, per esempio a Forlì o ad Avezzano. C’erano coloro che avevano seguito la ritirata dell’Armir, l’armata italiana in Russia. C’erano poi i prigionieri e alcuni lavoratori coatti.
E chi erano invece gli italiani trattenuti in Unione Sovietica?
Bisogna innanzitutto dire che per il caso italiano c’erano due questioni aperte: il rientro in Italia dei prigionieri di guerra e degli internati trattenuti nell’Urss, ma anche l’ottenimento di posizioni più morbide da parte di Mosca in merito alla firma del Trattato di pace. Oltre agli esuli comunisti scampati alle purghe degli anni Trenta, e oltre ai prigionieri, la leadership sovietica tratteneva arbitrariamente un’altra categoria di italiani: i rappresentanti delle legazioni della Repubblica sociale con sede a Sofia e Bucarest. Questi con le famiglie e tutto il personale delle legazioni, in tutto circa 600 persone, erano stati trasferiti nell’Urss con l’accusa di aver compiuto atti ostili alle forze armate sovietiche.
L’Italia era dunque in una posizione di debolezza. Come si concluse lo scambio?
Alla fine, l’Italia “restituì” 221.223 cittadini sovietici. Fra di loro, 133.609 erano civili. Lo scambio di prigionieri non tenne conto che da un lato c’erano italiani che sognavano di tornare a casa, dall’altra c’erano sovietici che non avrebbero mai voluto rientrare.
Chi volesse approfondire questi temi, può leggere anche il libro di M. Clementi, L’alleato Stalin (Rizzoli, 2011) e M. T. Giusti, I prigionieri italiani in Russia (Il Mulino, 2014).
Per chi legge in inglese: N. Bethell, The last secret. Forcible Repatriation to Russia 1944-7 (Andre Deursch, 1974), N. Tolstoy, Victims of Yalta. The Secret Betrayal, 1944-1947 (Hodder and Stoughton, 1977) e J. Epstein, Operation Keelhaul. The Story of Forced Repatriation from 1944 to the Present (Devin-Adair, 1973)
© Riproduzione riservata