Approfondimenti · 31 Gennaio 2026

Libri nel fuoco. Quando i nazisti misero al rogo la cultura

Nel maggio 1933, mentre Hitler consolidava il potere, migliaia di libri vennero bruciati nelle piazze tedesche. È la vera storia che ha ispirato "Fahrenheit 451" 

di Gustavo Corni

La recente pubblicazione di due libri italiani sul rogo dei libri, allestito con grande clamore dal nascente regime hitleriano nel maggio 1933, ci offre lo spunto per raccontare più in dettaglio questo evento, poco studiato.

Si tratta di uno studio del germanista Marino Freschi, che analizza non solo la vicenda in sé, ma anche i destini di alcuni degli involontari protagonisti del rogo: letterati e intellettuali tedeschi che subirono l’esilio e la persecuzione.

Il libro di Fabio Stassi, bibliotecario e saggista, nell’analizzare in generale i rapporti fra cultura e dittatura, fra intellettuali e l’ideale della libertà, ricostruisce le biografie intellettuali dei cinque italiani inseriti nelle “liste nere” da perseguitare e bruciare: un elenco davvero strano – come vedremo più sotto.

La presa del potere di Hitler

Il rogo dei libri voluto dal movimento nazionalsocialista si collocava in un momento cruciale della presa del potere da parte di Hitler ai danni della debole repubblica parlamentare. Il 30 gennaio 1933 era stato nominato dal presidente Hindenburg come cancelliere di un governo che, applicando l’articolo 49 della Costituzione (previsto per situazioni transitorie di crisi), dipendeva dal presidente stesso e non dal parlamento. Dall’autunno del 1929 la Germania era stata colpita dalla crisi economica internazionale, che si concretizzava in una terribile disoccupazione di massa.

Era dal marzo di tre anni prima che la repubblica funzionava in questo modo: governi “del presidente”, che legiferavano per mezzo di ordinanze. Il parlamento non le ratificava; a questo punto Hindenburg indiceva le elezioni.

Se ne erano svolte ben tre: nel settembre del 1930 e poi nel luglio e nel novembredel1932. In tutte le occasioni il sistema parlamentare non si era affatto stabilizzato, anche perché la crisi non si attenuava. Nell’inverno del 1932/33 il numero dei disoccupati era salito alla quota record di 5,6 milioni. Si erano invece rafforzate le estreme, che sbandieravano irrealistiche soluzioni: i comunisti volevano la rivoluzione per spazzare via le diseguaglianze. Hitler sosteneva invece che i problemi si sarebbero risolti mettendo in primo piano gli interessi della Volksgemeinschaft.

Hitler era arrivato al rango di cancelliere grazie alle manovre di corridoio dell’ex-cancelliere Franz von Papen, ma anche sospinto da un forte consenso elettorale. Ma era ben lungi dal detenere un potere assoluto. La maggioranza dei ministri era fatta da conservatori e il presidente Hindenburg non intendeva lasciargli mano libera. Hitler gli aveva però strappato l’autorizzazione a indire nuove elezioni; prometteva che sarebbero state le ultime. Era convinto di poter ottenere la maggioranza assoluta.

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Di Bundesarchiv, Bild 183-S62600 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de

L’incendio del Reichstag

Il gioco politico del cancelliere era stato agevolato da un evento drammatico, che aveva suscitato grande risonanza.

Nella notte fra il 27 e il 28 febbraio il palazzo del parlamento era stato danneggiato da un incendio doloso. Le autorità di polizia, anche sotto la pressione di Hitler e del presidente del Reichstag, Hermann Göring, sposarono la tesi di un complotto dei comunisti.

C’era a portata di mano un colpevole ideale, trovato con “il cerino acceso in mano”. Era il ventiquattrenne olandese Marinus van der Lubbe, disoccupato e iscritto al partito comunista. Assieme a lui furono incriminati alcuni esponenti comunisti: il deputato Ernst Torgler e il bulgaro Georgi Dimitrov, funzionario dell’Internazionale Comunista.

La tesi del complotto cadde ben presto, tanto che al processo i “complici” di van der Lubbe furono assolti. Solo il giovane olandese, che aveva sempre ribadito di essere l’unico colpevole, fu condannato a morte per ghigliottina, sentenza eseguita il 10 gennaio 1934.

L’incendio suscitò una forte risonanza su scala internazionale e provocò una durevole polemica. Da una parte i sostenitori della tesi del complotto comunista, poi quelli che davano per buone le ammissioni di colpevolezza di van der Lubbe e infine chi ipotizzava invece un complotto delle camicie brune. Il tema oggi è sparito dalla scena; resta più plausibile la tesi del solo colpevole, che con un “bel gesto” voleva spingere il proletariato a ribellarsi.

Nonostante l’abile sfruttamento dell’incendio del Reichstag, fatto da Hitler e dal suo genio della propaganda, Goebbels, le elezioni tenutesi la settimana successiva non portarono al risultato desiderato: la NSDAP vinse sì ampiamente (con il 43,9% dei suffragi), ma non conquistò la maggioranza assoluta. Aveva ancora bisogno di alleati per trasformare in legge l’ordinanza dei pieni poteri, emanata nella mattinata seguente all’incendio: si disarticolavano così pezzo dopo pezzo le fondamenta della costituzione aprendo la strada alla dittatura.

La Weltanschauung hitleriana e gli studenti

Da un incendio all’altro. Torniamo così al 10 maggio 1933. Roghi di libri e analoghi sfregi alla cultura hanno contrassegnato la storia dell’umanità fin dai tempi più remoti: dalla distruzione della Biblioteca di Alessandria, cancellata dagli arabi nel 642, alle disposizioni emanate dai concili in età medievale per ordinare roghi di libri ritenuti non conformi, a Lutero che nel 1520 a Wittenberg disponeva il rogo di testi di diritto canonico. A sua volta, Francesco Savonarola, fautore a Firenze nella seconda metà del Cinquecento di “roghi delle vanità”, finì bruciato sul rogo.

Ai primi dell’Ottocento in Germania furono numerosi i roghi di libri che simboleggiavano le novità apportate dalla rivoluzione francese. Il poeta liberale Heinrich Heine, uno dei cantori del nazionalismo germanico, scrisse nel 1824 il famoso verso: “Là dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini.” Roghi che avvenivano di solito nella pubblica piazza con la presenza delle autorità politiche o religiose – per dare maggiore peso all’evento.

Torniamo alla Germania dell’inizio degli anni Trenta.

Fra gli elettori e militanti del partito hitleriano non mancavano gli studenti, soprattutto universitari. Il nazionalsocialismo doveva darsi un progetto ideologico compatto e allettante anche per il cosiddetto Bildungsbürgertum: la borghesia della cultura. Le ambizioni di Hitler di delineare una sua compiuta visione teorica della storia avevano trovato forma nel Mein Kampf. Egli saccheggiò a piene mani alcuni filoni della cultura tedesca: l’idealismo con la sua idolatria dello stato, il nazionalismo romantico che esaltava la purezza del popolo (Volk), la visione pessimistica dell’evoluzione umana, derivata da Spengler. Si aggiungevano elementi nuovi: il razzismo e l’antisemitismo.

Il messaggio ideologico hitleriano era costituito da contrapposizioni radicali: razionalità contro spirito (Geist), città contro campagna, artificiale contro naturale, individualismo contro Gemeinschaft. Esso proclamava una sorta di rigenerazione: dalla profonda crisi del presente a un radioso futuro! Era una visione ideologica compiuta. Il fascismo era invece privo di una salda visione ideologica, tanto che Mussolini dovette appoggiarsi alla tradizione idealistica, impersonato da Giovanni Gentile.

Questo contribuisce a spiegare perché nell’Italia fascista non ci furono roghi di libri o altre forme di aperto, brutale ostracismo, pur in un quadro repressivo. La diversità fra i due regimi si rispecchia nelle rispettive politiche culturali: relativamente aperta quella fascista, pronta ad appropriarsi di filoni culturali di volta in volta differenti, mentre quella nazionalsocialista era ostile verso qualunque forma di cultura che si muovesse fuori dai confini prefissati.

A partire dall’inizio del 1930 il partito hitleriano iniziò la sua cavalcata fra gli studenti delle scuole superiori e delle università. La propaganda nazionalsocialista attecchì nelle principali università, dove piccoli gruppi di militanti riuscirono a conquistare una presenza significativa nelle rappresentanze studentesche. Gli studenti, riuniti nello NS-Studentenbund, conquistarono notevole consenso fra i loro colleghi boicottando docenti “inaccettabili”, perché professavano idee socialiste o comuniste, o erano ebrei.

La rapida penetrazione dei nazionalsocialisti nelle rappresentanze studentesche degli Atenei fece sì che già prima della nomina di Hitler a cancelliere anche l’associazione nazionale degli studenti universitari, la Deutsche Studentenschaft, finisse nelle mani dei seguaci di Hitler.

La Studentenschaft progettava azioni pubbliche di “difesa” dello spirito tedesco contro lo strapotere della cultura “non-tedesca”, undeutsch. Un esempio: il 15 marzo le camicie brune diedero l’assalto nel quartiere berlinese di Wilmersdorf alla cosiddetta Künstlerkolonie, la colonia degli artisti, in cui vivevano decine di artisti, intellettuali e uomini politici della sinistra. Le loro abitazioni furono devastate: libri e suppellettili dati alle fiamme.

Nel manifesto pubblicato il 13 aprile si condannava l’inquinamento (Verseuchung) della cultura da parte di idee contrarie allo spirito tedesco. La quarta tesi affermava: “Il nostro avversario più pericoloso è l’ebreo e chi gli è succube”.

Il 6 maggio toccò all’Institut für Sexualwissenschaft, fondato a Berlino dal medico ebreo Magnus Hirschfeld, pioniere della moderna sessuologia. L’Istituto fu preso d’assalto da bande di studenti e di SA e la sua biblioteca sequestrata. La sera del 10 maggio un busto di Hirschfeld fu portato nell’Opernplatz e gettato nel rogo.

Alcuni direttori di biblioteche furono incaricati di stilare liste degli scrittori da “bruciare”. Si arrivò a 190 nomi. Le liste furono mandate alle sedi periferiche della Studentenschaft. Era stato deciso che roghi di libri fossero tenuti in tutte le città universitarie.

Di Bundesarchiv, Bild 102-14597 / Georg Pahl / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de

I roghi liberatori

Venne infine il 10 maggio. Autocarri provvidero a portare i libri –circa 25.000 – nella centralissima Opernplatz, dove ardevano i roghi. Ogni volta che venivano gettati sul rogo i libri di un autore, una voce al microfono ne scandiva il nome tra cori di scherno. Particolarmente acclamata fu la distruzione di libri del pacifista Erich Maria Remarque, autore di Niente di nuovo sul fronte occidentale.

Ha scritto Marino Freschi: “La manifestazione con bandiere, stendardi, uniformi, fiaccole, e una folla crescente, si trasformò in una celebrazione del movimento, in un fosco rito simbolico di purificazione tramite le fiamme”.

Nel discorso conclusivo Goebbels sottolineò che “l’uomo tedesco del futuro non sarà mai più un uomo di libri, ma un uomo di carattere… Da queste macerie conoscerà una nuova trionfale ascesa la fenice del nuovo spirito, che portiamo dentro di noi”.

Nella stessa notte i roghi avevano bruciato altre migliaia di libri in decine di città. Subito dopo l’annessione dell’Austria, nella primavera del 1938, a Vienna fu ripetuto un grande rogo. A parte il caso berlinese, dei roghi si sa però molto poco.

Di recente è stata pubblicata una lista di 165 località di piccole e medie dimensioni: prima del 10 maggio roghi organizzati dalle milizie brune si tennero a Dresda e a Braunschweig. Altre iniziative si collocano attorno al solstizio del 21 giugno, una data di valore simbolico per il movimento hitleriano. Gli ultimi roghi si tennero in agosto.

Le liste

Tra i nomi più significativi ricordo Albert Einstein e Sigmund Freud: simboli più odiati dell’infezione provocata da ebraismo e materialismo. Poi c’erano Karl Marx, Bertold Brecht, Thomas Mann, suo fratello Heinrich e il figlio Klaus, i filosofi Theodor W. Adorno e Herbert Marcuse, fondatori della “Scuola di Francoforte”. Letterati come Kurt Tucholsky, Emil Ludwig, Joseph Roth, Franz Werfel, Max Brod e Stefan Zweig, Ernst Hemingway e Jack London, lo psicologo (ebreo) Erich Fromm, la giovane filosofa (ebrea) Hannah Arendt.

Bruciarono i libri del romanziere Alfred Döblin, cantore della Germania di Weimar. C’erano architetti come Walter Gropius fondatore del Bauhaus, il filosofo (ebreo) Ludwig Wittgenstein, gli scritti di artisti delle avanguardie (Mondrian, Klee, Kandinsky). Né mancò la vendetta postuma su Heine.

Freud commentò con ironia: “Come è progredito il mondo: nel Medioevo avrebbero bruciato me”. Dall’esilio Oskar Maria Graf scrisse in una lettera aperta: “Per tutta la mia vita e per tutto ciò che ho scritto ho il diritto di pretendere che i miei libri siano consegnati alla pura fiamma del rogo”. Un anno dopo sarebbe stato accontentato con un rogo a Monaco.

Nella lista ci sono anche cinque italiani: lo scrittore comunista Ignazio Silone, il critico letterario Giuseppe Antonio Borgese, legato alla famiglia Mann, il fertile autore di libri d’avventura Emilio Salgari, e una scrittrice di libri “rosa”, Maria  Volpi, poco amata da Mussolini.

Dittatura e cultura

Le distruzioni dei giacimenti culturali continuarono; durante la guerra si estesero ai territori occupati dal Terzo Reich con l’intento di distruggere intere culture. Prima fra tutti, quella ebraica.  Si è stimato che fino al 1945 siano stati distrutti almeno cento milioni di libri, per affermare il predominio della cultura germanica.

Nei primi anni ’50 Ray Bradbury, uno dei padri della moderna fantascienza, si è ispirato ai roghi nel suo romanzo distopico Fahrenheit 451. Nel mondo del futuro leggere libri è considerato un reato grave. I libri sono pericolosi. La punizione per questo reato è l’incendio delle case dei colpevoli. Protagonista del libro è un pompiere, che si ribella. Il libro, dal quale tre anni dopo il regista francese François Truffaut trasse un celebre film, ha avuto un grande e duraturo successo internazionale.


Approfondimenti

I due volumi usciti di recente in Italia sono: Marino Freschi,Il rogo dei libri. Una tragedia tedesca, Roma, Castelvecchi, 2025, e Fabio Stassi, Bebelplatz. La notte dei libri bruciati, Palermo, Sellerio, 2024.

Di lungo periodo è la ricostruzione di Lucien X. Polastron, Livres en feu. Histoire de la destruction sans fin des bibliothèques, Paris, Denoël, 2004.

La ricerca della Bundeszentrale für Politische Bildung è online: https://www.bpb.de/themen/deutschlandarchiv/520949/buechererverbrennungen-am-10-mai-1933-nicht-nur-in-berlin/

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Gustavo Corni

Già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Trento, ha insegnato nelle Università di Venezia, Chieti e Trieste. È uno studioso di storia della Germania, delle dittature comparate e della storia sociale ed economica europea. Più volte borsista della Fondazione Alexander von Humboldt e nel 2008-2009 fellow del Freiburg Institute for Advanced Studies. Fra le pubblicazioni più recenti: Storia della Germania. Da Bismarck a Merkel (Il Saggiatore 2017); Weimar. La Germania dal 1918 al 1933 (Carocci 2020); Guglielmo II (Salerno, 2022).

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