Approfondimenti · 20 Dicembre 2025

Anna Kuliscioff, una vita controcorrente

Cent’anni fa, mentre il fascismo chiudeva ogni spazio di libertà, Milano salutava la donna che aveva dato al movimento operaio una coscienza riformista, femminile e internazionale, rimasta a lungo minoritaria ma destinata a riaffiorare nella storia repubblicana

di Antonio Carioti

Il 31 dicembre 1925, un secolo fa, nessun socialista aveva voglia di festeggiare Capodanno, a Milano. E non solo perché il fascismo aveva ormai imposto la dittatura e stava mettendo al bando il movimento operaio.

Quel pomeriggio si celebravano i funerali di Anna Kuliscioff, la compagna di Filippo Turati morta due giorni prima: una delle personalità più importanti nella storia della sinistra di classe in Italia. Una rilevanza testimoniata anche dal fatto che le camicie nere, imbaldanzite dal dominio che esercitavano ormai sullo Stato, aggredirono il corteo funebre.

Eppure Kuliscioff, malgrado la grande influenza politica da lei esercitata, non apparteneva in origine al nostro Paese e, in quanto donna, non aveva mai votato alle elezioni. Russa di origine ebraica nata in Crimea presumibilmente nel 1854 (ci sono dubbi sull’anno esatto), si chiamava all’anagrafe Anja Rozenštejn e in seguito aveva assunto lo pseudonimo di Kulišëva, italianizzato da noi in Kuliscioff, per confondere le idee alla polizia zarista.


Indole ribelle, ma dedita allo studio, da ragazza si era trasferita in Svizzera, perché in Russia alle donne non era consentito frequentare l’università. Poi lo zar Alessandro II aveva richiamato dall’estero tutte le studentesse e Anna in patria si era dedicata alla lotta contro il potere imperiale assieme al marito Pëtr Markevič, di cui sappiamo ben poco. All’epoca era vicina alle idee di Michail Bakunin, rivoluzionario anarchico e rivale di Karl Marx nella Prima Internazionale operaia.  

La repressione zarista costrinse poi la ragazza a rifugiarsi nuovamente in Svizzera, dove si legò all’agitatore romagnolo Andrea Costa, anch’egli all’epoca anarchico. Con lui si trasferì a Parigi, dove il suo uomo fu imprigionato. Lei invece, espulsa dalla Francia, fu arrestata in Italia per attività sovversiva e rimase in carcere dall’ottobre 1878 al gennaio 1880. Fu assolta dalle accuse, ma nel penitenziario di Firenze contrasse l’artrite e una forma semisilente di tubercolosi, che l’avrebbero tormentata per tutta la vita.

Nel 1881 Kuliscioff e Costa ebbero la loro unica figlia Andreina, chiamata familiarmente Ninetta, ma il loro rapporto andò con il tempo allentandosi, anche per il maschilismo di lui, eletto nel 1882 come primo deputato socialista del Parlamento italiano, e lo spirito indipendente di lei.

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La «dottora dei poveri»

Decisa a diventare medico, scelta all’epoca inusuale per una donna, Kuliscioff riprese gli studi in Svizzera e poi nel 1884 s’iscrisse all’Università di Napoli, dove conseguì la laurea. Nel frattempo aveva conosciuto Filippo Turati, giovane avvocato lombardo nato nel 1857. I due s’innamorarono e strinsero un’unione destinata a durare per il resto delle loro esistenze e a segnare la storia del socialismo italiano.

Insieme vissero a Milano, dove Kuliscioff, specializzata in ostetricia, si prodigò nella cura delle persone più umili, un’opera generosa che le valse il titolo di «dottora dei poveri». Al tempo stesso svolse un’intensa attività politica al fianco di Turati, che emerse presto come una delle figure più autorevoli del socialismo gradualista. Il 27 aprile 1890 al Circolo filologico milanese Kuliscioff pronunciò un discorso intitolato Il monopolio dell’uomo, che resta una pietra miliare nell’impegno per l’emancipazione femminile e in particolare delle donne lavoratrici.

Nel 1891 nacque dalla precedente testata «Cuore e Critica» la rivista «Critica Sociale», diretta di fatto insieme da Anna e Filippo. L’anno dopo contribuirono in modo determinante al distacco tra anarchici e marxisti da cui scaturì a Genova il Partito dei lavoratori, che poi avrebbe mutato il suo nome in Partito socialista italiano (Psi). Il salotto di Kuliscioff divenne uno dei luoghi principali in cui si discuteva e definiva la politica del movimento operaio. L’opinione della dottoressa russa era tenuta in grande considerazione da tutti.

Politica e repressione

Turati fu eletto deputato nel 1896, ma venne dichiarato decaduto e imprigionato durante la crisi di fine secolo, culminata nella sanguinosa repressione condotta a Milano dal generale Fiorenzo Bava Beccaris nel maggio 1898. Anche Kuliscioff fu arrestata e passò altri otto mesi in carcere. Tuttavia la reazione autoritaria non prevalse: nel voto legislativo del 1900 la sinistra, in tutte le sue varie articolazioni, ottenne un buon successo e lo stesso Turati, nel frattempo tornato in libertà, fu rieletto dai cittadini milanesi.

Nel 1901 si aprì una fase di caute riforme liberali con il governo diretto da Giuseppe Zanardelli, che ottenne anche il voto favorevole dei pochi parlamentari socialisti. In quel periodo Kuliscioff si adoperò con successo per l’approvazione nel 1902 della legge Carcano per la tutela del lavoro femminile e minorile, che si svolgeva allora in condizioni di estremo disagio e grave nocività.

Seguì l’epoca segnata dalla preminenza dello statista liberale Giovanni Giolitti, le cui aperture alle esigenze dei lavoratori gli procurarono spesso un atteggiamento benevolo da parte del Psi. Turati, con il supporto di Kuliscioff, divenne il suo più autorevole interlocutore, per questo spesso criticato dall’ala intransigente del partito, detta massimalista. Anche con Anna però la sintonia non fu sempre perfetta, poiché lei avrebbe preferito un’azione più decisa a favore del voto alle donne, obiettivo che la maggioranza dei socialisti non considerava prioritario.

Le lettere

La fitta corrispondenza tra Turati e Kuliscioff, pubblicata in diversi volumi da Einaudi negli anni Settanta, rappresenta una documentazione di prim’ordine sulle scelte, le difficoltà, le diatribe nell’ambito del movimento socialista.

Ma la lettera più bella della dottoressa russa è forse quella indirizzata il 27 marzo 1904 a Costa, che aveva manifestato il suo sconcerto per la decisione della loro figlia Andreina di sposare con rito religioso Luigi Gavazzi, esponente di una ricca famiglia cattolica e conservatrice.

Anna, fieramente atea, mostra tuttavia grande rispetto per la personalità di Ninetta, assai diversa dalla sua, ed esorta l’ex compagno a «convincersi che noi non siamo i nostri figli, e che essi vogliono far la loro vita, astrazione fatta per i genitori, come l’abbiamo fatta noi ai nostri tempi». Se Andreina, conclude, «va incontro alla sua felicità, sia pur benedetta anche dal prete, ne sono contenta egualmente».

In seguito alla guerra italo-turca, decisa da Giolitti nel 1911, con la netta opposizione socialista, per assicurare all’Italia il possesso della Libia, i massimalisti presero saldamente il controllo del Psi, grazie soprattutto al carisma trascinante di Benito Mussolini, che nel 1912 fu nominato direttore del quotidiano del partito, l’«Avanti!». Turati e Kuliscioff finirono in minoranza, la «Critica Sociale» tentò invano di arginare la linea estremista del futuro dittatore.

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Gli ultimi anni

Nel 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale. Mussolini caldeggiò l’intervento nel conflitto in contrasto con la quasi totalità del Psi e fu espulso. Ma l’egemonia degli intransigenti si accentuò per via della rivoluzione sovietica, considerata dalla maggioranza dei socialisti italiani un faro da imitare. Turati cercò invano di arginare una deriva che appariva irresistibile. Ed ebbe il pieno appoggio di Kuliscioff, molto critica verso l’operato dei bolscevichi e le velleità di chi voleva seguirne l’esempio in Italia.

L’ultima parte del carteggio tra Anna e Filippo testimonia le difficoltà dei riformisti che disapprovavano la linea radicale del partito, ma non trovavano il coraggio di rompere. E poi furono spiazzati dalla violenza spietata della reazione fascista, capitanata paradossalmente dallo stesso leader, Mussolini, che li aveva emarginati nel Psi in quanto troppo moderati.

Ci fu la scissione dei comunisti, a Livorno nel gennaio 1921, poi la rottura tra massimalisti e riformisti nell’ottobre 1922. Del Partito socialista unitario (Psu) di Turati e Kuliscioff divenne segretario Giacomo Matteotti, assassinato nel giugno 1924 da una banda di sicari fascisti organizzata dai più stretti collaboratori di Mussolini.

Quando Anna morì cento anni fa, la notte della tirannia era ormai calata sull’intero Paese. Ma i suoi ideali, in quella fase gravemente sconfitti, sarebbero tornati alla luce nell’Italia repubblicana, dove avrebbero trovato nella Costituzione un ampio riconoscimento.


Consigli di lettura

Non sono la signora di nessuno è il titolo di una raccolta d’interventi di Anna Kuliscioff sulla questione femminile, compresa la famosa conferenza Il monopolio dell’uomo: il volume, pubblicato da Fuoriscena, è introdotto da Fiorenza Taricone, che ha curato inoltre la raccolta di saggi sulla leader socialista Oltre il tempo patriarcale. ,La lungimiranza di Anna Kuliscioff (Tab edizioni).

Non è una vera e propria biografia, ma si sofferma ampiamente sull’attività politica della dirigente russa, il libro di Maurizio Punzo Anna Kuliscioff (Mimesis), mentre è dedicato soprattutto al rapporto tra la protagonista e Filippo Turati il romanzo storico di Pierfrancesco De Robertis Un amore socialista (Neri Pozza).

Un altro romanzo sull’argomento è Anna K (Fuoriscena) di Tiziana Ferrario. Comprende le lettere che Kuliscioff e il suo compagno si scambiarono durante la crisi del giugno 1924 il libro La tragedia di Matteotti (Historica), introdotto da Danilo Breschi, mentre la Fondazione Anna Kuliscioff propone la ristampa anastatica di In memoria, un volume che venne pubblicato nel 1926 con ricordi della socialista russa scritti da diversi autori.

Risale al 2017 il saggio di Maurizio Degl’Innocenti L’età delle donne (Lacaita), dedicato a Kuliscioff, mentre è disponibile anche online l’opuscolo di Giorgio Cosmacini La signora Anna, pubblicato dalla Fondazione Kuliscioff.

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Antonio Carioti

È giornalista professionista. Dopo aver intrapreso la professione alla «Voce Repubblicana», ha lavorato per oltre vent’anni al «Corriere della Sera». Tra le sue pubblicazioni: Di Vittorio (il Mulino, 2004), Gli orfani di Salò (Mursia, 2008) e I ragazzi della Fiamma (Mursia, 2011). Per l’editrice Solferino ha pubblicato il libro intervista con Marco Tarchi Le tre età della Fiamma (2024) e alcuni volumi sul fascismo: Alba nera (2020), La guerra di Mussolini (con Paolo Rastelli, 2021), Come Mussolini divenne il Duce (2023), 40 giorni nella vita di Mussolini (2025). A febbraio del 2026 uscirà una sua biografia di Giovanni Amendola, edita da Laterza.

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