Approfondimenti · 24 Maggio 2025
Il destino dei missili nucleari nell’Ucraina post-sovietica
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’Ucraina si ritrovò con centinaia di testate nucleari sul proprio territorio, ma senza controllo operativo. Tra pressioni internazionali, promesse di sicurezza e incognite politiche interne, si consumò una delle più delicate transizioni strategiche del dopoguerra
La dissoluzione dell’Unione Sovietica alla fine del 1991, dopo mesi di crescente instabilità politica, economica e sociale, avvenne sullo sfondo della disgregazione sempre più violenta di un altro Stato comunista multietnico, la Jugoslavia.
Il divampare della guerra in Jugoslavia nel 1991 suscitò timori che lo stesso destino potesse toccare all’URSS, dove già si erano verificati scontri violenti in diverse repubbliche e regioni (Armenia-Azerbaigian, Georgia, Moldova, Valle di Fergana). Il bagno di sangue in Jugoslavia fu tragico, ma il rischio di una catastrofe in Unione Sovietica appariva ancora più minaccioso a causa del vasto arsenale nucleare sovietico.
All’epoca, l’URSS possedeva più di 30.000 testate e bombe, dislocate in vari punti del Paese. La sicurezza di quell’arsenale divenne una preoccupazione prioritaria per i governi occidentali nel 1991, soprattutto dopo il tentato colpo di stato a Mosca in agosto, che indebolì gravemente quel che restava del potere sovietico e accelerò la disgregazione del Paese.
Negli ultimi mesi di vita dell’URSS, l’attenzione dei politici occidentali fu focalizzata ossessivamente sull’obiettivo di evitare che le armi nucleari sovietiche finissero nelle mani sbagliate. Colti di sorpresa dalla rapidità della frammentazione dell’Unione Sovietica, gli apparati statunitensi e alleati si adoperarono con ogni mezzo per scongiurare un’emergenza nucleare.
In pratica, ciò si tradusse nell’adozione di un approccio incentrato su Mosca, nell’intento di mantenere un controllo unificato sull’arsenale nucleare, anziché premere affinché tutte o quasi le repubbliche sul punto di diventare indipendenti avessero un ruolo fisico (e di conseguenza un diritto di veto) nell’autorità di comando nucleare.
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Il disinteresse occidentale
I governi occidentali disponevano all’epoca di notevole influenza e se avessero insistito, in cambio del riconoscimento diplomatico internazionale delle singole repubbliche post‑sovietiche, sull’istituzione di un meccanismo di comando collettivo, in cui qualsiasi uso delle armi nucleari un tempo appartenute all’URSS fosse subordinato all’autorizzazione di tutte le ex repubbliche sovietiche, molto probabilmente lo avrebbero ottenuto.
Purtroppo, però, gli apparati occidentali non furono mai propensi a incoraggiare un controllo condiviso sull’arsenale nucleare ex sovietico. Al contrario, davano per scontato che l’autorità di comando dovesse essere esclusivo appannaggio dei vertici di Mosca.
Una soluzione che prevedesse il comando congiunto delle forze nucleari sovietiche da parte di più repubbliche sarebbe stata di gran lunga preferibile, perché avrebbe enormemente complicato le procedure per qualsivoglia impiego delle armi nucleari; una situazione da cui l’intero pianeta avrebbe tratto giovamento, ex URSS compresa.
Soluzioni improvvisate
Per quanto i politici in Occidente e nell’ex Unione Sovietica si adoperassero per perseguire i propri obiettivi, la pressione degli eventi rese spesso necessarie soluzioni improvvisate.
Al momento della dissoluzione formale dell’Unione Sovietica, il 26 dicembre 1991, una parte significativa dell’arsenale nucleare sovietico si trovava ancora al di fuori della giurisdizione della neonata Federazione Russa.
L’autorità di comando delle forze nucleari sovietiche era accentrata a Mosca (e rafforzata da dispositivi fisici integrati nelle armi), ma materialmente le armi erano sparpagliate per la regione.
Con il sostegno dell’Occidente, le autorità russe cercarono di trasferire tutte le armi nucleari tattiche sovietiche in depositi centralizzati sul territorio russo il più rapidamente possibile; un processo che si svolse in modo relativamente agevole e veloce, con pochi intoppi e ritardi.
Tuttavia, la gestione dei missili balistici intercontinentali (ICBM) sovietici era una questione molto più spinosa. Dopo la disgregazione dell’URSS, gli ICBM sovietici erano ancora dislocati in siti di lancio in quattro nuovi Stati indipendenti: la Federazione Russa, l’Ucraina, la Bielorussia e il Kazakistan.

In Ucraina
L’Ucraina ereditò 46 ICBM SS-24, 130 ICBM SS-19 e 45 bombardieri strategici Bear-H e Blackjack equipaggiati con circa 600 missili da crociera nucleari aviolanciati AS-15 (ALCM).
Il governo ucraino rivendicò presto il “controllo amministrativo” su queste armi, e truppe ucraine furono inviate a sorvegliare le basi. Tuttavia, l’Ucraina non ebbe mai il comando operativo di nessuno degli armamenti nucleari.
Sin dalla fine degli anni Sessanta, il governo sovietico aveva accentrato il controllo delle sue forze nucleari a Mosca, sia fisicamente che sul piano procedurale. Dopo la disintegrazione dell’URSS, il controllo operativo rimase esclusivamente in mano a Mosca.
Fisici, chimici e ingegneri ucraini avevano lavorato al programma di armi nucleari sovietico, e alcuni fecero ritorno in Ucraina dopo il 1991. L’Ucraina disponeva di tecnici in grado di contribuire alla manutenzione ordinaria dei missili e dei silos presenti sul suo territorio.
Tuttavia, per una manutenzione adeguata era necessario altro personale altamente qualificato. Sin dalle prime fasi, pertanto, gli specialisti russi svolsero un ruolo fondamentale nella gestione dei silos. Uno dei paradossi della presenza di forze nucleari strategiche ex sovietiche in territorio ucraino è che l’Ucraina dipendeva in parte dai russi per garantirne la sicurezza.
La politica interna e la congiuntura economica contribuirono a determinare il destino delle armi nucleari in Ucraina, così come in Bielorussia e in Kazakistan. Esperienze traumatiche legate all’energia nucleare in tutte e tre le repubbliche (le tragiche conseguenze della catastrofe di Čornobyl’ in Ucraina e Bielorussia nel 1986 e i danni ambientali provocati da quattro decenni di test nucleari a Semipalatinsk, nel nord del Kazakistan) avevano spinto l’opinione pubblica in questi Paesi su posizioni nettamente antinucleari negli ultimi anni del regime sovietico.
Ciò aiuta a spiegare perché inizialmente tutti e tre i Paesi fossero inclini a rinunciare al nucleare. In Kazakistan e Bielorussia tale posizione rimase ferma, mentre in Ucraina le dinamiche politiche interne fomentarono tentennamenti e timori.

Politica ed economia
Figure chiave del parlamento ucraino, come Jurij Kostenko, contribuirono ad alimentare l’incertezza sull’esito finale.
Anche le elezioni democratiche ebbero un peso. L’elezione di Leonid Kučma a presidente dell’Ucraina nel luglio 1994, in sostituzione di Leonid Kravčuk, portò al potere un leader più propenso a negoziare con la Russia su vari temi. (Anche in Bielorussia, l’elezione a presidente di Aljaksandr Lukašenka al posto di Stanislaŭ Šuškevič nel gennaio 1994 consolidò l’impegno del Paese a cedere tutte le armi nucleari, sebbene la questione fosse molto meno controversa che in Ucraina.)
Le decisioni politiche furono condizionate anche dalla congiuntura economica. Le gravi difficoltà dell’Ucraina nella prima metà degli anni ’90 diedero forza alle pressioni dei Paesi occidentali (e della Russia) affinché il governo ucraino rinunciasse alle armi in cambio di benefici economici e assicurazioni di sicurezza.
Le condizioni economiche, pur non essendo di per sé determinanti, facilitarono il raggiungimento e l’accettazione finale di un accordo.
Il contesto internazionale
Almeno altrettanto incisivo fu il peso del contesto internazionale in cui queste vicende si andavano dipanando. Il regime internazionale di non proliferazione nucleare, imperniato sul Trattato di non proliferazione (TNP), fu particolarmente rilevante durante alcuni dei dibattiti più accesi.
A fare da sfondo a tutte le vicissitudini relative all’arsenale nucleare ex sovietico era la spirale di violenza che stava travolgendo la Jugoslavia, prima in Slovenia e Croazia nel 1991 e poi in Bosnia-Erzegovina a partire dal 1992, inducendo gli attori coinvolti a una certa cautela.
A differenza dell’atteggiamento ostile e bellicoso di Vladimir Putin negli anni ’10 e ’20 del ventunesimo secolo, inoltre, i leader russi della prima metà degli anni ’90 erano realmente interessati a cooperare con gli Stati Uniti e gli altri Paesi occidentali.
Era, sotto molti aspetti, un mondo diverso. Ma ciò che più colpisce, con il senno di poi, è quanto fossero limitate le reali alternative di cui disponeva l’Ucraina. La proposta di Kravčuk all’inizio del 1993 di una “costellazione” che si estendesse dal Baltico al Danubio rimase perlopiù lettera morta, e sebbene l’Ucraina avesse aderito con entusiasmo al neonato Partenariato per la Pace (PfP, un’iniziativa della NATO) nel febbraio 1994 e partecipasse a molte attività ed esercitazioni militari nel quadro di quest’ultima, ciò non si tradusse in garanzie concrete per la sua sicurezza.

Rinunce e possibilità
Nonostante tutte le criticità, l’Ucraina aveva avuto buone ragioni per rinunciare alle armi nucleari presenti sul suo territorio, date le circostanze.
L’idea (talora rievocata ancora oggi) che l’Ucraina avrebbe potuto semplicemente tenere gli ICBM e gli ALCM e diventare la terza potenza nucleare del mondo è una chimera. L’Ucraina non aveva il controllo operativo delle armi, e anche se il governo ucraino avrebbe teoricamente potuto arruolare ex scienziati e tecnici nucleari per tentare di aggirare le misure fisiche di sicurezza delle testate ed estrarre materiale fissile, tali tentativi si sarebbero scontrati con ostacoli tecnici e politici enormi.
Gli impianti di fabbricazione di testate nucleari necessari per produrre armi nucleari utilizzabili erano tutti in Russia. L’Ucraina avrebbe dovuto costruire strutture proprie per dotarsi di un arsenale nucleare indipendente, funzionale e affidabile.
Quali che potessero esserne i vantaggi, un simile programma avrebbe avuto costi smisurati, avrebbe danneggiato i rapporti con gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali e avrebbe potuto indurre la Russia a scagliare un attacco preventivo.
Non è difficile capire perché i leader ucraini decisero di non intraprendere quella strada.
Un’altra leggenda che ancora riaffiora di tanto in tanto è l’idea che i leader ucraini siano stati ingannati sulle “assicurazioni” informali ricevute con il Memorandum di Budapest, siglato da Ucraina, Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna nel dicembre 1994 per formalizzare l’adesione dell’Ucraina al TNP in cambio di promesse non vincolanti da parte delle potenze firmatarie.
Le fonti pubblicamente accessibili dell’epoca indicano chiaramente che governo e parlamentari ucraini si rendevano perfettamente conto che le “assicurazioni” contenute nel Memorandum di Budapest erano lungi dal costituire garanzie solide. Sapevano bene che il documento non andava oltre gli impegni assunti dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dall’URSS anni prima nel TNP, nell’Atto finale di Helsinki della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa e nella Carta delle Nazioni Unite.
Anche l’impegno a non ricorrere alla “coercizione economica” non faceva che ricalcare parola per parola un punto dell’Atto finale di Helsinki.
Inizialmente, i leader ucraini avevano chiesto “garanzie” militari, politiche ed economiche ben più ambiziose (persino Kučma aveva accennato all’esigenza di una garanzia nucleare esplicita da parte degli Stati Uniti) ma le “assicurazioni” che finirono per accettare furono sorprendentemente modeste, cosa di cui erano ben consapevoli.
Nel dicembre 1994, l’ex presidente Kravčuk e molti altri in Ucraina si lamentarono che quelle promesse non erano altro che un’“illusione”. Persino il presidente Kučma riconobbe che il Memorandum di Budapest era solo un “documento politico”, non un impegno vincolante a proteggere l’Ucraina. Il governo ucraino cercò di ottenere impegni più sostanziali, ma una combinazione di pressioni politiche e incentivi economici da parte dei Paesi occidentali, in un momento in cui nessuno in Ucraina poteva prevedere gli orrori che il governo russo avrebbe scatenato nel febbraio 2022, contribuì a determinare l’insoddisfacente esito finale.
Eppure, anche senza armi nucleari, l’Ucraina è riuscita a resistere all’assalto del ben più vasto esercito russo nel 2022 e negli anni successivi.
I soldati ucraini hanno combattuto con eroismo contro le forze russe, infliggendo loro perdite enormi e costringendole a stalli e ritirate umilianti lungo un fronte di centinaia di chilometri.
Le unità militari russe hanno fatto sistematicamente ricorso a devastazioni e crimini di guerra, ma non sono riuscite ad avere il sopravvento. Gli ucraini non si sono fatti intimidire dalle minacce nucleari della Russia. Sin dall’inizio della guerra, l’Ucraina non nucleare ha dimostrato di essere un membro assai più degno della comunità internazionale di quanto potrà mai essere la Russia con le sue armi nucleari.
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