Approfondimenti · 4 Aprile 2026
Il voto che fece l’Italia
Palermo nel 1860
Come una consultazione trasformò una conquista militare in legittimazione politica tra élite locali, mobilitazione e conflitto
Nel 1860 il plebiscito che sancì l’annessione del Mezzogiorno al nascente Regno d’Italia non fu soltanto una consultazione elettorale, ma un passaggio decisivo di legittimazione politica e costruzione simbolica della nuova nazione. Il libro a più voci Il plebiscito del 1860. Unificazione, legittimazione, reazione nel Mezzogiorno e in Sicilia, curato da Carmine Pinto, ricostruisce quel momento cruciale seguendo il voto, le sue forme e i suoi protagonisti tra Napoli, Palermo e Torino.
Pinto, che firma l’introduzione del volume e che abbiamo incontrato per questa intervista, è professore di Storia contemporanea all’Università di Salerno e da anni studia i conflitti politici e militari dell’Ottocento, con particolare attenzione al Mezzogiorno. Il libro offre una lettura che intreccia dinamiche locali e strategie politiche, mettendo in luce il ruolo della mobilitazione, della propaganda e delle istituzioni nella costruzione dell’Italia unita.
Partiamo dall’arrivo di Garibaldi a Napoli, il 7 settembre 1860. Dopo le vittorie in Sicilia non incontra grandi ostacoli e sembra intenzionato a proseguire verso Roma. In realtà si trova di fronte a una serie di problemi che rendono questa prospettiva impraticabile. Quali sono, in concreto, gli ostacoli che deve affrontare in quel momento?
Innanzitutto bisogna partire dal fatto che l’ingresso di Garibaldi a Napoli fu il risultato di una serie di fattori congiunturali. Il più importante fu il collasso del dispositivo militare borbonico: un sistema che comprendeva numerosi reparti e una flotta imponente, che però si dissolse senza opporre una resistenza significativa, almeno fino ai primi del settembre del 1860. A questo si aggiunse il venir meno della volontà di resistenza dell’establishment borbonico, che si raccolse attorno al re delle Due Sicilie Francesco II e si ritirò oltre la linea del Volturno.
Garibaldi si trovò così, in maniera del tutto inattesa, con la strada aperta dalla Calabria fino a Napoli. La sua avanzata fu rapidissima, ma proprio questa velocità pose un problema enorme: costruire un governo capace di gestire uno Stato complesso senza farlo collassare.
Le difficoltà erano almeno tre. La prima era militare: sconfiggere un esercito borbonico che, una volta attestato attorno al re, ritrovò una certa capacità di resistenza, mentre contemporaneamente si organizzavano nelle province forme di opposizione che avrebbero dato origine al brigantaggio politico.
La seconda era amministrativa: governare un territorio vastissimo, con oltre duemila comuni, migliaia di funzionari e strutture locali consolidate, senza poter improvvisare.
La terza era politica: una parte significativa delle élite meridionali, pur favorevole all’unificazione, voleva stabilizzare il processo rivoluzionario, temendo sia un’implosione sociale sia e soprattutto la forza della reazione borbonica.

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Nonostante la presenza di un esercito ancora consistente e i primi segnali di rivolta nelle province, i Borbone non riescono a ostacolare il processo politico che conduce al plebiscito del 21 ottobre. Perché il sabotaggio fallisce?
Il plebiscito fu il passaggio decisivo perché permise di combinare legittimazione politica e stabilizzazione istituzionale. Il partito borbonico comprese subito che quel voto avrebbe segnato la fine della propria legittimità.
Non mancavano però le risorse controrivoluzionarie: un esercito ancora attivo, il sostegno di una parte rilevante dell’alto clero, una componente importante dell’aristocrazia e gruppi politici nelle province che speravano di riconquistare il regno e il proprio ruolo.
La loro debolezza stava altrove. La grande maggioranza dei gruppi politici meridionali aveva già scelto l’unificazione. Non si trattava di dirigenti improvvisati: erano quadri formati in decenni di esperienza politica, dal periodo napoleonico al costituzionalismo liberale, fino al nazionalismo ottocentesco.
Questi gruppi avevano una presenza capillare nelle istituzioni locali – comuni, guardia nazionale, amministrazioni – e una base sociale solida, costituita anche dai cosiddetti “attendibili” esclusi dal regime borbonico dopo il 1849.
Il partito rivoluzionario disponeva quindi di quadri, reti e capacità di mobilitazione superiori. Il partito borbonico, pur forte, non riuscì a costruire una narrazione e un radicamento tali da fermare il processo.
All’interno del campo unitario esiste però una divisione: da un lato chi propone un’assemblea costituente, dall’altro chi sostiene l’immediata annessione al Regno sabaudo. Come si impone la seconda opzione e quale fu la posizione di Garibaldi?
Il tema dell’annessione si pose già in Sicilia, tra giugno e luglio 1860. Una parte significativa del fronte patriottico riteneva necessario collegarsi subito al Piemonte per stabilizzare la rivoluzione (i cavouriani), altri volevano conservare la guida del processo politico (i garibaldini).
Dopo la presa di Napoli la situazione cambia. Le élite meridionali sono profondamente segnate dal timore di una nuova contro-rivoluzione, sulla base delle esperienze del 1799, del 1821 e del 1849. La loro priorità diventa chiudere rapidamente il processo rivoluzionario e garantirne la tenuta.
Questo sposta gli equilibri: il notabilato esercita una pressione forte per l’annessione immediata. Garibaldi si trova in una posizione difficile. Il suo stesso governo, composto da figure radicate nella politica meridionale, si orienta rapidamente verso il plebiscito.
Inizialmente tenta di resistere, mantenendo aperta l’ipotesi di proseguire la rivoluzione. Ma nel giro di pochi giorni prende atto dei rapporti di forza e accetta la soluzione plebiscitaria.

Il plebiscito si svolge con voto palese. Questo elemento non mette in discussione l’attendibilità del risultato?
Con i nostri criteri è difficile accettarlo, ma nel contesto del XIX secolo il voto palese era una pratica diffusa. Il plebiscito non era concepito come una competizione tra opzioni alternative, ma come una ratifica di un processo già avvenuto.
Si trattava di dire sì o no alla rivoluzione. Era quindi una forma di legittimazione, non una scelta tra modelli diversi di Stato.
Questo spiega anche la differenza con le elezioni politiche successive, che furono censitarie e a voto segreto. Lì si trattava di selezionare rappresentanti tra individui ritenuti consapevoli; nel plebiscito, invece, si voleva esprimere una volontà collettiva.
Nel libro emerge anche una partecipazione che va oltre i confini formali del suffragio. In che modo donne e altri soggetti esclusi intervengono in questo processo?
È uno degli aspetti più interessanti. Nei momenti di trasformazione storica si aprono spazi nuovi, in cui soggetti normalmente esclusi cercano di partecipare.
Nel 1860 molte persone che non avevano diritto di voto – donne, minori, stranieri – tentano comunque di intervenire, soprattutto attraverso petizioni. Era uno strumento diffusissimo per affermare la propria presenza nello spazio pubblico.
Anche senza votare formalmente, queste persone cercavano di esprimere una posizione e di sentirsi parte del processo.

Nel suo libro emerge una forte differenza tra Sicilia e resto del Mezzogiorno. In che senso si tratta di due contesti diversi?
La differenza è molto netta. Possiamo sintetizzarla osservando il comportamento delle élite religiose: a Palermo l’arcivesvovo sostiene la rivoluzione, a Napoli il cardinale Sisto Riario Sforza diventa un punto di riferimento della contro-rivoluzione.
In Sicilia il fronte unitario riesce a costruire una legittimazione ampia del processo di cambio di regime e a impedire la formazione di una resistenza armata. Nel Mezzogiorno continentale, invece, il partito borbonico riesce a organizzare una vera guerra, che sfocerà nel brigantaggio.
La differenza sta nella coesione delle classi dirigenti: in Sicilia prevale una convergenza sull’unificazione, nel Mezzogiorno questa coesione manca.
L’incontro di Teano è spesso considerato un momento decisivo. Alla luce del plebiscito, quale fu il suo reale significato?
Dal punto di vista politico e procedurale, il processo era già avviato con il plebiscito. L’incontro non fu determinante sul piano della legittimazione politico-istituzionale.
Ma dal punto di vista simbolico fu straordinario. Per chi viveva quegli eventi, vedere Garibaldi consegnare la rivoluzione al sovrano rappresentava qualcosa di epocale. Era la materializzazione di un passaggio storico il cui esito non era affatto scontato.
Dopo il plebiscito, però, si apre la stagione del brigantaggio. Come si spiega questa apparente contraddizione tra consenso plebiscitario e guerra diffusa?
Non è una contraddizione. Il partito borbonico aveva deciso di combattere fino in fondo. Organizzò un governo in esilio, mantenne reti diplomatiche e cercò di riconquistare il regno.
Nel Mezzogiorno trovò un terreno favorevole nelle fratture sociali delle campagne. Reclutò combattenti tra gruppi marginali e violenti, dando loro una bandiera politica.
Ne nacque una guerra ibrida: da un lato una strategia politica organizzata, dall’altro una violenza irregolare che spesso sfuggiva al controllo.
Questa combinazione portò a un conflitto lungo, ma destinato alla sconfitta, per la debolezza politica del fronte borbonico e l’assenza di un consenso ampio.
La rivolta di Palermo del 1866 si inserisce in questo quadro?
No, è un fenomeno diverso. Non è una contro-rivoluzione organizzata, ma l’esplosione di tensioni locali, legate sia al passato sia al presente.
A differenza del Mezzogiorno, non c’è una struttura politica in grado di sostenere una guerra. Si tratta di un episodio circoscritto, rapidamente contenuto.
CARMINE PINTO – è professore di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Salerno. Si occupa di Storia politica e di Storia militare. Le sue linee di ricerca riguardano i conflitti civili mediterranei e latino americani nel XIX secolo, la guerra nell’Ottocento italiano e i sistemi politici del XX secolo.
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