Rassegna Stampa · 3 Dicembre 2025
La forza di Medea
da "Medea matricida, decide Euripide" di Margherita Marvulli, dal Corriere della Sera del 3 dicembre 2025
Margherita Marvulli sul Corriere della Sera si occupata del nuovo libro di Federico Condello, Feroce Medea (il Mulino). È una ricostruzione di come la vicenda della Medea di Euripide sia stata influenzata da secoli di riscritture, fino ad arrivare alla versione che è diventata un classico. Il mito non ha una “storia vera”: funziona come un canovaccio da cui si dipanano variazioni destinate a fini diversi: estetici, filosofici e politici. Nel caso di Medea, la versione di Euripide è stata talmente influente da rimodellare tutte le successive, generando un effetto retroattivo: noi leggiamo la tragedia del 431 a.C. portando con noi un bagaglio di pregiudizi costruito dopo Euripide.
Il lavoro di Condello consiste nel compiere il percorso inverso: risalire la corrente della tradizione e provare a guardare la Medea euripidea con gli occhi dello spettatore ateniese delle Grandi Dionisie del 431. La saga degli Argonauti era ben nota, ma, sostiene lo studioso, nulla indica che il pubblico potesse aspettarsi una Medea infanticida.
Anzi: secondo Condello, l’uccisione dei figli sarebbe una invenzione radicale di Euripide, un gesto drammaturgico dirompente che trasforma la protagonista nella prima matricida della storia del mito. È una conclusione resa possibile dalla ricostruzione puntuale del testo e delle testimonianze antiche, su cui lo studioso esercita un’analisi filologica e interpretativa molto ampia.
Per Condello, questa Medea non è una maga vendicativa né una straniera feroce, e neppure una donna accecata dalla gelosia. È invece una figura sorprendentemente “greca”, che pensa e parla il linguaggio morale della polis. Il tradimento di Giasone non è soprattutto un’offesa all’amore coniugale, ma la rottura di un codice aristocratico di lealtà, patti e parola data: Medea incarna un’antica etica della dike che condanna senza appello lo spergiuro e la slealtà. In questa lettura, la vendetta contro i figli diventa l’arma estrema per infliggere a Giasone la punizione più atroce: sopravvivere alla propria distruzione morale.
La Medea euripidea risulta così non solo inquietante, ma politicamente esplosiva per l’Atene democratica alla vigilia della guerra del Peloponneso. Euripide offre al pubblico una protagonista che incarna valori aristocratici ostili alla città e che mette in crisi i fondamenti stessi dell’ideologia dominante. Ancora più destabilizzante è che a pronunciarsi con tanta autorevolezza politica sia una donna, capace di muoversi con padronanza in un universo simbolico e istituzionale maschile.
Condello, osserva Marvulli, ricostruisce così non una Medea “vera”, ma la Medea “di Euripide”, emancipandola dalla stratificazione di immagini che l’hanno resa nel tempo un’icona della magia o della furia barbara. È una Medea che combatte da pari con i suoi pari, sul terreno della polis, e che trionfa in scena proprio perché infrange ciò che un ateniese del 431 avrebbe ritenuto più sacro.
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