Approfondimenti · 28 Marzo 2026
La lunga ombra della razza
Perché categorie che pensavamo superate stanno riemergendo nel dibattito pubblico e cosa racconta la loro lunga storia. Conversazione con Andrea Graziosi
Nel suo ultimo libro Il ritorno della razza, lo storico Andrea Graziosi affronta uno dei temi più controversi e persistenti della modernità: la costruzione storica del concetto di razza e il suo riemergere nel dibattito contemporaneo. Pur muovendosi dentro un rigoroso impianto storiografico, il libro è attraversato da una forte tensione politica: capire come categorie che pensavamo archiviate dopo il Novecento tornino oggi a orientare il dibattito pubblico. In questa conversazione con il Circolo della Storia, Graziosi ripercorre la genealogia di queste idee e ne mostra le implicazioni per il presente.
Questo libro si presenta come un lavoro di storia molto solido, che non si discosta mai dal metodo storiografico, ma allo stesso tempo è attraversato da una forte passione politica. Si ha quasi l’impressione che rappresenti una tappa di avvicinamento a un progetto più ampio, che nel libro viene solo accennato. Di che cosa si tratta?
È vero: ho cercato di fare un libro di storia, ma il mio lavoro di storico è sempre stato animato da un interesse politico. Non perché si occupi solo di politica, ma perché dietro di esso c’è sempre una domanda politica. Studio ciò che mi sembra rilevante per capire il mondo.
Dopo molti anni dedicati all’Unione Sovietica, mi sono chiesto cosa fare. Avevo scritto una storia generale dell’Urss e mi pareva non avesse senso continuare a lavorarci per correggere i miei stessi errori. Così ho deciso di cambiare campo.
Per un periodo ho lavorato a una storia politica delle lingue. Ma studiando le lingue mi sono reso conto che quello che mi interessava davvero era un’altra cosa: come gli esseri umani si classificano e vengono classificati.
Da lì è nato un progetto più ampio, una storia della classificazione umana: popoli, lingue, religioni, ma anche razza, classe, cittadinanza ecc. A un certo punto ho capito che parlare di classificazioni significa però parlare di uguaglianze e differenze. Quando si rivendica l’uguaglianza, spesso si chiede in realtà il riconoscimento della propria differenza.
Il progetto complessivo si chiama quindi oggi Uguaglianze, differenze e scelte umane. Questo libro sulla razza è una sorta di prima anticipazione.
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Il libro arriva in un momento in cui, almeno in Europa, la parola “razza” sembra diventata quasi impronunciabile, tanto che c’è chi propone di eliminarla anche dai testi costituzionali. Allo stesso tempo, però, in altri contesti – penso soprattutto agli Stati Uniti, ma anche all’America Latina – la razza torna a essere rivendicata come elemento identitario. Come si spiega questa apparente contraddizione e come l’hai affrontata nel libro?
Il punto è che “razza” è un concetto plurale, con significati diversi. C’è un uso ancora oggi innocuo, legato alla discendenza: si parla di un “politico di razza”, di un “cavallo di razza”. In origine indicava semplicemente una continuità di stirpe. La parola nasce infatti nel Quattrocento, in Italia, e viene dagli allevamenti.
I primi a farne un uso politico furono i nobili, che la utilizzarono per rivendicare una superiorità di sangue. Successivamente, in Francia, il concetto si trasforma: la nobiltà si presenta come una “razza” distinta, discendente dai conquistatori franchi.
Parallelamente, con la scoperta delle Americhe, emerge un altro significato: la razza come colore. Questi significati convivono a lungo. La razza non implica necessariamente una gerarchia, ma storicamente finisce per associarsi a una gerarchia.
Oggi, a livello globale, prevale il significato legato al colore. Viviamo in società sempre più differenziate e il colore è diventato il simbolo della varietà umana. Questo rende difficile eliminare il termine: perché sono spesso gli stessi gruppi a rivendicarlo.

Se guardiamo alla storia recente, la parola “razza” è diventata progressivamente un tabù soprattutto dopo il Novecento, in seguito alle derive del razzismo scientifico e alle tragedie del nazismo. Allo stesso tempo, però, nel libro emerge come questo concetto non sia mai davvero scomparso e abbia continuato a circolare in forme diverse. Come si è prodotto questo slittamento e quanto ha inciso la pretesa scientifica di fondare l’idea di razza?
In realtà la parola non è mai scomparsa del tutto. In Europa diventa un tabù con il nazismo, negli anni Trenta. Prima era usata comunemente, anche da socialisti, sindacalisti e storici, ed era considerata un concetto scientifico solido.
Il cosiddetto razzismo scientifico nasce tra Settecento e Ottocento e viene poi smentito dalla genetica. Ma non è all’origine di tutte le forme di gerarchizzazione. La schiavitù, per esempio, non nasce come fenomeno legato al colore: nel mondo greco e romano gli schiavi erano di ogni provenienza e quasi sempre bianchi. In Europa, per lungo tempo, razza e popolo sono stati inoltre usati quasi come sinonimi, senza riferimento al colore.
La svolta arriva nel Novecento, con il nazismo, che trasforma il termine in qualcosa di moralmente e politicamente inaccettabile, ma ricordiamo che per il nazismo le razze inferiori erano latini e slavi, cioè bianchi (gli ebrei erano piuttosto parassiti da sterminare) e i tedeschi un Volk, un popolo superiore.
È interessante anche notare che, già alla Società delle Nazioni, quando nel 1919 il Giappone propone di inserire il principio di uguaglianza tra le razze, sono gli anglosassoni a opporsi, mentre Francia e Italia votano a favore. Questo mostra quanto il quadro sia complesso e non riducibile a una linea univoca.
Nel libro introduci anche un altro concetto che appare strettamente intrecciato a quello di razza, cioè il concetto di “popolo”. Un termine che oggi viene usato con grande disinvoltura nel discorso pubblico e politico, ma che nel tuo lavoro emerge come altrettanto problematico e carico di implicazioni. In che modo la storia del concetto di popolo si intreccia con quella della razza e quali rischi comporta il suo uso?
Il concetto di popolo è, per certi versi, ancora più importante di quello di razza nella storia politica occidentale. E ha subìto trasformazioni profonde.
All’inizio, a Roma, il popolo è un concetto politico: il popolo romano è una comunità di cittadini, non una realtà etnica. Include gruppi diversi (latini, etruschi, sabini), lingue diverse, provenienze diverse.
Questo carattere politico continua anche con l’Impero e poi passa al cristianesimo, dove il popolo diventa una comunità religiosa: si appartiene al popolo per una scelta di fede.
Il cambiamento avviene con le grandi scoperte geografiche. Le popolazioni incontrate vengono chiamate “popoli” e il termine assume un significato etnico. Quando questo sguardo viene applicato all’Europa, il popolo finisce invece spesso, ma non sempre e ovunque (pensiamo appuno al Volk tedesco), per indicare una parte della società, spesso quella più bassa, come i contadini.
Da qui deriva una trasformazione importante: il termine politico diventa “nazione”, mentre “popolo” assume un significato più etnico e sociale.
Il problema, però, riguarda tutti questi concetti collettivi: popolo, razza, classe. Sono indispensabili per il discorso politico, perché non si può ragionare solo in termini individuali. Ma comportano sempre una forzatura: trasformano una pluralità di individui in un soggetto unico, dotato di volontà propria.
In questo modo rischiano di schiacciare l’individuo sulla categoria generale. E in nome di queste categorie si possono giustificare molte cose. Per questo vanno usati, ma in modo critico.
Nel libro compaiono anche figure meno note al grande pubblico ma estremamente significative, come quella di Charles Henry Pearson uno storico, politico e intellettuale britannico-australiano dell’Ottocento. Lo presenti come una voce capace di cogliere precocemente alcune dinamiche globali. Ci puoi spiegare perché la sua riflessione è così rilevante e che cosa ci dice rispetto al presente?
Pearson è una figura molto interessante perché, vivendo in Australia, ha una percezione diretta dei cambiamenti globali. Si rende conto già a fine Ottocento che il dominio bianco nel mondo sta finendo, che l’Asia sta emergendo e che gli equilibri stanno cambiando.
La sua conclusione è che bisogna prepararsi a convivere con gli altri, trovare un modo di stare insieme in un mondo non più dominato dall’Occidente.
La cosa paradossale è che il suo messaggio viene recepito in modo opposto. Invece di aprirsi, le società occidentali reagiscono chiudendosi, rafforzando politiche di esclusione, come le restrizioni all’immigrazione negli Stati Uniti.
Questo è un meccanismo che vediamo anche oggi: di fronte a trasformazioni profonde, la reazione più diffusa è la chiusura e il tentativo di tornare a un ordine passato.
Un altro passaggio molto suggestivo del libro riguarda figure come il primo ministro sudafricano Jan Smuts, che incarnano in modo quasi paradossale questa ambivalenza tra universalismo e separazione. In che modo queste esperienze aiutano a capire le contraddizioni delle categorie di cui stiamo parlando?
Smuts è un caso emblematico. È uno dei protagonisti della costruzione della Società delle Nazioni e contribuisce a quella delle Nazioni Unite scrivendone il preambolo, ma allo stesso tempo è uno degli ideologi dell’apartheid.
La sua teoria, di radici chiaramente herderiane, è che ogni popolo debba svilupparsi separatamente, secondo la propria identità. Non presenta questa posizione come razzismo, ma come rispetto delle differenze.
Questo mostra quanto queste categorie siano ambigue. Possono sostenere progetti universalistici, ma anche giustificare forme di separazione e gerarchia.
Anche l’idea che ogni popolo abbia diritto a uno sviluppo autonomo può tradursi in una forma di segregazione, pur presentandosi come una difesa delle differenze.

Se si prova a tirare le fila del discorso, emerge con forza il tema della classificazione: il fatto che gli esseri umani tendano continuamente a classificare sé stessi e gli altri. È una dinamica inevitabile? E dove si colloca il rischio?
La classificazione è inevitabile. Tutti, continuamente, classifichiamo, sin da bambini: le persone, i comportamenti, le esperienze.
Il problema nasce quando queste classificazioni diventano rigide e gerarchiche, soprattutto quando vengono applicate agli esseri umani come se fossero categorie fisse.
Gli esseri umani, a differenza delle cose, reagiscono a queste classificazioni, le contestano, le trasformano. Ed è proprio qui che si apre lo spazio della politica. Capire come funzionano queste classificazioni è fondamentale per comprendere il mondo in cui viviamo.
ANDREA GRAZIOSI – è professore emerito di Storia contemporanea nell’Università di Napoli Federico II, è uno dei maggiori esperti di storia sovietica, ucraina e dell’Europa orientale. È stato presidente della SISSCo, la società dei contemporaneisti, e dell’ANVUR, l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università. Con il Mulino ha pubblicato: Guerra e rivoluzione in Europa 1905-1956 (2002), L’Unione Sovietica in 209 citazioni (2006), L’università per tutti (2010), L’Urss di Lenin e Stalin (nuova ed. 2010), L’Urss dal trionfo al degrado (nuova ed. 2011), L’Unione Sovietica. 1914-1991 (2011), Grandi illusioni (con G. Amato, 2013), Lingua madre (con G.L. Beccaria, 2015), Il futuro contro (2019) e «Occidenti e modernità. Vedere un mondo nuovo» (2023). Uscirà a aprile 2026 sempre dal Mulino il suo “Classificare gli umani”.
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