Approfondimenti · 21 Luglio 2024

La memoria contesa sulle stragi nazifasciste

A ottant’anni da una delle stagioni più tragiche della storia italiana recente, il Circolo della Storia intervista lo storico Paolo Pezzino

Intervista del Circolo della Storia a Paolo Pezzino

Sono passati ottant’anni da una delle stagioni più tragiche della storia italiana recente: quella dell’estate del 1944, quando l’esercito nazista in ritirata uccise migliaia di civili italiani, in atti di ritorsione per le azioni partigiane, o nel tentativo di rendere sicure le proprie retrovie. In alcuni casi, le stragi coinvolsero interi villaggi, come a Sant’Anna di Stazzema, sulle Alpi Apuane (il 12 agosto del 1944) e a Monte Sole sull’Appennino bolognese (tra il 29 settembre e il 5 ottobre dello stesso anno).

A lungo la memoria sulle stragi si è divisa fra chi riteneva che la colpa fosse solo di nazisti e fascisti e chi invece attribuiva la responsabilità agli stessi partigiani, che con le loro azioni avrebbero in qualche modo suscitato la reazione tedesca.

A metà degli anni Novanta, in occasione del cinquantesimo anniversario, alcune ricerche hanno contribuito a ricostruire con più precisione il contesto delle stragi e in un certo senso anche a pacificare la memoria su questi episodi. Il resto lo hanno fatto i processi giudiziari che hanno individuato i colpevoli di quanto accaduto, talvolta a decenni di distanza.

Fra gli storici che più si sono occupati di questi temi, c’è Paolo Pezzino, già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Pisa e presidente dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, la rete degli istituti per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. Pezzino, che è anche membro della giuria scientifica del Premio Friuli Storia, ha diretto il progetto di ricerca per un Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia.

Il Circolo della storia lo ha incontrato.

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Pezzino, nell’estate del 1944 gli atti di ritorsione dell’esercito nazifascista hanno raggiunto il loro massimo. Anche nell’opinione pubblica si ricordano soprattutto gli episodi di quel periodo.

Le stragi in realtà erano cominciate già dall’inizio dell’occupazione nazista, dopo l’armistizio dell’8 settembre. Nell’autunno del 1943 ci sono state 2.254 vittime, soprattutto nell’Italia meridionale, dove per altro non era presente una resistenza organizzata. Però è vero, la stagione più intensa è indubbiamente quella dell’estate del 1944 e ce lo confermano i dati. Secondo l’atlante delle stragi, il numero dei morti ha un picco e raggiunge le 7.118 vittime, per poi diminuire a 3.729 nell’autunno successivo.

Qual è il contesto militare in cui avvengono queste stragi?

Per i tedeschi la situazione militare era molto delicata. Fra il 4 e il 5 giugno del 1944 avevano dovuto abbandonare Roma. Prevedevano di assestarsi sulla cosiddetta Linea Gotica, la linea militare difensiva che partiva all’incirca da Marina di Massa, in Toscana, e arrivava a Pesaro, nelle Marche. Ma in realtà non erano ancora pronti, anche perché dovevano fare i conti con i sabotaggi fatti dai partigiani.

Nei primi giorni, la ritirata tedesca è molto veloce e confusa. Poi però le truppe riescono a riorganizzarsi in quella che gli strateghi chiamano una “ritirata aggressiva”. Ovvero, continuano a ingaggiare combattimenti contro le truppe nemiche che avanzano.

È in questo contesto che Harold Alexander, comandante supremo delle forze alleate del Mediterraneo, lancia un appello ai partigiani che operano tra Roma e la Linea Gotica, chiamandoli a una mobilitazione generale contro i tedeschi, e lasciando anche intuire che la guerra potesse finire entro l’estate.

E in effetti i partigiani dell’Italia centrale si mobilitano. I tedeschi non potevano sopportare una guerra che li costringeva a retrocedere rispetto all’esercito alleato, senza avere allo stesso tempo le retrovie sicure e garantite. Mentre aumenta l’attività militare dei partigiani, cresce anche l’attività di repressione dei tedeschi. Non a caso, le due regioni che sono investite maggiormente sono la Toscana e l’Emilia-Romagna.

Fossa comune sulla piazza della chiesa a Sant’Anna di Stazzema, 1945
(Foto Anpi, via Atlante delle stragi nazifasciste)

In che misura questa attività di rappresaglia era legittima dal punto di vista del diritto di guerra

È un discorso molto complesso. Il giudice Marco De Paolis, che è fra i massimi esperti dei processi attuali per crimini di guerra, sostiene che oggi non ci siano dubbi e che il diritto alla rappresaglia non esista. All’epoca c’erano invece scuole di pensiero diverse. Alcuni giuristi militari ritenevano che fosse legittima quando la resistenza contro gli occupanti fosse prodotta direttamente dal governo occupato.

In ogni caso, non era mai prevista l’uccisione indiscriminata di ostaggi, di uomini, donne o bambini: di solito si parlava di somme di denaro che dovevano essere corrisposte dal governo occupato o dalle comunità che si erano opposte all’occupazione.

In questo contesto il discorso si complica ulteriormente, perché i tedeschi non riconoscevano ai partigiani la qualifica di combattenti regolari e venivano considerati franchi tiratori. Secondo le consuetudini militari, potevano dunque essere processati ed eventualmente condannati a morte. Anche in questo caso, però, i tedeschi avrebbero dovuto istituire dei tribuni militari, anche volanti, che decidessero le sanzioni. Ma questo non avvenne quasi mai.

Sui giornali e nella memoria ufficiale la responsabilità delle stragi è chiaramente attribuita ai nazisti e alla loro bestialità. La memoria delle comunità investite dalle stragi invece è molto più complicata, ed è spesso ostile ai partigiani.

Lo abbiamo visto a metà degli anni Novanta, quando abbiamo iniziato a studiare questi episodi in occasione del cinquantesimo anniversario. Nelle comunità la popolazione si era divisa in due, fra chi attribuiva le colpe ai nazisti e chi invece ai partigiani. Il caso più clamoroso è stato forse quello di Sant’Anna di Stazzema, dove la popolazione ha accusato a lungo i partigiani di essere responsabili della strage, perché avevano chiesto ai cittadini di non abbandonare il paese, come avevano invece ordinato i tedeschi.

Con il tempo, anche grazie alle iniziative promosse dagli enti pubblici, la traccia di queste memorie anti partigiane ha iniziato a scomparire.

Monchio (MO) dopo la strage, 1944
(Foto Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Modena, via Atlante delle stragi nazifasciste)

E qual è il giudizio degli storici?

Non sono tutti d’accordo fra loro. Alcuni miei colleghi ritengono che i partigiani fossero truppe combattenti e come tali non potessero curarsi troppo degli effetti collaterali delle loro azioni, comprese le eventuali rappresaglie dei nazisti.

Io tendo invece a complicare il quadro. Innanzitutto, registro che all’interno delle stesse formazioni partigiane c’era un dibattito e non tutti la pensavano allo stesso modo. Generalmente, c’era un’attenzione maggiore quando i partigiani erano espressione di quel territorio in cui combattevano.

Ma, siccome i partigiani rivendicavano a sé un ruolo diverso da quello dei normali soldati, avendo a cuore ideali di democrazia e libertà, questo secondo me li avrebbe dovuti sempre spingere ad avere una certa cautela nelle loro azioni. Però va detto che anche questo poteva non bastare.

In che senso?

Dobbiamo evitare l’errore di pensare che tutti i massacri siano stati motivati da una rappresaglia. Anzi, al primo posto per numero di vittime abbiamo i casi dei rastrellamenti, ovvero quando si decise di intervenire semplicemente per “ripulire” le retrovie: sono 9.885 vittime in 1.749 episodi.

È il caso ad esempio di Monte Sole, dove esisteva una brigata partigiana insediata dall’inizio della guerra, ma che in quei giorni non aveva fatto particolari azioni. I tedeschi avevano semplicemente deciso di intervenire con l’operazione più sanguinosa che c’è stata in Europa occidentale, con 770 vittime, mentre a pochi chilometri di distanza si stava combattendo per sfondare la linea Gotica.

In altri casi, le rappresaglie avvennero dopo scontri del tutto fortuiti fra partigiani e nazisti. Certo, ci sono stati casi in cui invece si potrebbe discutere se una determinata azione partigiana sia stata troppo avventata. Ma nella maggior parte dei casi è la semplice esistenza delle formazioni partigiane a causare le azioni di rappresaglia.

Accanto alla memoria e alla verità storica c’è anche una verità  giudiziaria. Ma ha ancora senso organizzare processi sulle stragi nazifasciste dopo decenni, cercando colpevoli che non sconteranno mai la loro pena?

Stiamo parlando di crimini gravissimi, condotti con una violenza e una brutalità fuori dal comune. C’è quindi una funzione giudiziaria nel dire che certi crimini, oggi diremmo contro l’umanità, non cadono ma in prescrizione.

Ma non c’è solo questo. La coda giudiziaria è importante soprattutto per le comunità. A Sant’Anna di Stazzema ad esempio c’è voluto del tempo, perché ci si era intestarditi a indicare Walter Reder come responsabile, anche se non era presente. Poi finalmente, fra il 2005 e il 2007, con un processo a La Spezia sono state individuate le persone che erano effettivamente colpevoli e sono state condannate all’ergastolo. Per la comunità questo ha avuto un enorme effetto liberatorio.


Per chi volesse approfondire questo argomento, si può partire dall’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, disponibile gratuitamente online.

Il tema della memoria delle stragi è stato affrontato da Giovanni Contini in La memoria divisa (Rizzoli, 1997) e da Paolo Pezzino in Anatomia di un massacro (il Mulino, 2007), dedicato alla strage di Guardistallo, in Toscana.

Sulla coda giudiziaria delle stragi si può leggere La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013, sempre di Pezzino con Marco De Paolis (Viella, 2016).


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