Approfondimenti · 18 Luglio 2026

La rivoluzione dimenticata del Mezzogiorno

Salvatore Lupo rilegge il Sud ottocentesco come spazio di conflitti, aspirazioni costituzionali e guerre civili, oltre gli stereotipi sull’arretratezza e sulla passività

Antonio Carioti intervista Salvatore Lupo

Nel racconto pubblico il Mezzogiorno è stato spesso rappresentato come una terra immobile, arretrata, destinata a subire la storia più che a produrla. Una parte d’Italia segnata dalla sconfitta della Repubblica napoletana del 1799, dal brigantaggio, dalla marginalità economica e da una generale arretratezza civile. Nel suo nuovo libro, Rivoluzione meridionale (1816-1926). Narrazioni e memorie, edito da Donzelli, Salvatore Lupo propone invece una lettura diversa: il Sud come uno spazio diversificato, attraversato da rivoluzioni, controrivoluzioni, guerre civili e identità politiche in conflitto. Cerca, insomma, di uscire dalle rappresentazioni più schematiche per riscoprire la complessità del passato.

Il libro parte dal 1816, anno di nascita del Regno delle Due Sicilie, e arriva fino al 1926, quando l’Italia è ormai dentro una rivoluzione di tutt’altro segno: quella fascista. In mezzo ci sono il mito del 1799, l’eredità murattiana, i moti costituzionali, la peculiarità siciliana, il 1848, l’impresa garibaldina, il brigantaggio, la nascita della questione meridionale e il progressivo allargarsi del divario tra Nord e Sud.

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Professor Lupo, il suo libro si intitola Rivoluzione meridionale. Di solito il Sud viene presentato come la parte più arretrata e quasi immobilista del Paese. Lei ha voluto mostrare invece che il Mezzogiorno ebbe, in diverse fasi della storia italiana, una funzione innovatrice, se non rivoluzionaria.

Rivoluzionaria va propriamente definita la lunga stagione storica meridionale del 1820-1860. Come altro chiamare quella sequenza ininterrotta di conflitti intestini anche feroci – insurrezioni, brevi momenti di riforma subito smentiti da feroci reazioni, guerre civili, impastate con ogni genere di disordine sociale? Il neo-borbonico Regno delle due Sicilie, creato nel 1816, non ebbe modo di stabilizzarsi mai, alla fine crollò.

Devo invece spiegare perché non ho usato il termine “Risorgimento”. Rimanda a un’idea di nazione italiana pensata come esclusiva, compatta, spinta dalla necessità della storia a emanciparsi dal dominio dallo straniero (gli austriaci). Invece nel nostro caso (il Sud) gli austriaci non c’erano e le idee di nazione in campo erano tre (quella napoletana, quella siciliana, quella italiana). La vittoria della terza non era iscritta in alcun libro del destino.

Nel 1799, sull’onda dell’arrivo delle truppe francesi, a Napoli nacque una Repubblica di ispirazione rivoluzionaria, sostenuta da una parte delle élite intellettuali e destinata a durare soltanto pochi mesi. Nell’immaginario collettivo, la sua caduta viene spesso vista come il momento in cui finisce ogni iniziativa innovatrice nel Mezzogiorno. Lei invece sostiene che quella vicenda sia l’inizio di una storia più lunga.

Guardiamo alle biografie dei protagonisti; troviamo spesso impegnati, nelle rivoluzioni del 1820, del 1848, del 1860, figli e nipoti dei protagonisti di quella del 1799. Vediamo in tutti la chiara consapevolezza del rischio, che la reazione legittimista borbonica possa ricorrere ancora alla violenza della plebe come quando aveva abbattuto la Repubblica e menato strage tra i patrioti.

Poi è vero che lo Stato neo-borbonico nato nel 1816, il Regno delle due Sicilie, solo in parte si rifà alla tradizione legittimista. Per un’altra parte si ispira ai princìpi che diciamo della monarchia amministrativa, prosegue cioè sulla strada tracciata dalle riforme istituzionali e sociali introdotte a Napoli da Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat nel decennio francese (1806-1815). Raccoglie, diciamo così, l’eredità del nemico.

Magari, forse, avrebbe potuto sganciarsi dalla propria radice autoritaria, evolvendosi verso una prospettiva liberale-costituzionalista. In effetti, di fronte al dilagare della rivoluzione nel 1820 e nel 1848, la monarchia sembrò accettare una simile soluzione ma, a breve, la rinnegò tornando all’assolutismo. Viene naturale una domanda controfattualistica. Se in quelle occasioni i sovrani borbonici si fosse mantenuti sulla via della Costituzione, il regno sarebbe ugualmente crollato? Forse no.

Un elemento molto forte del libro è la peculiarità della Sicilia rispetto al resto del Mezzogiorno. Quanto conta questa specificità?

Moltissimo. Per capire la rivoluzione di cui parliamo, e i suoi esiti, dobbiamo mettere insieme le due parti, quella continentale e quella insulare, ma anche considerarne le differenze. Guardiamo ai rispettivi punti di partenza. Ancora nel Settecento, il Sud Italia era articolato in due regni distinti (Il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia), uniti solo dalla persona del sovrano. Nel 1806-1815, mentre il Regno di Napoli (sotto controllo francese) e viveva l’esperienza delle riforme francesi, la Sicilia (sotto controllo britannico) introduceva riforme di modello inglese (Costituzione del 1812), e in quest’ottica liberaleggiante provava il gusto di un’indipendenza da Napoli.

Torniamo ora all’asse assolutismo più centralismo amministrativo su cui si costruì nel 1816 (e seguenti) il Regno delle due Sicilie. Non consentiva alle periferie alcuna influenza su un potere politico concentrato a Napoli, accadde che nel Mezzogiorno continentale la rivoluzione promanasse soprattutto dal Cilento, dalla Basilicata, dalla Calabria. Ma la più forte mobilitazione rivoluzionaria venne dalla Sicilia, anzi da Palermo, che non voleva, da capitale quale era stata, sentirsi ridotta a periferia. Si era creato un intreccio identitario impossibile da sciogliersi. La “nazione napoletana”, agli occhi della “nazione siciliana”, appariva insieme straniera e tirannica.

Nel 1860, tra patria siciliana e patria napoletana, finisce per vincere la patria italiana. Però lei invita anche a sfatare l’idea che la spedizione dei Mille sia stata un’iniziativa solo esterna.

L’idea che mille volontari continentali abbiano sconfitto da soli, in Sicilia, un esercito di trentamila soldati, è inverosimile. Garibaldi non sarebbe nemmeno partito se non avesse saputo di un’ennesima insurrezione in corso in Sicilia, non avrebbe mai preso Palermo senza il sostegno dell’ennesima insurrezione. E l’esercito del Regno delle due Sicilie non avrebbe dato quella pessima prova di sé se la dinastia borbonica non fosse stata così squalificata, dunque incapace (stavolta) di salvarsi fingendo di voler imboccare la via costituzionalista.

Poi le camicie rosse sbarcarono in Calabria. Anche qui trovarono il sostegno di una rivoluzione meridionale ancora promanante dalle sue roccaforti (Calabria appunto, Basilicata e Cilento). Era composto per metà da meridionali l’esercito garibaldino che sul Volturno prevalse su quello borbonico determinato finalmente a battersi.
Ciò detto, Garibaldi acquisì un prestigio straordinario, il garibaldinismo divenne la maggiore delle forze politiche meridionali, l’idea di patria italiana prevalse per questa via su quella di patria napoletana e di patria siciliana. Però di fatto l’unificazione fu gestita da Vittorio Emanuele, da Cavour e dai generali sabaudi, da un moderatismo centro-settentrionale che aveva orrore dell’idea stessa di rivoluzione, che dunque assunse a proprio compito primario quello di farla finita con la rivoluzione meridionale fattasi garibaldina. L’unificazione assunse la veste (usiamo la formula politica polemica del tempo) della “piemontesizzazione”.

Rispetto al Risorgimento esiste una critica neo-borbonica, ma anche una parte della storiografia di sinistra ha insistito sull’idea della spedizione dei Mille come conquista regia, del brigantaggio come lotta di classe, del Sud come colonia. Perché lei non condivide queste letture?

La vittoria dei moderati e la sconfitta dei garibaldini fecero sì che nel 1861 il Sud entrasse nella nuova élite di governo con un ruolo minore. Che fosse una colonia, non direi proprio. I nuovi ordinamenti rappresentativi consentirono così alla classe politica meridionale di conquistare una piena partnership nel governo della nazione al Sud, dopo aver concorso potentemente alle vittorie della Sinistra nelle elezioni del 1874 e del 1876. In mezzo, certo, c’era stata la vicenda drammatica del grande brigantaggio.

Io la vedo, piuttosto che come il primo momento della storia postunitaria, come l’ultimo atto della situazione di guerra civile in cui il Sud era immerso da cinquant’anni. Un po’ come nel 1799, e in diverse altre fasi, il partito borbonico poté fare appello a lla fedeltà di classi popolari “pericolose”. Il fattore criminalità si fuse indissolubilmente col fattore politico.

Ne derivarono grandi ferocie, in chi si ribellava e in chi reprimeva. E non fu solo una lotta tra “piemontesi” e meridionali. In difesa della nuova Italia si mobilitarono anche i reduci della rivoluzione garibaldina; gli studi recenti mostrano il grande ruolo svolto, nella lotta, dalla Guardia nazionale meridionale. Tutto questo non corrisponde alla retorica risorgimentalista? Non corrisponde in effetti, proprio per questo ci aiuta a farci un’idea realistica della nostra storia.

A proposito delle conseguenze dell’unificazione e della questione meridionale: il Sud fu effettivamente danneggiato, dal punto di vista economico, dall’Unità d’Italia?

No. Non esiste un elemento che faccia pensare a una cosa del genere. Gli studi recenti mostrano che dieci anni dopo l’Unità (primo momento in cui le fonti consentano queste stime) in alcune regioni meridionali i redditi erano superiori a quelli di molte regioni centro-settentrionali, che mediamente il Sud era indietro solo di pochi punti percentuali rispetto al Nord.

Gli indicatori mostrano che la differenza rimase tale nei primi due decenni postunitari. L’industria era povera cosa al Sud come al Nord. Le politiche liberiste del nuovo Stato favorirono l’accesso ai mercati dei prodotti di punta meridionali, l’olio e il vino, donde dinamiche abbastanza rilevanti di trasformazione delle coltivazioni. Poi, alla fine dell’Ottocento, il mutamento della congiuntura economica internazionale complicò le cose.

Tradizionalmente, la storiografia ha seguito le orme delle polemiche meridionali contro la svolta protezionista della politica commerciale italiana verificatasi nel 1887. Ma è vero che le esportazioni molto si ripresero nei primi anni del Novecento, quando l’economia poté valersi anche delle opportunità offerte dalla grande emigrazione negli Stati Uniti. Insomma, la storiografia tradizionalmente si è nutrita di una polemica antistatalista solo alcune volte giustificata. E comunque il vero allargamento del divario economico tra Sud e Nord si produsse a partire dalla Prima guerra mondiale, l’unificazione italiana del 1861 non c’entra niente.

Però il meridionalismo che denuncia l’arretratezza del Sud si manifesta già prima della Grande guerra, con figure come Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini. Come giudica la loro opera?

Dico innanzitutto che la grande discussione pubblica sulla “questione meridionale” parte dalle domande tipiche delle stagioni post-rivoluzionarie: ne valeva la pena? Si sta davvero meglio di prima? Ci vorrà una qualche altra rivoluzione per soddisfare le aspettative insoddisfatte dalla prima?

Provo a distinguere una prima fase della discussione stessa (anni 1870), che individua il Sud come il luogo di una questione sociale particolarmente grave, che la rivoluzione “politica” non ha saputo affrontare; da una seconda fase (1900 e dintorni) che si assume il compito di difendere gli interessi regionali del Sud lamentando il predominio di quelli del Nord. Sono convinto che anche la seconda fase sia molto più variegata di quanto sia stata sino ad ora raffigurata: Salvemini, ad esempio, è un liberista intransigente, mentre a Nitti si devono proposte di intervento statale nell’economia che un gran ruolo avranno nel delineare lo sviluppo economico italiano negli anni a venire.

Giustino Fortunato è un personaggio straordinario. Viene da una famiglia super-borbonica e diviene un sincero liberale, non posso qui elencare le molte ragioni per cui rappresenta al massimo grado la classe dirigente del Mezzogiorno, le sue contraddizioni profonde tra desiderio di progresso e solido conservatorismo. Della questione meridionale dà una delle interpretazioni più equilibrate, invitando a considerare le condizioni naturali ed ecologiche che frenano lo sviluppo del Sud. E comunque, considera certo che l’unificazione abbia segnato un enorme progresso, però sa che non tutti percepiscono il dato di fatto. Scrive: ai meridionali è accaduto quello che accade ai ciclisti che corrono troppo, vedendo e capendo poco di quello che hanno intorno. La bicicletta come simbolo dalla modernità anno 1900.

Lei valuta l’unificazione italiana e la costruzione della nazione come un successo. Non è una visione troppo ottimistica, se pensiamo al divario Nord-Sud ancora oggi molto ampio e a fenomeni parasecessionisti come la Lega all’epoca di Umberto Bossi?

Forse è ottimistica, ma un po’ di ottimismo ci vuole. Secessionismo. Trovo significativo che nel corso della storia unitaria sia venuta da Sud una sola proposta separatista, quella del Movimento per l’indipendenza siciliana del 1943-46: parliamo di un’esperienza che durò lo spazio di un mattino, limitata a un momento straordinario di collasso dello Stato post-risorgimentale.

Più di recente, il movimento neo-borbonico ha ottenuto un successo sul piano dell’opinione pubblica (senza particolari ricadute politiche) anche per reazione ai successi leghisti (politicamente ben più significativi). Si tratta di vicende che aggiungono qualche tassello alla nostra consapevolezza del fatto che l’Italia è oggi un Paese fragile; ma è vero che oggi tutte le nazioni europee appaiono fragili, in altre troviamo in effetti ben altre spinte separatiste.

E comunque, tutto questo ha a che vedere con il XXI secolo, non certo col XIX. Ribadisco la mia opinione. Nelle sue conseguenze di medio periodo, l’operazione fatta nel 1860-61 fu vincente: il Mezzogiorno uscì da una condizione cinquantennale, endemica di guerra civile, si emancipò dall’autoritarismo borbonico optando per un regime liberale rappresentativo, si avviò verso un (moderato) progresso economico, accadde che la sua classe dirigente desse contributi anche rilevanti alla modernità italiana.


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Antonio Carioti

È giornalista professionista. Dopo aver intrapreso la professione alla «Voce Repubblicana», ha lavorato per oltre vent’anni al «Corriere della Sera». Tra le sue pubblicazioni: Di Vittorio (il Mulino, 2004), Gli orfani di Salò (Mursia, 2008) e I ragazzi della Fiamma (Mursia, 2011). Per l’editrice Solferino ha pubblicato il libro intervista con Marco Tarchi Le tre età della Fiamma (2024) e alcuni volumi sul fascismo: Alba nera (2020), La guerra di Mussolini (con Paolo Rastelli, 2021), Come Mussolini divenne il Duce (2023), 40 giorni nella vita di Mussolini (2025). Il suo ultimo libro è L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista liberale (Laterza, 2026).

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