Approfondimenti · 10 Gennaio 2026

L’acqua come destino. La storia di Venezia in dieci battaglie navali

Alessandro Marzo Magno attraversa secoli di guerre, miti e trasformazioni tecnologiche per restituire il profilo militare di una potenza che seppe adattare il suo dominio sul mare fino alla fine del Settecento

di Egidio Ivetic

È difficile capire oggi quanto fosse fondamentale il mare per lo Stato veneziano.  In questo nostro tempo Venezia subisce il mare, lo vediamo tutti, e la città si è ridotta a essere un’appendice della sua terraferma. Sono lontani i secoli in cui Venezia fu la potenza principale nel Mediterraneo. Venezia, impersonata dal doge, sposava il mare in un rito che si rinnovava ogni anno. E anche quando spostò i propri interessi maggiori nell’entroterra, tra Bergamo e il Friuli, il dominio del mare rimase per la Serenissima un fatto politico di primaria importanza, pieno di significati simbolici e ideologici. Il mare fino alla caduta della Repubblica, nel 1797, continuò a dare il senso a un’esperienza durata più di un millennio.

Venezia fu una potenza marittima. Per esserlo ci sono voluti una visione strategica, la cognizione dello spazio, il mare, in cui si agiva, e poi risorse e capacità tecniche e tecnologiche, nonché spirito di adattamento alle sfide dei tempi. La costanza di Venezia nell’essere un fattore marittimo, diremmo geopolitico, di primaria importanza nel Mediterraneo per diversi secoli, tra il Medioevo e l’alba della modernità, rimane esemplare; tuttavia, si tende a dimenticare la grandezza di tale storia marittima. E proprio per riaccendere l’interesse per tale storia, Alessandro Marzo Magno ci propone un libro leggibile (Storia di Venezia in dieci battaglie navali, Laterza, 2025), eppure preciso, informato e pieno di curiosità sulla Serenissima vista dalla prospettiva navale. Lo fa attraverso il racconto di dieci battaglie, che sono tappe esemplificative di un’evoluzione.

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Battaglie false, battaglie vere

Si inizia con lo scontro di Salvore in Istria del 1177, tra veneziani e imperiali sostenuti da Genova, uno scontro tanto leggendario quanto inesistente nelle fonti coeve, una battaglia di fatto inventata. Se ne parla nelle cronache trecentesche e c’è, a ricordare l’evento, una magnifica tela del Tintoretto a Palazzo Ducale, ma è tutto fake, come si direbbe oggi, parte di una costruzione autocelebrativa di cui Venezia fu maestra.

Salvore rimane un topos della Venezia che si stava affermando e che appunto non lesinava l’invenzione di storie per rafforzare il proprio mito. Un capolavoro tattico fu invece l’assedio e la conquista di Costantinopoli nel 1204, durante la quarta crociata. Venezia, con l’aiuto dei crociati, demolì l’impero bizantino, per quanto essa stessa in origine fosse bizantina, e avviò una nuova fase della propria storia formando uno Stato marittimo dispiegato dall’Egeo alla Dalmazia.

Poi non poteva mancare, in questo volume, la drammatica vicenda di Chioggia nel 1380, quando Venezia fu attaccata direttamente in laguna dalla flotta genovese e rischiò di soccombere. La partecipazione di tutta la popolazione alla resistenza e il capovolgimento del fronte, con i genovesi a loro volta bloccati a Chioggia, e la definitiva vittoria veneziana rimangono pagine memorabili.

Meno nota è la battaglia avvenuta a Polesella, sul Po, nel dicembre del 1509, tra i veneziani e le forze del duca di Ferrara Alfonso I d’Este. Siamo all’indomani della grande sconfitta subita dalla Serenissima ad Agnadello da parte di una lega capeggiata dal pontefice Giulio II. Con l’intento di conservare il Polesine, una flotta veneziana risalì il Po dentro un bacino di raccordo che non c’è più.

Dopo aver subito ripetute razzie, con grande danno per la popolazione, il duca reagì conducendo personalmente l’azione di posizionamento delle sue famose artiglierie lungo il fiume e su zattere. Presi di sorpresa, i veneziani subirono una sconfitta drastica e dovettero ritirarsi. Grande fu lo smacco: una potenza in grado di reggere l’urto degli ottomani battuta da un piccolo ducato. Ancora oggi si possono vedere gli speroni delle navi veneziane catturate al Museo Schifanoia a Ferrara.

Una vittoria memorabile

Lepanto rimane un classico, la battaglia più famosa nella storia del Mediterraneo, lo scontro per eccellenza tra cristiani e ottomani. Marzo Magno si sofferma sul ruolo ricoperto dalle navi veneziane nella flotta della Lega Santa e in particolare sull’azione fondamentale delle galeazze, antenate delle corazzate moderne.

Segue, nel libro, la descrizione di tre battaglie sostenute durante la lunga guerra di Candia, ovvero Creta, guerra durata 24 anni (1645-1669), tra Venezia e l’impero ottomano. Per quanto i turchi avessero occupato buona parte dell’isola, in una prima fase i veneziani ebbero la meglio sul mare. L’obiettivo fu bloccare lo stretto dei Dardanelli e quindi isolare gli avversari sull’isola.

Venezia ebbe successo, ebbe la meglio sulle navi turche a Focea nel 1649, e poi riuscì a occupare i Dardanelli nel 1656 e di nuovo nel 1657. Marzo Magno anche qui ricostruisce nel dettaglio le operazioni. «È la vittoria tra le più memorabili di tutti i secoli», così nella lettera ufficiale, destinata agli ambasciatori, si espresse il Senato veneziano all’indomani della presa dei Dardanelli. E, in effetti, solo nel 1915 ci sarebbe stato un altro sbarco nello stretto ottomano, questa volta da parte del contingente britannico (in particolare di forze australiane e neozelandesi), un’operazione finita malissimo.

Il dominio dei mari

L’ultimo scontro navale fu combattuto dalla Serenissima durante la guerra contro l’impero ottomano del 1714-1718, che fu anche l’ultimo conflitto in assoluto sostenuto dalla Repubblica di san Marco. Andò perso il Peloponneso, conquistato qualche anno prima durante la guerra di Morea (1684-1699), sotto la guida di Francesco Morosini, mentre Corfù seppe resistere a un forte assedio ottomano.

Al largo di Matapan, punta estrema del Peloponneso, nel 1717 si affrontarono la flotta veneziana, coadiuvata da una squadra portoghese e da navi maltesi. Il dispiegamento di vascelli e galee fu imponente, oltre cinquanta navi per parte, mentre la dinamica dello scontro fu alquanto confusa, con scarso coordinamento da entrambe le parti. Non ci fu un vincitore, più che altro gli ottomani si erano ritirati.

Il libro si chiude con la spedizione navale condotta dall’ammiraglio Angelo Emo contro i porti della Tunisia nel 1784-1786. Furono bombardate Tunisi, Sfax, Susa e Biserta senza riuscire a far cedere il bey locale alle richieste veneziane. Ad ogni modo, l’operazione dimostrava che la forza veneziana sul mare era ancora notevole e capace di operare oltre le acque dell’Adriatico e dello Ionio. Si era a un decennio prima del tramonto della Serenissima.

Marzo Magno inserisce, tra la serie delle battaglie, tre capitoli in cui si riassume la storia navale veneziana sul piano tecnico e tattico. Un capitolo è dedicato alla formazione dell’Armata, la flotta militare (divisa tra quella sottile, delle galee, e quella grossa, dei vascelli), ai ruoli e alle gerarchie nella marineria, che ha sempre coinvolto il patriziato; in un secondo c’è la descrizione delle navi, in particolare delle galee, spinte da vele e remi, rimaste in uso fino al tardo Settecento, mentre i vascelli (solo a vela), subentrarono ampiamente nel Seicento; un terzo capitolo, molto dettagliato, riguarda l’evoluzione dell’artiglieria navale. Il libro è accompagnato da un opportuno glossario dei termini marinari veneti. Nell’insieme, si impara molto.

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Egidio Ivetic

Insegna Storia moderna e Storia del Mediterraneo nell’Università di Padova. Tra i suoi libri: «Jugoslavia sognata. Lo jugoslavismo delle origini» (Angeli, 2012), «Un confine nel Mediterraneo. L’Adriatico orientale tra Italia e Slavia» (Viella, 2014), «I Balcani dopo i Balcani» (Salerno, 2015) e «Le guerre balcaniche» (Il Mulino, nuova ed. 2016)

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