Approfondimenti · 12 Aprile 2025
L’ascesi e il banchetto: una storia alimentare di Quaresima e Pasqua
Tra digiuno e festa, tra silenzio e banchetto, la Quaresima e la Pasqua raccontano una storia di corpo e spirito, di rigore monastico e tradizioni popolari, in cui il cibo si fa simbolo di penitenza, riscatto e identità culturale.
«La vita del monaco dovrebbe essere una Quaresima perpetua» scriveva Benedetto da Norcia nella sua Regola (cap. XLIX). Ma con notevole pragmatismo, aggiungeva di seguito: «poiché pochi hanno la forza per questo, esortiamo a conservare almeno in questi quaranta giorni l’integrità della vita». Nelle parole del monaco si condensava il cuore pulsante della dialettica quaresimale: non un ascetismo fine a se stesso, ma un cammino pedagogico, in cui l’astinenza educa, plasma, eleva.
La Pasqua, vertice del calendario liturgico, capovolge questa tensione: ciò che prima veniva mortificato, ora viene celebrato. Il corpo si fa protagonista del banchetto, dopo essere stato disciplinato e affamato. La materia, fino a poco prima sospetta, diventa segno di redenzione.
L’ascesi regolata: il corpo al servizio dell’anima
Nel capitolo XLIX della Regola, Benedetto non si limitava a elencare restrizioni dietetiche — pane, erbe, rinuncia al vino — ma proponeva un vero sistema di purificazione totale, che coinvolgeva corpo, spirito e comunità.
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Pregare «con lacrime», per esempio, non era solo una metafora: la mortificazione si manifesta attraverso il corpo, come segno visibile della penitenza. Ancora, il silenzio non significava semplice assenza di parola, ma una rinuncia al superfluo, alla chiacchiera che distrae e vanifica (come spesso ha sostenuto papa Francesco, trascorsi quasi due millenni).
Ogni privazione doveva inoltre essere approvata dall’abate: l’ascesi solitaria era vista come presunzione, non come virtù. In questo, Benedetto si richiamava direttamente al Vangelo (Matteo 6,16-18), dove si condanna chi digiuna «per farsi vedere dagli uomini».
Nei secoli, i comportamenti quaresimali hanno proseguito a caratterizzarsi non solo per i legami con la disciplina interiore, ma anche quali strumenti di regolazione pubblica, sorvegliati dalle autorità ecclesiastiche.
A Cesena, nel 1724, l’arcivescovo Orsini vietava a osti e tavernieri di servire carne o altri cibi proibiti, salvo esplicita dispensa. A Lucca e negli stessi anni, le macellerie che restavano aperte in Quaresima dovevano esporre licenze speciali.
Tali norme influenzavano profondamente il mercato: nei «tempi di magro» la domanda si spostava verso il pesce salato — come lo stoccafisso veneto o il baccalà napoletano — e verso i legumi. Questo favorì lo sviluppo di rotte commerciali alternative, dalla Norvegia all’entroterra italiano, modificando stagionalità, gusti e pratiche alimentari.
Tra XVII e XVIII secolo, i gesuiti delle province milanese e veneta seguivano un calendario quaresimale minuzioso. Tuttavia, il rigore non era cieco. Malati, viaggiatori e forestieri potevano ottenere deroghe, ma solo con autorizzazione scritta. Si trattava di una disciplina flessibile, che affiancava al rigore morale un certo senso del limite umano.

La Pasqua: sovversione ordinata dell’astinenza
La Pasqua non è solo la fine del digiuno: è la sua sublimazione. Il banchetto pasquale non rappresenta uno sfogo istintivo, ma un gesto profondamente teologico.
L’agnello, centro simbolico della tavola, è figura del Cristo sacrificato, ma anche elemento di distinzione sociale. Nei collegi gesuitici si servivano vitello, capretto e pollame: carni rare, di norma riservate alle élite, ma in momenti speciali poste al servizio della liturgia.
Pure alimenti più umili si caricavano di senso: a Bisceglie, nel 1694, le clarisse ricevevano uova sode con insalata la sera di Pasqua, segno discreto ma potente di resurrezione e abbondanza. A Milano, i gesuiti donavano due uova fresche a colazione: un altro piccolo lusso carico di importanza.
Se in molti monasteri la carne era ammessa solo in tre occasioni solenni — Natale, Pasqua e Pentecoste — per il mondo rurale la Pasqua era uno dei pochi momenti in cui consumare carni pregiate.
Nei registri parrocchiali del Regno di Napoli (XIX secolo) si ritrovano tracce evidenti di un atteso riscatto alimentare: le famiglie contadine, spesso in astinenza involontaria tutto l’anno, mangiavano carne solo a Pasqua e a Carnevale. Non vitello, ma animali più economici: pecora, capra, maiale.
Il banchetto diventava così atto di comunione e, in qualche misura, di giustizia simbolica. Dopo l’astinenza quaresimale, la resurrezione lasciava spazio persino a un cibo superfluo come i dolci: zucchero, frutta candita, spezie – erano ingredienti rari, preziosi, talvolta esotici.
Nelle case gesuitiche del XVII secolo si celebravano i cosiddetti post-pasti doppi, momenti di festa in cui il dolce non era solo dessert, ma epifania di grazia.

Tradizioni in transito: Secolarizzazione e Reinvenzione
Con la modernità, le maglie del digiuno ecclesiastico si sono progressivamente allentate. Le dispense canoniche — previste per malati, viaggiatori e lavoratori manuali — hanno finito per trasformarsi da eccezione a norma tacita.
Eppure, in molte regioni cattoliche d’Europa (Polonia e Spagna, per esempio), alcune abitudini resistono: il Venerdì Santo rimane, de facto, un giorno di astinenza collettiva.
Le tavole si svuotano di carne non per imposizione, ma per consuetudine interiore, trasmessa più per imitazione che per obbedienza. Anche l’economia ne risente.
Il mercato del pesce d’allevamento, apparentemente lontano da ogni liturgia, conserva nel suo calendario produttivo le tracce di una ciclicità quaresimale. Il «tempo di magro», insomma, continua a influenzare domanda e offerta, persino in un mondo che si crede post-sacrale.
Paradossalmente, è proprio nel contesto iper-consumistico e secolarizzato che riaffiorano forme nuove di sacralità alimentare. Oggi alcuni monasteri benedettini propongono menù quaresimali a base di legumi e verdure locali; è una scelta etica ed ecologica, un ritorno alle origini che si fa gesto politico.
La minestra di lenticchie, un tempo cibo della penitenza, diventa così manifesto contro lo spreco e la disconnessione dai ritmi naturali. Al contrario, in molti ristoranti si moltiplicano gli «agnelli vegani» di seitan o tofu, spesso decorati come se fossero effettivamente sacrificali.
Ironia della storia: questi surrogati moderni, pensati per evitare la carne, richiamano inconsapevolmente il divieto antico di consumare animali «con sangue» (Atti 15,20), che aveva ispirato molte regole monastiche. In casi come questi, il cibo continua a veicolare significati: identità, memoria, valori. Anche senza saperlo, continuiamo a pensare con ciò che mangiamo.
Dal pane raffermo di Benedetto fino ai dolci gesuitici, la Quaresima e la Pasqua hanno disegnato, secolo dopo secolo, un’antropologia del limite e dell’eccesso. Le norme si sono alleggerite, certo, ma la struttura profonda resta intatta.
Il digiuno oggi si chiama detox, il banchetto si veste da food experience, ma il bisogno di ciclicità sacra — di tensione tra privazione e pienezza — resiste. Forse aveva ragione Lévi-Strauss: «il cibo è buono non solo da mangiare, ma da pensare».
E in questa lunga dialettica alimentare, l’Occidente ha pensato sé stesso, ha dato forma ai suoi riti, ai suoi desideri e alle sue contraddizioni. Un pensiero che — come un pane azzimo o una colomba di pasticceria — continua a lievitare.

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