Rassegna Stampa · 28 Marzo 2026

Millenni di guerra

da "Cronache di guerra dal Paleolitico" di Paolo Mieli, dal Corriere della Sera del 24 marzo 2026

I conflitti possono raccontare le società, mettendo in evidenza i cambiamenti più profondi. Un nuovo libro, scritto dallo storico Alfredo González-Ruibal, e appena uscito per Carocci, indaga la guerra scegliendo il lunghissimo periodo: partendo dal Paleolitico e arrivando al XXI secolo. Ne ha scritto Paolo Mieli sul Corriere della Sera, martedì.

L’obiettivo dello storico è di mettere in luce soprattutto le persone, più che gli eserciti: «com’era la vita, si domanda, in un forte di frontiera negli Stati Uniti alla metà del XVII secolo? Come trascorrevano il tempo i soldati in trincea nella Prima guerra mondiale?».

L’idea di fondo è che l’archeologia, attraverso i resti materiali dei conflitti, permetta di capire molto più della semplice dinamica militare: aiuta a ricostruire come erano organizzate le società, quale ruolo attribuivano alla guerra, quando la violenza di gruppo si trasformi in guerra vera e propria, quale rapporto esista tra conflitto e nascita delle società patriarcali, oppure tra guerra e cambiamenti climatici. Gli oggetti, le fortificazioni, le armi, gli spazi, persino il cibo e il modo di vestirsi raccontano la struttura di un ordine sociale.

Uno dei punti più forti del libro, sottolinea Mieli, è la tesi secondo cui la brutalità estrema non costituisce la norma della storia umana. Esiste in molte culture e in molti tempi, ma resta eccezionale. I massacri indiscriminati non sono l’unico volto della guerra: molto più spesso, nel lungo periodo, sono prevalse condizioni di pace, di conflitto limitato, di negoziazione o cooperazione. Per questo, sostiene González-Ruibal, la storia “non è una fossa comune”.

Da qui nasce una domanda decisiva: perché in certi periodi saltano i freni morali e si scatena una violenza senza limiti? Una delle risposte riguarda i cambiamenti climatici. Siccità prolungate o regimi climatici imprevedibili possono aggravare tensioni sociali già esistenti e contribuire a esplosioni di violenza. Ma entrano in gioco anche i rituali, i codici d’onore, la cultura materiale e i dispositivi simbolici che servono a controllare la crisi.

Il libro insiste inoltre sul nesso tra guerra e ordine sociale. La violenza istituzionale non tende tanto a sovvertire l’ordine, quanto a rafforzarlo: si vede nella separazione tra ufficiali e truppa, nei consumi, negli spazi, nelle uniformi, nelle armi. Anche la bellezza delle armi, comparse intorno al IV millennio a.C., non è secondaria: esse si adattano al corpo, diventano parte dell’identità, soprattutto maschile, e sublimano l’atto di uccidere dentro un sistema di simboli.

González-Ruibal contesta anche alcuni luoghi comuni sulla guerra nelle società non statali. Non è vero che mancassero strategia, regole o capacità di organizzare scontri di larga scala. La scoperta della battaglia della valle del Tollense, nella Germania settentrionale del XIII secolo a.C., mostra che già in epoca preistorica si potevano combattere battaglie tra migliaia di guerrieri provenienti da regioni lontane, con perdite demografiche molto elevate.

Un altro aspetto interessante riguarda il modo in cui i conflitti vengono tramandati e stereotipati. Le conquiste di Gengis Khan, per esempio, non furono soltanto una devastazione: l’Orda mongola rese possibile per secoli una vasta rete commerciale tra Asia ed Europa. All’opposto, la presunta “missione civilizzatrice” dell’Impero britannico appare inseparabile da una violenza strutturale e permanente.

Il libro è scritto sullo sfondo dell’invasione russa dell’Ucraina. González-Ruibal racconta di aver riconosciuto nei carri armati carbonizzati, nelle fosse comuni e nelle città distrutte un paesaggio che gli era archeologicamente familiare: non solo perché richiama le guerre del Novecento, ma perché ripropone l’eccesso che accompagna la guerra sin dalla preistoria.

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