Approfondimenti · 18 Gennaio 2025

Perché la serie tv su Mussolini fa «un torto alla storia»

Sui giornali si parla molto in questi giorni della nuova serie tv di Sky, tratta dal romanzo di Antonio Scurati. Ma gli storici l'hanno pesantemente criticata: manca la complessità del personaggio, ne rimane solo una macchietta

Si parla moltissimo in questi giorni di M. Il figlio del secolo, la nuova serie tv in otto episodi di Sky – disponibile anche in streaming su Now – tratta dai libri di Antonio Scurati e per la regia di Joe Wright. È la storia dell’ascesa di Mussolini e della nascita del fascismo, con il futuro duce interpretato dall’attore Luca Marinelli.

La serie TV porta nelle case degli italiani un pezzo importante della storia d’Italia, andando oltre la cerchia degli addetti ai lavori e anche degli appassionati di storia. Fra i commentatori c’è chi ha sottolineato la qualità cinematografica della serie e le innegabili doti dell’attore protagonista, come alcune trovate sceniche particolarmente efficaci. Ma c’è un problema: quasi tutti gli storici hanno invece espresso giudizi molto negativi, criticando la lettura che la serie Tv fa del duce e il messaggio che vuole trasmettere dal punto di vista storico.

Il pregiudizio

In questa rassegna abbiamo scelto tre commenti scritti da altrettanti storici e che ci sentiamo di condividere. Insieme sottolineano il rischio di banalizzare una figura tanto complessa, sulla quale gli storici dibattono da ottant’anni. Così si rischia di restituire soltanto una macchietta.

Giordano Bruno Guerri, scrivendo sul Fatto Quotidiano, ha ad esempio raccolto una serie di strafalcioni storici che sono presenti nella serie: ne ha elencati sette, riferendosi al solo periodo «dal marzo all’ottobre del 1919, neanche tutta la prima puntata».

«Non sono attribuibili a necessità cinematografiche», ha scritto, «sono svarioni»; e molti altri – sostiene – potrebbero essere aggiunti.

Secondo Bruno Guerri, «Scurati ha scritto un buon romanzo (lessi quasi tutto il primo volume) che somiglia a un’opera storiografica quanto un cammello a un cavallo. Il suo Mussolini non è molto diverso dalla storiografia postbellica che dava tutte le colpe all’uomo nero cattivo assolvendo gli italiani».

«A questo pregiudizio la serie ne aggiunge un altro, dichiarato fino alle pseudo-parole del duce che accompagnano le immagini in bianco e nero – vere – di apertura: oggi Mussolini ci rivolge un pistolotto: “Guardatevi attorno. Siamo ancora fra voi”. Il messaggio del film è questo, i fascisti sono ancora qui, stiamo attenti, vigiliamo (fino all’ossessione)».

Senza spessore storico

Anche Antonio Carioti è stato molto critico, scrivendone sul Corriere della Sera. «Premetto di aver visto in anteprima solo le tre puntate iniziali della serie televisiva M, diretta da Joe Wright e tratta dal primo dei romanzi che Antonio Scurati ha dedicato alla vita di Benito Mussolini. Però mi è bastato per concludere che quello raffigurato dal regista britannico non assomiglia un granché al personaggio storico: sembra piuttosto un’imitazione satirica del Duce come potrebbe realizzarla Maurizio Crozza».

«Da questo punto di vista l’operazione è ben riuscita, anche per il talento del bravo Luca Marinelli, che senza dubbio ha superato brillantemente la profonda ripugnanza che, a sentir lui, gli ha provocato il compito d’impersonare il fondatore del fascismo. Gli eccessi caricaturali della sua interpretazione mi hanno strappato diversi sorrisi, così come la rappresentazione schiettamente macchiettista (certo, a volte si tratta di macchiette crudeli) di parecchi personaggi di contorno: il re Vittorio Emanuele III, Gabriele D’Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti, Rachele Guidi (la moglie del Duce), Cesare Rossi, Italo Balbo. Non cadono in quel tipo di rappresentazione forse solo due figure: Margherita Sarfatti (amante di Mussolini) e Giacomo Matteotti»

«Quello che però manca quasi del tutto (a parte le inevitabili forzature e alcuni stravolgimenti della cronologia) sono le ragioni che permisero all’agitatore romagnolo di diventare un dittatore, e in primo luogo la statura politica del protagonista. Tutto si risolve nell’opportunismo estremo, nel fiuto animalesco, nell’uso intensivo della violenza più feroce. La personalità di Mussolini ebbe certamente tali caratteristiche, ma ad esse non si può ridurre, se non facendo un torto alla storia».

«Al Mussolini dell’«M» televisivo manca del tutto lo spessore storico», ha scritto Carioti. «Come è stato scritto, sembra un cattivo dei fumetti o dei cartoni animati, e nemmeno dei migliori».

Uno spettacolo fuorviante

Gianni Oliva sul Messaggero Veneto ha usato parole molto più severe: «Da spettatore, l’ho trovata noiosa, senza ritmo e senza nessi; da storico, fuorviante e, come tutti i fraintendimenti sul passato, insidiosa. La miniserie tv su Mussolini è una fiction che gioca a travestirsi da documentario, ma colleziona stereotipi scontati, pretende di spiegare tutto senza fare comprendere nulla, offre un’impostazione caricaturale del Duce, di Vittorio Emanuele III, della guerra civile 1919-22».

Su Mussolini, ha scritto Oliva, «il ritratto offerto dalla fiction è quello di un uomo dalle idee confuse e dalla libidine esasperata, pronto ad affermare tutto e il contrario di tutto, geloso della popolarità di D’Annunzio, alternativamente depresso, velleitario, impaurito, arrogante».

«Ognuno di questi spunti ha un fondamento di verità, ma il personaggio non è stato una somma di difetti e di stati d’animo: è stato l’interprete di un’Italia che usciva dalla Grande Guerra profondamente trasformata nel suo tessuto sociale e culturale, con le masse popolari proiettate dal conflitto in una dimensione di protagonismo sino ad allora sconosciuta, con una crisi economica devastante e una vecchia classe dirigente liberale incapace di comprensione e di risposte».

«Mussolini», ha scritto ancora Oliva «ha intuito gli spazi politici che si aprivano e li ha percorsi con spregiudicatezza, combinando le violenze delle camicie nere con le interlocuzioni sociali, la promessa di rivoluzione con la conservazione degli equilibri, e ha legittimato sé stesso e il suo movimento come garanzia di stabilità». «Soprattutto, Mussolini ha capito che la Grande Guerra aveva lasciato un’eredità inedita, l’opinione pubblica: per la prima volta nella storia “tutti” avevano partecipato ad uno stesso evento e ne erano usciti con la consapevolezza di essere un soggetto collettivo».

«La sua forza è nata dal comprendere che l’affermazione di un regime autoritario in presenza di queste nuove condizioni, non poteva fondarsi solo sulla violenza: bisognava conquistare l’opinione pubblica, sedurla con falsi sogni, manipolarne il consenso. E su questa intuizione Mussolini ha costruito il modello di totalitarismo, fondato sulla repressione, ma anche sull’educazione dei giovani e sul controllo dell’informazione: è così che 45 milioni di italiani si sono trasformati in altrettanti milioni di fascisti».

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