Approfondimenti · 14 Giugno 2025
Perché Taiwan conta: il conflitto che potrebbe cambiare il nostro futuro
L’esperto di storia cinese Kerry Brown racconta il passato di Taiwan e come è diventata un simbolo delle tensioni globali che ci riguardano tutti
Per decenni, Taiwan è stata al centro di un equilibrio delicato: è una piccola isola sospesa tra le attenzioni di due grandi potenze mondiali, la cui identità è stata rimodellata dalla storia, dall’avvento della democrazia e dalle tensioni internazionali. Così l’isola è finita non solo al centro di una delle questioni geopolitiche più spinose, ma è diventata anche il simbolo di sfide più ampie, legate alla sovranità, alla sicurezza e ai valori che rappresenta.
In questa intervista esclusiva per il Circolo della Storia, ne abbiamo parlato con Kerry Brown, professore di Studi cinesi, direttore del Lau China Institute al King’s College di Londra e uno dei massimi osservatori della Cina e di Taiwan dal 1991. Già primo segretario all’ambasciata britannica di Pechino, ha scritto diverse opere sulla politica cinese e le relazioni internazionali.
In Italia sono già stati pubblicati: L’amministratore del popolo. Xi Jinping e la nuova Cina (LUISS University Press, 2018) e Cina. Progetto finale (LEG Edizioni, 2018). Recentissima è invece la traduzione italiana del suo ultimo libro, Perché Taiwan conta. Breve storia di una piccola isola che decide il nostro futuro (Einaudi, 2025) che ha fornito lo spunto per questa conversazione.

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Professor Brown, come è nata la questione di Taiwan alla fine della Seconda guerra mondiale?
Alla fine della Seconda guerra mondiale, la Repubblica Cinese era sotto il controllo del Partito Nazionalista. Durante la guerra, i comunisti avevano rappresentato una forza minore, ma avevano combattuto contro il Giappone insieme ai nazionalisti per salvaguardare l’unità nazionale.
Nel 1946 scoppiò una guerra civile fra le due fazioni, nazionalisti contro comunisti e con sorpresa di molti, nel 1949 furono i comunisti a prevalere, dando vita alla Repubblica Popolare Cinese, che esiste tutt’oggi. I nazionalisti, invece, si ritirarono sull’isola di Taiwan con circa 2 milioni di persone, dopo che l’isola – sotto dominio coloniale giapponese per cinquant’anni – era stata restituita alla Cina nel 1945.
Dal 1949 in poi, il governo nazionalista ha continuato a operare da Taiwan. In questo modo due governi rivali hanno entrambi rivendicato la legittimità sull’intera Cina. E questa è la situazione che, in una certa misura, dura ancora oggi.
Negli anni Novanta, però, con la transizione alla democrazia, Taiwan ha progressivamente abbandonato le sue pretese sul continente e sempre più cittadini hanno iniziato a identificarsi semplicemente come “taiwanesi”.
La Repubblica Popolare Cinese, invece, continua a considerare Taiwan parte integrante del proprio territorio e ha dichiarato che userà la forza per ottenere l’unificazione, se sarà necessario.
Taiwan è una piccola isola, con circa 20 milioni di abitanti. Perché è così importante per la Cina?
Penso che ci siano due ragioni principali.
La prima è simbolica. Taiwan rappresenta un ricordo vivissimo di ciò che i leader cinesi chiamano “il secolo dell’umiliazione”, ovvero le interferenze straniere negli affari interni della Cina. Per loro, la separazione di Taiwan è una conseguenza diretta di queste ingerenze, in particolare da parte americana. Per Xi Jinping e l’attuale leadership cinese, riunificare Taiwan fa parte della “missione storica” di riportare la Cina alla sua grandezza originarla e così renderla di nuovo “completa”.
La seconda ragione è strategica. Taiwan è stata definita “la più grande portaerei inaffondabile del mondo”, per la sua alleanza con gli Stati Uniti e le sue notevoli capacità militari. Si trova a soli 100 chilometri dalla costa cinese, e rappresenta quindi un problema per la sicurezza della Cina. È un po’ come se gli Stati Uniti avessero un avversario militare al largo delle proprie coste. La Cina vuole eliminare questa minaccia portando Taiwan sotto il suo controllo.

Uno dei temi centrali del suo libro è quello dell’identità. Sappiamo che l’identità non è qualcosa di immutabile, ma cambia nel tempo. Com’è cambiata quella taiwanese?
L’identità taiwanese è in realtà piuttosto complessa. Prima del 1949, la popolazione dell’isola era mista: circa il 5% era composto da popolazioni indigene, il resto era frutto di ondate migratorie dalla Cina avvenute nei secoli. Dopo la sconfitta dei nazionalisti, arrivarono sull’isola un milione e mezzo/due milioni di nuovi residenti dalla Cina continentale, che si aggiunsero ai circa 5 milioni di abitanti già presenti: fu un cambiamento che generò tensioni per decenni.
Culturalmente e linguisticamente Taiwan è cinese, ma con differenze profonde dalla Cina continentale, dall’accento a molte pratiche culturali.
Un passaggio cruciale ci fu poi quello degli anni Novanta, quando Taiwan divenne una democrazia. A differenza della Repubblica Popolare Cinese, l’isola sviluppò un sistema democratico vivace, con alternanza di potere, stampa libera e una società aperta.
La democratizzazione ha dunque rimodellato l’identità dei taiwanesi. Negli anni Novanta, molti di loro si identificavano come cinesi o cinesi-taiwanesi. Oggi la maggioranza si considera semplicemente taiwanese. Solo una piccola minoranza — il 2-3% — si identifica ancora come cinese. In altre parole, negli ultimi trent’anni c’è stata una trasformazione profonda.
Come mai?
Il cambiamento è cominciato negli anni Settanta e Ottanta. L’economia taiwanese cresceva, ma il sistema politico era ancora autoritario. Negli anni Ottanta iniziarono le riforme, anche perché gli Stati Uniti avevano spostato il baricentro della propria diplomazia da Taipei a Pechino, lasciando Taiwan più isolata.
Per sopravvivere, Taiwan aveva bisogno di una coscienza di sé più forte. Con la democratizzazione negli anni Novanta, si è avvicinata ai valori dell’Occidente: democrazia, liberalismo e libertà, in netto contrasto con Pechino.
Ma la politica è parte integrante della cultura e dell’identità: questa divergenza ha rafforzato l’identità taiwanese, che da allora si è ulteriormente radicata.

Il primo punto di svolta che lei cita nel suo libro è il cambiamento della politica americana negli anni Settanta. Come e perché cambiò la politica americana con Nixon? E quali furono le conseguenze per Taiwan?
Alla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti sostenevano i nazionalisti e continuarono a farlo anche dopo la loro sconfitta. Per vent’anni non ebbero rapporti diplomatici con Pechino, mantenendo i legami con Taiwan e sperando che i nazionalisti potessero riconquistare il continente.
Ma alla fine degli anni Sessanta, con Nixon e Kissinger, crebbe la consapevolezza che un paese grande come la Cina non potesse essere escluso dalla comunità internazionale. La storica visita di Nixon in Cina nel 1972 aprì la strada al riconoscimento ufficiale, che avvenne nel 1979 sotto Carter, con il passaggio dei rapporti diplomatici da Taipei a Pechino.
Fu una scelta di Realpolitik: bisognava interagire con un paese che rappresentava un quinto dell’umanità e, dopo le riforme di Deng Xiaoping, aveva anche un enorme potenziale commerciale. Ronald Reagan inizialmente era scettico, ma una volta eletto proseguì l’impegno con la Cina, compreso il contenimento della vendita di armi a Taiwan.
Taiwan a questo punto perse anche il suo seggio all’ONU. Però nel suo libro lei racconta che questo fu in parte frutto di una scelta degli stessi leader dell’isola.
In un certo senso sì. Negli anni Sessanta e Settanta, la vicenda fu segnata dalla rigidità di due leader: Mao Zedong, deciso a riprendersi Taiwan, e Chiang Kai-shek, che rifiutava ogni compromesso.
Per decenni, Taiwan (cioè la Repubblica Cinese) occupò il seggio cinese all’Onu. Fino a quando serviva una maggioranza di due terzi per cambiare le cose Taiwan bloccò ogni tentativo di modificare questa situazione. Alla fine degli anni Sessanta però la Repubblica popolare cinese riuscì a prevalere in seguito alla riforma del meccanismo di votazione e all’aumento dei consensi che raccoglieva soprattutto tra i paesi africani.
A Taiwan fu offerta la possibilità di restare all’Onu con uno status differente – come le due Coree oggi – ma Chiang Kai-shek si oppose. Ritirò del tutto Taiwan, rifiutando qualsiasi compromesso. Se avesse accettato, oggi la sua posizione internazionale potrebbe essere molto diversa.

Come già ha accennato, la democratizzazione di Taiwan rappresenta una svolta importante per l’identità taiwanese. Come ha influenzato invece la politica americana?
Ha reso molto più semplice per gli Stati Uniti sostenere Taiwan. Quando nel 1979 fu riconosciuta Pechino, gli Stati Uniti approvarono anche il Taiwan Relations Act, che prevedeva assistenza in caso di minaccia, pur senza un’alleanza formale.
All’epoca Taiwan era ancora un regime monopartitico, come la Cina, quindi il sostegno era basato su interessi strategici, non su valori condivisi. Ma con la fine della legge marziale, la nascita di partiti d’opposizione come il Partito Democratico Progressista (Dpp), e le elezioni democratiche degli anni Novanta, Taiwan divenne un alleato sulla base dei valori condivisi.
Oggi il sostegno degli Stati Uniti si giustifica non solo strategicamente, ma anche come difesa della democrazia. L’idea è che le democrazie debbano sostenersi a vicenda contro i regimi autoritari.
Che ruolo gioca invece l’industria dei semiconduttori taiwanese nell’attuale situazione?
È una questione storicamente più recente. Negli anni Ottanta, Taiwan investì molto nelle tecnologie. Morris Chang, nato in Cina e formatosi negli Stati Uniti (alla Texas Instruments), tornò e fondò la Tsmc, la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company.
Oggi Tsmc produce i semiconduttori di maggior qualità al mondo. Ho avuto l’occasione di visitare uno dei loro stabilimenti a Taipei ed è davvero impressionante.
C’è chi sostiene che la dipendenza globale dai chip taiwanesi dissuada la Cina da un attacco. Altri pensano che la Cina attaccherebbe comunque. Io credo che Pechino difficilmente attaccherà, non tanto per i chip, ma perché il costo economico e politico sarebbe altissimo.
Resta il fatto che la dipendenza globale da questi semiconduttori rende la stabilità di Taiwan una questione non solo geopolitica, ma anche geo-economica.

Arriviamo dunque al rischio di una guerra. Nell’ultimo capitolo del libro lei sostiene che sarebbe un disastro non solo per Cina e Taiwan, ma per il mondo intero. Lei propone come soluzione quella di mantenere lo status quo ambiguo in cui ci troviamo ora. Perché?
L’unica politica che ha funzionato negli ultimi cinquant’anni è quella della cosiddetta “Unica Cina”. Gli Stati Uniti e gli alleati riconoscono Pechino come governo legittimo della Cina, ma non accettano l’uso della forza contro Taiwan, insistendo su una risoluzione pacifica.
Questa politica è volutamente ambigua: riconosce “una sola Cina” ma non specifica quale sia il governo legittimo di Taiwan. È una politica confusa, ma che ha garantito stabilità.
Grazie a questa ambiguità, abbiamo evitato guerre e spargimenti di sangue come quelli tra Israele e Gaza o tra Russia e Ucraina. Se gli Stati Uniti o l’Europa riconoscessero ufficialmente Taiwan come stato indipendente, quasi certamente la Cina reagirebbe, forse anche con un’azione militare, perché considera questa come una linea rossa da non superare.
Allo stesso tempo, se la Cina invadesse Taiwan, potrebbe conquistarla, ma a un prezzo politico ed economico enorme.
Dunque, l’unica soluzione pratica per ora è mantenere lo status quo. Forse fra cinque, dieci o vent’anni emergerà un’alternativa migliore. Ma oggi, qualunque mossa drastica comporterebbe rischi inaccettabili.

Kerry Brown è docente di Chinese studies e direttore del Lau China Institute al King’s College di Londra; è stato inoltre Segretario presso l’ambasciata britannica a Pechino. Si occupa di Cina e Taiwan dal 1991 e ha pubblicato diversi libri sul tema.
Perché Taiwan conta. Breve storia di una piccola isola che decide il nostro futuro (Einaudi, 2025) è il suo ultimo libro.
L’intervista è stata realizzata dalla redazione del Circolo della Storia
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