Approfondimenti · 21 Marzo 2026
Si fa presto a dire “strategia della tensione”
Origini, evoluzioni e controversie di un’espressione entrata nel linguaggio comune ma ancora al centro di un confronto aperto tra gli storici
La cosiddetta “strategia della tensione” è un tema di interesse non soltanto storico, ma anche giudiziario, che ricorre spesso nel dibattito pubblico. Secondo l’Enciclopedia Treccani, per “strategia della tensione” si intende una «strategia eversiva basata principalmente su una serie preordinata e ben congegnata di atti terroristici, volti a creare in Italia uno stato di tensione e una paura diffusa nella popolazione, tali da far giustificare o addirittura auspicare svolte di tipo autoritario».
Tuttavia tale fonte, ancorché autorevole, non è sufficiente poiché, come vedremo, la matrice, lo scopo, il campo di applicazione e l’arco cronologico della “strategia della tensione” sono questioni aperte e controverse. E lo sono assai più di quanto possa pensare chi è informato in materia solo per mezzo di stampa e televisione, sedi nelle quali sovente impera la dietrologia.
Storia di una locuzione
La locuzione “strategia della tensione” apparve per la prima volta all’indomani del sanguinoso attentato del 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana a Milano e, presto, fu abbinata alla tesi della “strage di Stato”, che diede il titolo ad un pamphlet del 1970 divenuto «una sorta di Bibbia per la sinistra extraparlamentare» (B. Tobagi).
Attraverso i decenni, l’espressione “strategia della tensione” è stata reinterpretata in chiave prettamente anticomunista e così si è aperta la strada alla sua utilizzazione in riferimento a molteplici contesti, sempre più estesamente, fino a inglobare tutti i fenomeni di stragismo, eversione e lotta armata che hanno funestato la storia del Paese, ivi compreso il terrorismo “rosso”, di cui si è disconosciuta la genuinità. Sono stati messi nel calderone anche i delitti di Cosa Nostra: ultima in ordine di apparizione finora, una monografia dell’ex-senatore e studioso Miguel Gotor, L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna 1979-1980, Einaudi, 2025. Di conseguenza, è saltata anche la periodizzazione originaria.
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Circa il termine a quo, l’elaborato Il terrorismo, le stragi e il contesto storico-politico depositato nel 1995 in Commissione Stragi dal suo presidente Pellegrino si apriva evocando un «nodo siciliano» che dai tempi dello sbarco degli Alleati in Sicilia univa mafia e potere politico in funzione anticomunista. Sulla sua scia, uno storico politicamente impegnato, Nicola Tranfaglia, aggiunse che i decenni ‘50 e ‘60 sarebbero stati di «incubazione e preparazione» delle stragi e degli atti terroristici degli anni 1969-1984 (Storia dell’Italia repubblicana volume III, tomo 1, Einaudi, 1997).
Il termine ad quem sarebbe l’anno 1992 degli omicidi dei magistrati Falcone e Borsellino che – a detta del senatore ex-pm Roberto Scarpinato, del giornalista Marco Travaglio e di altri – andrebbero attribuiti non soltanto alla mafia ma anche ai “neri”. Marco Grispigni ha osservato che la lettura di Tranfaglia «non trovò significativi consensi in ambito storiografico» ma «sembra ritornare con forza» in ambito politico e in quello giudiziario, nei processi per la strage del 1980 (Strategia della tensione. Utilità e danno di un concetto abusato, Viella, 2025, pp. 39-40). Grispigni si ferma qui, ma questo «rimbalzare» (p. 39) la dice lunga e sarebbe da approfondire.
Merita particolare attenzione l’incorporazione all’interno della “strategia della tensione” anche di fenomeni che non sono criminosi, teorizzando una sua evoluzione da una prima fase a una seconda fase più subdola dal 1974 in avanti. Farebbero parte della seconda fase l’anticomunismo, non importa se praticato con mezzi leciti o sanguinosi, e i progetti di riforma della Costituzione benché essa, come è noto, ammetta revisioni di ogni suo punto fuorché l’abbandono della forma repubblicana dello Stato.
Tra i pionieri di tale teoria evolutiva, Francesco M. Biscione (I poteri occulti, la strategia della tensione e la loggia P2, nel volume III dell’opera collettanea L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, 2003, Rubbettino editore). Tale commistione è fuorviante, perché spaccia per minaccia alla democrazia anche ciò che non lo era, e si presta ad essere strumentalizzata per delegittimare gli allora avversari del PCI e i loro discendenti. Giova puntualizzare che se il PCI non arrivò al governo non fu a causa delle stragi o del brigatismo rosso, bensì perché non vinceva le elezioni e non costruì un sistema di alleanze competitivo con quello che ruotava intorno alla DC.
Al giorno d’oggi, i mutamenti del concetto di “strategia della tensione” sono alimentati soprattutto da nuovi processi penali; in primis quelli riguardanti la strage del 2 agosto 1980 a Bologna. I giudici felsinei, nella loro ricostruzione del contesto dell’epoca del grave crimine, sono stati influenzati più dallo stragista fascista Vincenzo Vinciguerra, responsabile dell’attentato di Peteano, che dagli studi storici, di cui nella mastodontica sentenza di primo grado del “processo-mandanti” (o “processo Bellini”) mostrano conoscenza molto limitata e parziale.

Definizioni diverse
Tutti questi sviluppi inducono gli storici a fare il punto della situazione. Un esempio da questo punto di vista è il già citato volume di Grispigni. Esso, pur non recando grandi scoperte, aiuta il lettore illustrando e discutendo le interpretazioni correnti. È un libro di riflessioni anche Le stragi sono tutte un mistero, di Benedetta Tobagi, edito da Laterza nel 2024.
Tra i contributi di Grispigni e Tobagi c’è dunque un’analogia, ma ci sono altresì rilevanti differenze nel merito e nel metodo. Quella saliente, a mio modo di vedere, è che Grispigni procede con l’apertura mentale e la disponibilità al confronto che non dovrebbero mai mancare, mentre Tobagi di fronte a tesi contrarie alle sue si scandalizza, le presenta alla stregua di «punzecchiature o vere e proprie provocazioni» e protesta contro chi i confronti li organizza (pp. 111, 117, 123-124 e passim).
Grispigni ritiene corretto parlare di “strategia della tensione” «esclusivamente per la strage di Piazza Fontana e gli attentati [minori] che la precedono» (p.15), non per le altre bombe fasciste degli anni fino al 1974 e tanto meno per l’attentato del 2 agosto 1980 a Bologna o per la lotta armata praticata da Brigate Rosse e altri gruppi comunisti rivoluzionari. Il suo giudizio è integrabile con quello del massimo esperto italiano di esplosivi, Danilo Coppe: tra la bomba di Piazza Fontana e le successive non ci fu «un filo conduttore tecnico (…) la stessa mano» (Crimini esplosivi, Mursia, 2020).
Tornando a Grispigni, egli rimarca che sono «numerosi gli storici» i quali contestano l’uso estensivo del concetto di “strategia della tensione”, anche se le loro posizioni sono emarginate nel dibattito pubblico, improntato al sensazionalismo e al semplicismo (pp. 62-63). Le inchieste parlamentari, affette da contrastanti interessi politici di parte, non hanno saputo fare da contrappeso e i loro esiti sono stati insoddisfacenti (p. 46).
Mirco Dondi (L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974, Laterza, 2023), Tobagi e altri studiosi vanno assai oltre il 1969, tuttavia distinguono già tra la bomba di Piazza Fontana e le bombe del 1974: strage «di “provocazione” o di “mistificazione”» l’una, «stragi di “vendetta” o di “intimidazione”» le altre (Dondi, p. 335; Tobagi, p. 99).
Trascurano, però, la causa della vendetta o intimidazione: la repressione da parte dello Stato, che nel 1973 aveva sciolto Ordine Nuovo e a inizio 1974 aveva messo sotto processo Avanguardia Nazionale. Si tratta di un dato decisivo per la comprensione non solo degli attentati del 1974, ma dello stragismo nel suo complesso. Dondi e Tobagi, poi, reputano che rientri nella “strategia della tensione” la strage del 1980 a Bologna, sebbene la disomogeneità tra quest’ultima e le stragi precedenti sia ancora più grande di quella tra l’attentato di Piazza Fontana e gli attentati del 1974.
Grispigni nota (p. 76) che nella visione dei giudici di Bologna «l’intervallo fra il 1974 e il 1980 non è considerato come tale» perché «viene sposata completamente la tesi che legge l’emergere del terrorismo di sinistra, e in particolar modo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, come parte della stessa strategia». A mio avviso, colmare le distanze tra le stragi “nere” tirando in ballo le BR, e rilanciando l’infelice idea che esse fossero fasciste sotto mentite spoglie, equivale a mettere una toppa peggiore del buco.
Piuttosto, sarebbe ora di escludere la strage del 2 agosto 1980 dalla “strategia della tensione”. E, alla luce dell’emersione delle gravi minacce ripetutamente indirizzate all’Italia nel corso del 1980 dal Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, organizzazione che notoriamente compiva attentati, di superare le preclusioni dei giudici di Bologna contro la cosiddetta “pista palestinese” ed esplorare anch’essa.

La strategia dei fascisti
Gli studi sulle trame golpiste stanno confermando che esse furono poca cosa e che la grande maggioranza dei militari italiani era indisponibile ad avventure di tipo autoritario (cfr. Jacopo Lorenzini, I colonnelli della Repubblica. Esercito, eversione e democrazia in Italia 1945-1974, Laterza, 2025. Una riprova, a ben vedere, viene anche da F. M. Biscione Dal golpe alla P2. Ascesa e declino dell’eversione militare 1970-1975, Castelvecchi 2022, malgrado gli sforzi dell’autore di dimostrare l’opposto). Si conferma altresì che non le volevano neanche gli Stati Uniti. Non era un vincolo di lealtà nei loro confronti a muovere i pochi ufficiali italiani propensi a operazioni del genere.
Si resta perplessi quando si legge che Piazza Fontana sarebbe stata voluta dallo establishment per incolpare l’estrema sinistra (ad esempio Grispigni, p.86), anziché dai fascisti per tentare di disintegrare l’establishment, come anelava Franco Freda. Il suo principale complice, Giovanni Ventura, tentò di addossare la responsabilità alle istituzioni, non all’estrema sinistra.
Considerato che nel 1969, prima del giorno di Piazza Fontana, erano avvenuti molteplici attentati minori i quali, più tardi, risultarono essere stati in maggioranza di marca fascista – ma mezza dozzina opera di anarchici – si può convenire con Grispigni che in quei mesi una “strategia della tensione” ci fu, a condizione però di chiarire che essa fu attuata dai fascisti, non dallo Stato.
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