Approfondimenti · 13 Dicembre 2025

Gli antichi inquinavano? La storia dimenticata della questione ambientale

Dalle acque contaminate delle città romane ai fumi delle attività minerarie, le fonti greche e latine mostrano come il rapporto tra uomo e natura fosse già segnato da sfruttamento, rischi per la salute e primi tentativi di regolazione, molto prima dell’età industriale

di Anna Monte

Nel 1962, Rachel Carson, biologa marina e pioniera dell’ambientalismo moderno, scriveva in Primavera silenziosa:

“Il più allarmante assalto, fra tutti quelli sferrati dall’uomo contro l’ambiente, è la contaminazione dell’aria, del suolo, dei fiumi e dei mari con sostanze nocive e talvolta mortali. […] C’è mai qualcuno disposto a sostenere che sia possibile disseminare una tale quantità di veleni sulla superficie della Terra senza nuocere a tutto ciò che vive?”.

Carson si riferiva all’utilizzo massivo e indiscriminato di pesticidi (in particolare DDT) nell’agricoltura americana della metà del secolo scorso, e alle loro conseguenze nefaste sulla salute di animali ed esseri umani. Il suo libro contribuì alla nascita di una forte campagna popolare che portò alla messa al bando del DDT negli anni Settanta.

Eppure, circa 2000 anni prima, nel I secolo d.C., lo scrittore e naturalista romano Plinio il Vecchio metteva nero su bianco, nella Naturalis Historia, idee non tanto diverse:

“Noi avveleniamo i fiumi e gli elementi naturali, e la stessa aria, che ci è indispensabile per vivere, noi finiamo col volgerla a nostra rovina. […] Ammettiamo dunque la nostra colpa, noi che nemmeno ci contentiamo dei veleni che si trovano in natura: quanto più grande è infatti il numero dei veleni che prepariamo con le nostre mani!”

Le parole di Plinio suonano “moderne”: non ce le aspetteremmo da qualcuno vissuto in un mondo privo di plastica e combustibili fossili. Eppure, l’essere umano ha lungo tutta la sua storia sfruttato l’ambiente a proprio vantaggio e ha, in un modo o nell’altro, inquinato.

I veleni a cui si riferisce Plinio ovviamente non sono i pesticidi di Rachel Carson, e non possiamo comparare la portata dell’inquinamento odierno con quella dell’epoca preindustriale: sono cambiate le sostanze inquinanti, oggi più potenti e resistenti nel tempo.

Ma quindi, quali erano i “veleni” dell’epoca di Plinio?

Acque torbide

Le fonti antiche, sia greche sia latine, descrivono vari problemi ambientali legati ad attività umane, tra cui inquinamento di acqua e aria, deforestazione, consumo eccessivo di risorse, sfruttamento di animali. La contaminazione delle acque rientra tra gli impatti ecologici meglio documentati: la disponibilità di acqua pura era riconosciuta come essenziale per il benessere fisico e per evitare il diffondersi di malattie, e veniva spesso tutelata anche a livello giuridico.

Le acque dei fiumi potevano essere contaminate da rifiuti, residui organici, escrementi, acque di scarico di abitazioni o di attività produttive. Da certi corsi d’acqua, soprattutto in prossimità delle città, poteva sollevarsi un lezzo sgradevole, come lamentavano diversi scrittori…

Nelle acque potevano ad esempio confluire i residui delle fullonicae, tintorie, in cui i vestiti venivano trattati con varie sostanze detergenti, tra cui prodotti minerali, argilla, zolfo e urina. Sembrerebbe controintuitivo lavare i vestiti con l’urina, ma questa veniva utilizzata per il suo contenuto di ammoniaca dal potere sbiancante e sgrassante. Non solo le fullonicae erano insopportabili all’olfatto, ma i loro dipendenti erano quotidianamente esposti ai vapori di ammoniaca e ai loro effetti nocivi sulla salute. Non sorprende che le autorità romane cercassero di regolare queste attività e spostarle possibilmente ai margini dei centri abitati.

Su un altro versante, il medico greco Galeno, vissuto nel II secolo d.C., sconsigliava il consumo di pesci pescati nei fiumi cittadini, perché riteneva che le loro carni assorbissero le sostanze nocive scaricate nelle acque in cui vivevano. Raccomandava invece i pesci di alto mare, dove le acque erano pulite e mosse dalle correnti. Oggi, a causa della contaminazione degli oceani con microplastiche e altre sostanze sintetiche, non potremmo dire lo stesso…

Inquinamento dell’aria e sostanze tossiche

Una “carota di ghiaccio” è uno stretto cilindro di ghiaccio prelevato dalle calotte polari o da ghiacciai. Questo singolare oggetto racchiude informazioni importanti per studiare l’evoluzione del clima nel passato e misurare i livelli di inquinamento atmosferico in determinate fasi della storia umana. Diverse analisi chimiche di “carote di ghiaccio” hanno dimostrato la presenza di un forte inquinamento atmosferico da piombo nell’antichità, in particolare nel periodo di maggiore prosperità dell’impero romano.

Questo inquinamento era provocato dalle attività minerarie e metallurgiche necessarie per estrarre argento e piombo, attività che sprigionavano quantità considerevoli di questo contaminante nell’atmosfera. Alte concentrazioni di piombo sono state riscontrate anche in scheletri umani dell’epoca.

Oltre a questi dati, alcuni autori antichi avevano osservato sintomi di intossicazione da piombo nei minatori e intuivano i potenziali rischi per la salute provocati dalle condutture idriche di piombo. Tuttavia, la maggior parte della popolazione era all’oscuro della tossicità di un metallo presente ovunque, ad esempio nei materiali da costruzione, nelle stoviglie, nelle pitture, nei cosmetici e nei medicinali antichi.

La combustione di legno e carbone in ambito domestico, per cucinare e riscaldare le case, e in ambito artigianale, ad esempio nelle officine metallurgiche, era un’altra fonte di inquinamento: ci possiamo immaginare una bella cappa di fumo nero aleggiare sopra i centri urbani più popolosi, come Roma… Questi combustibili erano anche causa di intossicazione.

Ancora oggi la cronaca riporta isolati casi di intossicazione da monossido di carbonio. È verosimile che in antichità questi episodi fossero frequenti, soprattutto in ambienti mal ventilati. Si ritiene che le donne ne fossero particolarmente esposte, dato che passavano più tempo in casa e in cucina.

Gli antichi avevano una “coscienza ecologica”?

Plinio e altri autori antichi riconoscevano alcuni danni causati dall’uomo sull’ambiente e sottolineavano l’importanza del rispetto della natura, perché essa fornisce all’essere umano i mezzi per vivere e prosperare. Non possiamo tuttavia attribuire agli antichi una “coscienza ecologica” paragonabile alla nostra. Il termine “ecologia” nemmeno esisteva, dato che è un conio moderno dal greco antico.

Innanzitutto, la maggior parte della popolazione non si accorgeva e non si interessava ad eventuali problemi ambientali. Plinio e gli altri appartenevano ad una élite intellettuale che veniva a conoscenza di questi problemi e ci ragionava sopra. Inoltre, il riciclo e la minimizzazione degli sprechi erano pratiche naturali e necessarie prima dell’avvento dell’”usa e getta”. Gli antichi avevano anche un interesse economico nel tutelare la natura, perché essa forniva le risorse da cui dipendeva la loro prosperità: cibo, acqua, legno, metallo, pietra, gli elementi su cui si fondava la ricchezza dei loro imperi.

Infine, rimane il fatto che le fonti antiche di inquinamento fossero in buona parte di natura organica. Esse non avevano quella capacità di accumularsi e di resistere nei secoli che ha una bottiglietta di plastica che galleggia tra le onde del mare.


PERCORSO DI LETTURA – libri per chi vuole approfondire

  • Paolo Fedeli, La natura violata. Ecologia e mondo romano, Palermo: Sellerio 1990.
  • Maurizio Bettini, Arrogante umanità. Miti classici e riscaldamento globale, Torino: Einaudi 2025.
  • Orietta Dora Cordovana, Environmental Thought in the Graeco-Roman World, Berlino: De Gruyter 2024.
  • Orietta Dora Cordovana – Gianfranco Chiai, Pollution and the Environment in Ancient Life and Thought, Stoccarda: Franz Steiner Verlag 2017.

© Riproduzione riservata

Avatar
Anna Monte

È ricercatrice e Marie Skłodowska-Curie Fellow alle università di Udine e di Basilea. Ha collaborato a progetti di ricerca in papirologia al Museo Egizio di Berlino e alle università di Roma (Sapienza) e di Udine. Si occupa dello studio di papiri greci rinvenuti in Egitto, soprattutto di argomento medico e farmacologico, e all’indagine delle interazioni tra ambiente e salute umana nell’antichità.

Scopri tutti gli articoli