16 Maggio 2026

Misteri, eccessi e complotti. L’incredibile parabola dei Cambridge Five

Reclutati dall’intelligence sovietica negli anni Trenta, Philby, Maclean, Burgess, Blunt e Cairncross penetrarono per anni nel cuore dello Stato britannico, trasformando il tradimento in uno dei più clamorosi casi di spionaggio del Novecento

di Harvey Klehr

Con il nome di Cambridge Five ci si riferisce al gruppo composto da Kim Philby (nome in codice: Stanley), Guy Burgess (Hicks), Donald Duart Maclean (Homer), Anthony Blunt (Johnson) e John Cairncross (Liszt). Sono i cinque inglesi reclutati dall’intelligence sovietica negli anni Trenta in uno dei bastioni dell’establishment educativo britannico (Cambridge, appunto). Per quasi due decenni riuscirono a insediarsi in posizioni di influenza nei media, al Foreign Office, nell’MI5, il servizio di sicurezza interno britannico, nell’MI6, il servizio di intelligence estero, e come collaboratori di ministri di gabinetto, condividendo con Mosca un flusso costante dei segreti che erano stati affidati loro.

Vennero meno a ciò che avevano giurato, tradirono i loro colleghi e il loro Paese; e le informazioni che fornirono portarono direttamente alla morte di centinaia, se non migliaia, di nemici dell’Unione Sovietica nei Paesi baltici e nell’Europa orientale. Al tempo stesso, consentirono ai loro capi a Mosca di ostacolare iniziative diplomatiche anglo-americane, programmi scientifici e operazioni di guerriglia.

Le loro imprese hanno affascinato generazioni di storici, inorridito e sconcertato molti di coloro che un tempo erano stati loro amici. Hanno ispirato un’ampia letteratura, tra libri e articoli, scritti per capire come fossero riusciti a sfuggire così a lungo al pericolo di essere smascherati, nonostante i numerosi indizi sulle loro attività fossero già a disposizione degli investigatori. Diversi romanzi, sceneggiati televisivi e opere teatrali – tra cui il ritratto di Guy Burgess a Mosca firmato da Alan Bennett (da poco tradotto in italiano da Adelphi con il titolo Una spia in esilio) – testimoniano il fascino che le loro azioni continuano a esercitare.

Ciascuno dei cinque è stato oggetto di almeno una biografia, due di loro scrissero autobiografie, e decine di libri hanno ricostruito le vicende dell’intero gruppo. Poiché tradirono l’establishment britannico di cui erano membri rispettati, le loro azioni finirono per sollevare interrogativi profondi: sul conflitto tra la lealtà verso gli amici e quella verso il proprio Paese; sulla disillusione nei confronti della democrazia maturata da una parte della generazione universitaria degli anni Trenta; e sulle fragilità, talvolta fatali, dei servizi di sicurezza britannici.

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Deutsch e Philby

Il reclutamento delle spie di Cambridge fu in larga parte il risultato della strategia elaborata da un solo uomo: un agente sovietico in servizio in Gran Bretagna di nome Arnold Deutsch. Nato in Austria in una famiglia ebraica della classe media, Deutsch conseguì un dottorato all’Università di Vienna, prima di lavorare come corriere per l’Internazionale Comunista, il Comintern. Entrò nell’NKVD nei primi anni Trenta.

Inviato in Gran Bretagna come agente illegale – cioè operativo senza immunità diplomatica – fu presentato a Kim Philby da un’amica austriaca. Sebbene Philby non avesse un accesso evidente a informazioni segrete, Deutsch riteneva che avvicinare e reclutare giovani studenti comunisti di grande talento, inducendoli poi a dare l’impressione di aver abbandonato le proprie convinzioni, avrebbe facilitato il loro ingresso nei ranghi dell’amministrazione pubblica: la loro adesione al comunismo ai tempi dell’università sarebbe stata liquidata come una fase giovanile.

Philby era figlio di un celebre ed eccentrico arabista. Si era radicalizzato a Cambridge; durante un viaggio a Vienna nel 1933, compiuto per sostenere i radicali austriaci messi alle strette dalla repressione, sposò Litzi Friedman, una militante comunista, per permetterle di fuggire con lui in Gran Bretagna. Convinto a intraprendere la carriera di agente comunista, Philby abbandonò quindi le organizzazioni di sinistra alle quali era stato affiliato e ottenne un impiego in un giornale di destra, riuscendo infine ad avere l’incarico di seguire la guerra civile spagnola, da dove scrisse articoli elogiativi sui ribelli franchisti.

Nel giugno 1940, il suo vecchio amico comunista dei tempi di Cambridge, Guy Burgess, orchestrò la sua assunzione nel Secret Intelligence Service.

Reclutamenti

Curiosamente, Philby non aveva giudicato Burgess un candidato particolarmente valido come possibile spia quando Deutsch gli aveva chiesto di suggerire nuove possibili reclute: lo riteneva inaffidabile e indiscreto. Figura carismatica, intellettualmente brillante e sessualmente aggressiva, Burgess era un omosessuale predatorio, dai gusti dissoluti e con una forte inclinazione al pettegolezzo.

La sua eccentricità ostentata aveva irritato Mosca, rendendola riluttante a reclutarlo, quando Burgess – insospettito dal fatto che due suoi amici di Cambridge, Philby e Donald Maclean, che era stato uno dei suoi amanti, avessero reciso i legami con il comunismo – affrontò quest’ultimo e, di fatto, spinse Deutsch quasi con il ricatto ad arruolarlo. Per diversi anni Burgess passò da un impiego all’altro, finché ottenne un incarico alla British Broadcasting Corporation, la BBC, che gli offrì una posizione ideale per coltivare contatti e raccogliere indiscrezioni.

Il primo nome che Philby suggerì a Deutsch come possibile spia fu quello di Donald Maclean. Figlio di un ministro liberale, Maclean era diventato comunista a Cambridge, dove aveva stretto amicizia con Philby. Nei primi anni dopo l’accettazione del lavoro clandestino, fu lui la più preziosa tra le spie di Cambridge, anche grazie alla sua assunzione al Foreign Office.

Durante il colloquio di lavoro gli fu chiesto conto della sua aperta attività comunista a Cambridge; Maclean ammise le proprie azioni e riconobbe di non essersi ancora liberato del tutto delle vecchie idee. Fu assunto comunque e iniziò una carriera brillante, che lo portò a prestare servizio in Francia, negli Stati Uniti e in Egitto.

Quando gli fu chiesto di suggerire altri possibili reclutamenti, Burgess, come suo solito, se ne uscì con una lista di duecento persone con cui aveva avuto rapporti. Tra loro c’era Anthony Blunt, uno storico dell’arte, figlio di un prete anglicano: un omosessuale più discreto di Burgess, convertito al marxismo proprio dal suo amico più giovane. Considerato più un intellettuale comunista che una vera spia operativa, Blunt fu impiegato inizialmente come talent scout.

Tra le persone che reclutò ci fu Michael Straight, un americano proveniente da una famiglia facoltosa e con legami politici con Franklin Roosevelt. Blunt spinse Straight a tornare negli Stati Uniti, dove i rapporti familiari gli procurarono un impiego al Dipartimento di Stato. Straight incontrò più volte un contatto sovietico e gli consegnò informazioni di basso livello, prima di prendere gradualmente le distanze dall’NKVD.

Il reclutamento più importante compiuto da Blunt fu quello di John Cairncross, uno scozzese cupo, proveniente da una famiglia della piccola borghesia. Brillante sul piano accademico, mal sopportava gli snobismi di chi si riteneva superiore a lui. Cairncross non frequentava gli stessi ambienti sociali degli altri quattro membri della rete; pur sapendo che anche loro lavoravano per l’Unione Sovietiica, i suoi incarichi lo portarono raramente a contatto con loro.

Lo spionaggio

Nell’autunno del 1941, l’investimento di Deutsch nel reclutamento di giovani comunisti di talento sembrava cominciare a dare i suoi frutti. Philby era nell’MI6, il servizio che operava all’estero; Blunt nell’MI5, responsabile della sicurezza interna in Gran Bretagna; Maclean al Foreign Office; Burgess alla British Broadcasting Corporation, la BBC; e Cairncross era segretario di un membro del governo.

Maclean, astro nascente del Foreign Office, approfittò delle maglie larghe della sicurezza per sottrarre dal suo ufficio un numero tale di documenti che i suoi referenti sovietici non riuscivano a copiarli al ritmo con cui arrivavano. Tra gli altri colpi messi a segno, Cairncross trasmise a Mosca un rapporto top secret sul programma britannico per la bomba atomica.

Blunt era vicino al vicedirettore dell’MI5 e aveva accesso a informazioni preziose, come il rapporto del debriefing di Walter Krivitsky, disertore sovietico. Philby era stato assunto dall’MI6 nonostante un rapporto investigativo segnalasse che era stato comunista a Cambridge: l’informazione fu liquidata con leggerezza come “roba da ragazzini”. Una verifica dell’MI5 su Burgess lo aveva respinto a causa della sua promiscuità e dei suoi legami comunisti, ma non gli impedì di entrare alla BBC, di lavorare poi brevemente per l’MI6, né di approdare al Foreign Office nel 1944.

Dalle loro diverse posizioni, le spie di Cambridge fornirono all’Unione Sovietica una quantità enorme di informazioni. Nel 1942 Cairncross ottenne un incarico a Bletchley Park, dove i crittografi britannici decifravano i messaggi tedeschi cifrati con Enigma, e ne passò copie trafugate ai suoi referenti sovietici.

Blunt supervisionava le attività dell’MI5 per sorvegliare i diplomatici stranieri a Londra e trasmise comunicazioni tra il governo polacco in esilio e le forze della resistenza clandestina anticomunista.

Al Foreign Office, Burgess lavorava come referente per la stampa estera, con accesso a materiale ufficiale riservato. Maclean divenne secondo segretario all’ambasciata britannica a Washington nel 1944, posizione dalla quale fornì copie della corrispondenza tra Winston Churchill e Franklin Roosevelt. Philby, intanto, riuscì a manovrare fino a ottenere la guida di una sezione dell’MI6 che si occupava di controspionaggio anticomunista.

Sospetti incrociati

Paradossalmente, le spie di Cambridge furono sottoposte a controlli molto più severi sulla loro lealtà da parte dei loro datori di lavoro sovietici che dal controspionaggio britannico. Sebbene verifiche superficiali sul loro passato avessero fatto emergere indizi di simpatie comuniste a Cambridge, l’intuizione di Deutsch – cioè che tutto sarebbe stato liquidato come una fissa giovanile o una moda intellettuale – si rivelò corretta.

Philby si era separato da tempo dalla moglie comunista. Quando la sua amante stava per dare alla luce il loro quarto figlio, chiese aiuto al capo dell’MI6 per facilitare il divorzio. Pur disponendo di informazioni secondo cui Litzi non era soltanto comunista, ma probabilmente lavorava per l’intelligence sovietica, quel funzionario non fece nulla.

Quando Stalin, alla fine degli anni Trenta, epurò le sue organizzazioni di intelligence per le loro presunte inclinazioni trotzkiste, anche le spie di Cambridge finirono nel mirino di Mosca, mentre molti dei loro referenti furono richiamati a Mosca e assassinati. Per qualche tempo persero i contatti con l’NKVD.

Nel 1941 un analista dell’NKVD concluse che probabilmente stavano facevano il triplo gioco: fingevano di essere comunisti e spie sovietiche, ma lavoravano in segreto per i britannici. Convinti che l’intelligence britannica avesse reclutato spie in Unione Sovietica, l’NKVD e lo stesso Stalin considerarono la ripetuta insistenza del gruppo di Cambridge sul contrario come una prova del loro tradimento.

Il loro stesso successo nel carpire segreti, e il fatto che riuscissero a cavarsela come spie nonostante tecniche operative molto approssimative, apparivano ai paranoici sovietici come la prova che fossero agenti infiltrati. Per quasi due anni, dal 1943 al 1945, i sovietici arrivarono persino a sorvegliare Burgess, Blunt e Philby, nel tentativo di coglierli mentre incontravano i loro presunti referenti britannici.

Durante e dopo la Seconda guerra mondiale, le spie di Cambridge – in particolare Philby – consegnarono ai sovietici informazioni sui partigiani anticomunisti in Polonia, Ucraina, Lituania e Albania, consentendo all’NKVD di soffocare i tentativi di opporsi al dominio sovietico nei loro Paesi. Cairncross identificò gli scienziati impegnati nella costruzione della bomba atomica, mentre Maclean tenne l’Unione Sovietica costantemente informata sui dettagli del Progetto Manhattan.

Guy Burgess nel 1935

Gli eccessi

Dopo oltre un decennio di attività di spionaggio coronata dal successo, la fortuna delle spie di Cambridge cominciò però a esaurirsi con la fine della Seconda guerra mondiale. Diversi disertori dell’intelligence sovietica rivelarono la vasta infiltrazione sovietica nei governi alleati durante il conflitto. Un altro potenziale disertore, Constantine Volkov, alto ufficiale dell’NKVD di stanza in Turchia, avvicinò i britannici offrendo di identificare numerose spie britanniche, fornendo anche vari indizi che puntavano a Philby, Maclean e Blunt, pur senza nominarli. A occuparsi del suo interrogatorio fu incaricato proprio Philby. Questi riuscì però a ritardare il viaggio in Turchia, concedendo ai sovietici il tempo necessario per rapire Volkov e sua moglie e riportarli a Mosca.

Le pressioni accumulate in anni di doppia vita finirono però per logorare le spie. Philby, da sempre forte bevitore, conduceva ormai apertamente relazioni extraconiugali. Maclean, inviato in Egitto come consigliere – il più giovane del Foreign Office a ricoprire quel ruolo – si abbandonava a sbronze furiose, durante una delle quali lui e un amico in visita devastarono l’appartamento di un collega al Cairo. Arrivò persino a tentare di strangolare la moglie. Rimandato in Inghilterra per ricevere cure mediche, fu inspiegabilmente promosso. Burgess divenne sempre più trasandato, beveva pesantemente e sviluppò una dipendenza dall’eroina.

Con l’intensificarsi della caccia alle spie, un aiuto arrivò dagli sforzi americani per decifrare i messaggi in codice inviati tra Mosca e le ambasciate e i consolati sovietici negli Stati Uniti. Il programma, chiamato Venona Project, prese lentamente slancio via via che, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, veniva decifrato un numero crescente di messaggi, permettendo di identificare diverse spie sovietiche.

Ancora considerato affidabile e ritenuto un possibile futuro capo dell’MI6, nel 1949 Philby fu assegnato a Washington come ufficiale di collegamento britannico con l’intelligence americana. Lì ebbe accesso a informazioni secondo cui il Venona Project era vicino a identificare una spia britannica di alto livello: Philby capì che si trattava di Maclean. Sapendo che Maclean sarebbe stato smascherato nel giro di poco tempo, Philby coinvolse Burgess – che in quel periodo viveva con lui a Washington – in un disperato tentativo di tornare in Gran Bretagna per avvertirlo che doveva fuggire in Unione Sovietica.

Burgess mise in atto una serie di provocazioni pensate per indurre le autorità americane a espellerlo, o quelle britanniche a rimandarlo a casa con disonore. Fermato più volte per guida in stato di ebbrezza ed eccesso di velocità, arrivò anche a insultare pubblicamente la moglie di un alto funzionario dell’intelligence. Prima della partenza, Philby lo avvertì di non seguire Maclean nella fuga verso l’Unione Sovietica. Burgess però ignorò il consiglio e i due ripararono oltre la Cortina di ferro.

Negare l’evidenza

La scomparsa di Burgess e Maclean gettò l’intelligence britannica nell’incredulità e nella negazione. Alti funzionari dell’MI5 si resero conto che gli indizi puntavano all’esistenza di altre spie – soprattutto Philby e Blunt – ma rimasero paralizzati dal timore che una piena ricostruzione dei fatti potesse danneggiare i rapporti con l’intelligence americana. A Blunt fu persino consentito di essere presente durante la perquisizione dell’appartamento di Burgess; riuscì così a nascondere lettere compromettenti.

Anche Cairncross negò tutto durante un interrogatorio e gli fu permesso di lasciare il Paese. Sotto pressione americana, Philby fu richiamato in patria; si dimise dall’MI5, ma sia lui sia Blunt tennero duro con sfrontatezza, negando ogni addebito. Quando un parlamentare indicò Philby come il “terzo uomo” della rete di spie, il primo ministro dichiarò pubblicamente che l’accusa era falsa e Philby rivendicò la propria assoluzione. Molti suoi colleghi dell’MI6 si rifiutarono di credere alla sua colpevolezza e lo sostennero; l’agenzia arrivò persino a riassumerlo dopo che si era trasferito a Beirut come giornalista.

Philby, però, non riuscì a evitare la resa dei conti finale. Un vecchio conoscente che in passato aveva tentato di reclutare, irritato dai suoi dispacci antisionisti dal Libano, si rivolse alle autorità.

La resa dei conti

Nel gennaio 1963 l’MI6 inviò a Beirut un vecchio amico e collega per affrontarlo, offrendogli l’immunità dall’azione penale in cambio di una confessione completa. Philby ammise di aver spiato, ma sostenne di essersi fermato nel 1946 e nascose ciò che sapeva su altre spie, a eccezione di Burgess e Maclean. Prima che potesse svolgersi un interrogatorio approfondito, fuggì dal Libano verso l’Unione Sovietica.

Anche Blunt fu tradito da un vecchio amico. Nominato dal presidente Kennedy alla guida del National Endowment for the Arts, Michael Straight confessò agli investigatori dell’FBI di essere stato reclutato da Blunt nello spionaggio sovietico. Messo di fronte a questa nuova prova e, come Philby, destinatario di un’offerta di immunità in cambio di una confessione, Blunt accettò. Negli anni successivi fornì con il contagocce una versione accuratamente ritoccata della propria attività di spia. Anche Cairncross, che viveva negli Stati Uniti, confessò ed evitò il processo.

Questi uomini non furono certo gli unici comunisti universitari ad accettare di lavorare per l’intelligence sovietica. Anche un gruppo di comunisti dell’Università di Oxford era stato arruolato.

Furono però i Cambridge Five a catturare l’immaginazione del pubblico a partire dal 1951, quando Maclean e Burgess fuggirono dalla Gran Bretagna. Il nome di Philby non emerse pubblicamente fino al 1955, anche se era stato costretto a dimettersi dall’MI6 già nel 1951. Né Cairncross né Blunt furono citati dalla stampa se non più di un decennio dopo. Quel lungo ritardo non fece che alimentare, a intervalli regolari, febbrili speculazioni giornalistiche su una vasta operazione di insabbiamento dell’infiltrazione dell’intelligence britannica da parte di spie sovietiche.

Nonostante i tentativi di mettere a frutto le informazioni ottenute da Cairncross e Blunt, l’intelligence britannica non riuscì a raccogliere materiale sufficiente, legalmente utilizzabile, per perseguire altri responsabili di attività di spionaggio. Nel disperato tentativo di nascondere l’entità dei danni provocati dai Cambridge Five, il governo minimizzò l’importanza degli incarichi che avevano ricoperto e dei segreti ai quali avevano avuto accesso. I loro colleghi, sconvolti, non erano in grado – né erano disposti – ad ammettere fino a che punto fossero stati ingannati da persone che consideravano amiche. Presunti esperti nell’acquisire e custodire segreti avevano ignorato numerosi indizi.

Il francobollo emesso nell’Unione Sovietica nel 1990 in ricordo di Kim Philby

Game over

Mentre circolavano voci su altre possibili spie, i giornalisti investigativi continuarono a interrogare e incalzare le fonti per scoprire chi altri avesse tradito il Paese. Le severe leggi britanniche sulla diffamazione limitarono le loro indagini, ma nel 1979 un’inchiesta indicò come spia una persona chiaramente identificabile in Blunt. La sua identità come “quarto uomo” della rete – dopo Burgess, Maclean e Philby – era ormai così evidente a un’ampia cerchia di persone che la prima ministra Thatcher confermò che Blunt era stato sospettato e che aveva confessato.

Blunt, ormai ridotto a un relitto fisico e mentale, fu privato delle onorificenze, compreso il titolo di cavaliere. Morì nel disonore nel 1983. Cairncross fu indicato pubblicamente come spia nel 1981 e identificato come il “quinto uomo” nel 1990; pubblicò un’autobiografia autoassolutoria prima di morire nel 1995.

Burgess, desideroso di tornare in Gran Bretagna, visse infelicemente a Mosca con un giovane amante fornitogli dal KGB, annoiato, solo e spesso ubriaco. Morì nel 1963. Maclean lavorò per un istituto sovietico, occupandosi di politica estera. Dopo che la moglie di Philby lo lasciò per tornare in Inghilterra, lui iniziò una relazione con la moglie di Maclean e i due andarono a vivere insieme. Alla fine Philby la lasciò per una donna russa.

Maclean morì nel 1983. Il KGB orchestrò la pubblicazione delle memorie di Philby, My Silent War, come parte di un’operazione volta a mettere in imbarazzo l’intelligence britannica nel 1968, e gli permise di viaggiare nei Paesi satelliti sovietici e di incontrare giornalisti occidentali, che intratteneva con racconti delle proprie imprese. Morì nel 1988, poco prima del crollo dell’impero sovietico che lui e i suoi compagni di spionaggio avevano lavorato così instancabilmente per sostenere.

Sebbene le spie reclutate all’Università di Cambridge negli anni Trenta fossero più di cinque, e sebbene coloro che sarebbero stati riuniti sotto l’etichetta dei Cambridge Five operassero spesso in modo indipendente, l’attenzione incessante della stampa britannica e la fame del pubblico per storie di complotti, tradimenti e insabbiamenti hanno consacrato Philby, Maclean, Burgess, Blunt e Cairncross alla storia come la rete di spie di maggior successo del XX secolo.

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Harvey Klehr

È professore emerito Andrew Mellon di Politica e Storia presso la Emory University. È uno dei principali esperti di comunismo americano e di spionaggio sovietico negli Stati Uniti. Tra i suoi libri più recenti: The Communist Experience in America: A Political and Social History; Spies: The Rise and Fall of the KGB in America; e Early Cold War Spies: The Espionage Trials That Shaped American Politics.

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