Approfondimenti · 24 Gennaio 2026
«L’Onu non è mai stata così in pericolo»
A ottant’anni dalla nascita dell’organizzazione, uno dei massimi studiosi di governance globale ripercorre origini, limiti strutturali e paradossi delle Nazioni Unite, spiegando perché, nonostante tutto, il mondo starebbe peggio senza
I Beatles cantavano: «Will you still need me, will you still feed me, when I’m sixty-four?» («Avrai ancora bisogno di me, mi darai ancora da mangiare, quando ne avrò 64 anni?). Nell’ottobre 2025 le Nazioni Unite hanno raggiunto l’onorevole età di 80 anni. Quali prospettive si aprono oggi per un’organizzazione nata nel Novecento?
In questi giorni ricorre anche l’anniversario della primissima Assemblea generale dell’ONU, tenutasi a Londra il 10 gennaio 1946. Per l’occasione abbiamo intervistato Thomas G. Weiss, Presidential Professor Emeritus di Scienze politiche al Graduate Center della City University of New York (CUNY) e Director Emeritus del Ralph Bunche Institute for International Studies.
Nel corso della sua carriera accademica, Weiss ha scritto o curato oltre 50 libri e circa 250 articoli e capitoli di volumi su organizzazioni internazionali, azione umanitaria, gestione dei conflitti, relazioni Nord-Sud e politica estera statunitense. È dunque anche uno dei più autorevoli esperti della storia delle Nazioni Unite. «Non ho mai visto una crisi così grave come quella attuale», racconta al Circolo della Storia.
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Professore Weiss, oggi l’Onu sembra spesso incapace di svolgere un ruolo significativo in uno scenario geopolitico sempre più instabile. Da dove nasce questa difficoltà?
Bisogna partire dalle fondamenta. In un sistema basato sulla sovranità degli Stati, un’organizzazione in cui i Paesi dispongono del potere di veto è inevitabilmente esposta a difficoltà strutturali. L’Unione europea lo sperimenta continuamente: su questioni cruciali è necessario l’accordo tra 27 Stati, e non è affatto semplice.
Nel caso delle Nazioni Unite, un’azione su pace e sicurezza internazionale richiede nove voti su quindici nel Consiglio di Sicurezza, a condizione che nessuno dei cinque membri permanenti eserciti il veto. In alcune occasioni – come durante la prima guerra del Golfo o nella fase iniziale dell’intervento in Libia – Mosca e Pechino si sono astenute. Oggi, al contrario, i veti arrivano da tutte le parti.
In altre parole, le organizzazioni internazionali sembrano funzionare solo finché gli Stati decidono che debbano funzionare. È questo che stiamo vedendo oggi con Trump?
Sì, ed è una questione molto seria. In passato gli Stati Uniti si sono già ritirati più volte da organizzazioni come l’Organizzazione internazionale del lavoro e l’Unesco. Oggi, se non sbaglio, dei 66 enti dai quali Trump ha annunciato che gli Stati Uniti si ritireranno, circa la metà appartiene al sistema ONU: dal Panel intergovernativo sul cambiamento climatico a UN Women, fino a vere e proprie agenzie delle Nazioni Unite.
Resta da vedere se l’intero sistema ONU potrà reggere senza la cooperazione di uno dei Paesi politicamente più influenti e finanziariamente più importanti. Le Nazioni Unite hanno attraversato molte crisi nella loro storia. Io ho la stessa età dell’ONU e, a ottant’anni, non ho mai visto una minaccia alla cooperazione internazionale così grave come questa.
Che cosa dobbiamo aspettarci ora?
In passato questi “scatti d’ira” di Washington sono sempre rientrati. Quando Biden tornò alla Casa Bianca, disse immediatamente: «L’America è tornata», e il mondo tirò un grosso sospiro di sollievo. È successo più volte: gli Stati Uniti facevano marcia indietro e le organizzazioni si riprendevano. Anche Mosca, dopo aver boicottato il Consiglio di Sicurezza nel 1951, tornò rapidamente sui suoi passi.
Oggi, però, non sono più così sicuro che accadrà lo stesso. In passato avrei detto plus ça change, plus c’est la même chose: il sistema resiste. Ma se l’ONU sopravviverà questa volta, potrebbe farlo come un guscio vuoto rispetto a ciò che era, e a ciò che si immaginava dovesse essere tra il 1942 e il 1945. Questa è una crisi più profonda, che cambia di giorno in giorno. Per i giornalisti è facile raccontare il presente; per chi studia la politica internazionale è molto più difficile capire cosa accadrà nel prossimo futuro.
Ma visto che siamo un Circolo della Storia, guardiamo al passato. Come nacquero le Nazioni Unite?
La fondazione delle Nazioni Unite rifletteva una consapevolezza – soprattutto da parte del presidente statunitense Franklin D. Roosevelt – secondo cui la cooperazione internazionale era indispensabile. Le “Nazioni Unite” non nacquero formalmente a San Francisco nel 1945, ma a Washington il 1° gennaio 1942, quando 26, poi 44, Paesi alleati firmarono la Dichiarazione delle Nazioni Unite.
Che tipo di sistema avevano in mente gli Alleati, in particolare Stati Uniti e Unione Sovietica?
L’istituzione nacque dalle rovine della Seconda guerra mondiale. Fu concepita come un’organizzazione in cui le grandi potenze avrebbero avuto un ruolo più prominente. Gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna e, in misura minore, la Cina avevano svolto un ruolo decisivo nella sconfitta del fascismo e dell’impero giapponese. La Francia aveva contribuito poco, ma era comunque considerata una grande potenza per via del suo impero coloniale.
Si pensava dunque che questi cinque Paesi – i “poliziotti” dell’ordine internazionale – dovessero assumere un peso politico, militare e finanziario maggiore. Questo principio non riguardava solo il Consiglio di Sicurezza, ma l’intero sistema ONU.
Questo approccio è sancito nella Carta dell’Onu.
Esatto. Ed è anche per questo che oggi le mie critiche non sono rivolte soltanto ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, ma al funzionamento complessivo dell’organizzazione. Tuttavia, l’ONU fu progettata deliberatamente in questo modo: quei Paesi avevano avuto un ruolo decisivo nella guerra e si riteneva dovessero continuare ad averlo anche dopo. E né Mosca né Washington avrebbero firmato la Carta senza il diritto di veto.
Quando iniziarono i problemi?
Quasi subito. Già nel 1948, con l’inizio della Guerra fredda. Poco dopo, nel 1949, il seggio cinese nel Consiglio di Sicurezza venne occupato da Taiwan anziché da Pechino. In breve tempo l’illusione di una cooperazione stabile tra le grandi potenze svanì.
L’unica eccezione fu la guerra di Corea, ma in circostanze molto particolari. Mosca stava facendo i capricci e boicottava temporaneamente il Consiglio di Sicurezza, e non poté quindi esercitare il veto contro un’operazione guidata dagli Stati Uniti sotto l’egida dell’ONU.
Dunque la Guerra fredda rese il sistema di fatto ingestibile.
Sì. Dopo di allora il conflitto tra i cinque membri permanenti divenne la norma. Dal 1971 in poi, con l’ingresso della Repubblica Popolare Cinese, si è spesso assistito a un equilibrio tre contro due: i Paesi occidentali da una parte, l’Unione Sovietica – oggi Russia – e la Cina dall’altra. Ma senza il veto né Washington né Mosca sarebbero mai entrate nelle Nazioni Unite.

Torniamo al presente. Quali sono oggi i problemi più gravi?
Kofi Annan parlava spesso di «problemi senza passaporto». Molte delle sfide più difficili – dal cambiamento climatico alle migrazioni, dalle pandemie al terrorismo, dalla finanza globale alle armi di distruzione di massa – sono transnazionali e richiedono risposte autenticamente globali. Eppure, l’autorità politica e le risorse restano nelle mani dei 193 Stati membri. Questo divario spiega risposte frammentarie e di breve periodo a problemi che richiederebbero invece visione strategica e impegno duraturo. È come se le Nazioni Unite soffrissero di quattro grandi patologie.
Può delineare le principali?
La prima è la comunità internazionale intesa come sistema di Stati sovrani, che risale ai Trattati di Vestfalia del 1648. L’uguaglianza degli Stati è la base dell’adesione all’ONU. Tuttavia, cresce il divario tra praticamente tutte le sfide globali che mettono a rischio la vita e i meccanismi decisionali internazionali. L’ONU resta infatti una roccaforte formidabile della sovranità statale, considerata sacrosanta. La maggior parte dei Paesi è restia ad accettare qualsiasi autorità centrale sovraordinata e una riduzione della propria autonomia. La sovranità statale resta intoccabile, anche se la logica della globalizzazione, del progresso tecnologico e dell’interdipendenza dovrebbe porre questo tema al centro dell’agenda.
La seconda patologia deriva dalla farsa diplomatica che spesso passa per diplomazia sulla First Avenue a Manhattan o all’Avenue de la Paix a Ginevra. La divisione artificiale tra il Nord industrializzato e il Sud globale fornisce la trama. Nati negli anni Cinquanta e Sessanta per creare uno spazio diplomatico per i Paesi ai margini della politica internazionale, il Movimento dei Non Allineati e il Gruppo dei 77 sono oggi prigionieri della propria retorica. Questi schieramenti rigidi e controproducenti – e le divisioni artificiali e il clima tossico che ne derivano – costituiscono barriere quasi insormontabili a qualsiasi iniziativa.
La terza patologia nasce dalla sovrapposizione di competenze tra i vari organismi dell’ONU, dalla mancanza di coordinamento delle loro attività e dall’assenza di un finanziamento centralizzato. Le guerre di territorio burocratiche risultano più attraenti della collaborazione e le diverse componenti del sistema finiscono per lavorare in direzioni opposte. Invece di azioni coordinate e reciprocamente rafforzanti, le agenzie intraprendono una raccolta fondi aggressiva per finanziare mandati in continua espansione e una crescente deriva di missione. L’organigramma parla di “sistema”, termine che suggerisce erroneamente coerenza e coesione; si ricorre spesso al termine “famiglia”, senza dubbio un’immagine più fedele della disfunzione e della divisione.
E qual è la quarta patologia?
L’ultimo problema deriva dalla bassa produttività della burocrazia dell’ONU e da una leadership spesso deludente. Lo stereotipo delle segreterie internazionali gonfiate è inesatto, perché ignora molti funzionari competenti e motivati. Tuttavia, i metodi di reclutamento e promozione dell’organizzazione contribuiscono certamente alle difficoltà. Il successo riflette spesso personalità e circostanze fortunate più che la selezione delle persone migliori per le ragioni giuste e una solida progettazione istituzionale. I costi del personale rappresentano la quota principale del bilancio dell’ONU e la funzione pubblica internazionale è una risorsa potenziale la cui composizione, produttività e cultura dovrebbero cambiare.
C’è però il rischio di raccontare questa storia solo come una “storia di fallimenti”. È davvero così? Perché vale ancora la pena avere le Nazioni Unite?
La risposta va data su due livelli: quello operativo e quello delle idee. Sul piano operativo, le attività sono estremamente varie: vanno dall’invio di truppe all’organizzazione di seminari per statistici, includendo l’assistenza umanitaria. Se fossi un rifugiato ucraino in Polonia, probabilmente saresti grato non solo alle ONG, ma anche a diverse agenzie dell’ONU. Se fossi stato un palestinese negli ultimi 75 anni, avresti beneficiato dell’assistenza dell’UNRWA.
Quell’agenzia oggi è in difficoltà, ma nel tempo ha fornito istruzione, assistenza sanitaria e cibo. Sono interventi concreti.
E sul piano delle idee?
Sul piano delle idee – ma anche delle norme, dei princìpi e degli standard – il modo in cui affrontiamo il cambiamento climatico, promuoviamo l’uguaglianza di genere, tuteliamo i diritti umani e definiamo standard condivisi, anche quando vengono violati, sono tutti prodotti del sistema ONU.
Statistiche, indicatori, parametri di riferimento: sono funzioni specifiche delle Nazioni Unite, che forniscono beni pubblici laddove altrimenti non esisterebbero.
Quasi tutto ciò che facciamo è stato influenzato, direttamente o indirettamente, dal sistema ONU. Il rischio oggi è che ce ne accorgeremo solo quando non ci sarà più. Prendersi cura di quasi 100 milioni di rifugiati e sfollati interni, mantenere la pace in luoghi come Cipro da 60 anni, contenere conflitti, fornire assistenza umanitaria: senza queste funzioni saremmo in una situazione di gran lunga peggiore.
Il momento della resa dei conti arriverà quando queste organizzazioni non saranno più in grado di svolgere il loro ruolo. Solo allora ci chiederemo: non esisteva forse un sistema collaborativo che rendeva il mondo un po’ meno caotico?
THOMAS G. WEISS – è professore emerito di scienza politica presso il Graduate Center della City University of New York ed è direttore emerito del Ralph Bunche Institute for International Studies. È inoltre distinguished fellow per la Global Governance presso il Chicago Council on Global Affairs e global eminence scholar alla Kyung Hee University, in Corea del Sud.
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