Approfondimenti · 8 Novembre 2025

Storia degli Imi. Il destino degli internati militari italiani dopo l’8 settembre

Dopo l’armistizio, oltre 650 mila soldati italiani rifiutarono di collaborare con tedeschi e RSI: deportati nel Reich come forza lavoro, privati delle tutele della Convenzione di Ginevra, vissero condizioni durissime che contribuirono a delegittimare il fascismo

di Luciano Zani

L’armistizio dell’8 settembre 1943, con cui l’Italia intendeva abbandonare l’alleanza dell’Asse e uscire da una guerra ormai perduta, fu una decisione necessaria, probabilmente tardiva, ma soprattutto gestita in modo irresponsabile dal Re e dai massimi vertici politici e militari del Regno, che non predisposero alcun piano per il momento in cui l’armistizio fosse divenuto di pubblico dominio .

Una delle conseguenze fu lo sbandamento dell’esercito e la cattura da parte dei tedeschi – in Italia, nei Balcani, in Francia e nelle isole del Mediterraneo – di oltre un milione di militari italiani di ogni ordine e grado. Di questi, 197 mila riuscirono a fuggire, 186 mila aderirono alla collaborazione con i tedeschi o successivamente con la Repubblica di Salò (RSI), circa 650 mila rifiutarono e furono internati nei lager del Reich, destinati al lavoro, volontario o coatto.

Al di là delle diverse motivazioni – stanchezza della guerra, senso di sconfitta, ostilità alla Germania, fedeltà al giuramento al Re – questo rifiuto costituì oggettivamente una delegittimazione di Benito Mussolini e soggettivamente fu il primo passo di un percorso di presa di distanza dai valori, norme e miti del fascismo.

Nei circa trentamila ufficiali la presa di coscienza antinazista e antifascista fu più rapida e marcata, estendendosi in molti casi anche al rifiuto di lavorare per il Reich, mentre soldati e sottufficiali furono immediatamente costretti a lavorare, spesso senza neanche presentare loro l’alternativa del ritorno in patria nell’esercito della RSI.

Il destino degli italiani

Le reazioni soggettive dei militari italiani alla notizia dell’armistizio furono diverse. Entusiasmo per la fine della guerra misto a disorientamento, rabbia e angoscia sul da farsi: il primo più diffuso tra i soldati e i sottufficiali che tra gli ufficiali, i secondi comuni a tutti, premessa di una prevalente rassegnazione, connotata da un acuto senso di umiliazione; stati d’animo acuiti sia dall’assenza o ambiguità degli ordini ricevuti, sia dalle intimidazioni, mescolate ad ambigue promesse, attuate dai tedeschi, sia dalla forzata separazione dei soldati semplici e dei sottufficiali dagli ufficiali.

Dopo la fulminea cattura da parte tedesca, il trasferimento verso i campi di internamento in Germania si svolge in condizioni di estremo disagio, soprattutto per la scarsità del vitto, per la lunghezza del viaggio (in media dieci giorni, ma a volte più di due settimane), per l’atteggiamento sprezzante, spesso brutale, del personale tedesco di guardia ai convogli.

Da questo momento la sorte dei militari italiani è fondamentalmente legata a esigenze di economia e di politica interna tedesche, e al sottile e complesso gioco politico-diplomatico, al cui centro c’è il rapporto tra la Germania e la RSI. I molteplici cambiamenti del loro status nel breve volgere di un anno e mezzo – da prigionieri di guerra, dopo l’armistizio, a internati militari, dal 20 settembre 1943, da internati a lavoratori civili, dall’estate del 1944 – corrispondono a una duplice necessità da parte della Germania.

Quella primaria di utilizzare i militari italiani come forza lavoro, impedendo contemporaneamente un reclutamento per la RSI su vasta scala e la formazione di un suo numeroso esercito. Dopo un breve periodo iniziale, nel quale un accordo tra l’ambasciatore della RSI a Berlino, Filippo Anfuso, e il comandante supremo delle SS, Heinrich Himmler, garantisce le opzioni, la Germania restringe progressivamente questa possibilità, cancellandola del tutto dal febbraio 1944.

Da questa data molti optanti restano comunque nei campi come forza lavoro. Comunque, a partire dal 20 settembre ‘43, soldati e sottufficiali sono subito inviati tutti al lavoro e nutriti a cottimo, in proporzione al loro rendimento. Quella secondaria di non depotenziare la sovranità e il potenziale di collaborazione del governo di Mussolini.

Internati militari

La vicenda degli IMI esemplifica alla perfezione un dato di fondo: la scelta della Germania di considerare l’RSI come l’unico stato italiano e di trattarlo come paese alleato e non occupato comportava che si potessero fare al suo governo concessioni limitate, più formali che sostanziali, a patto di non venir meno al principio base del massimo sfruttamento per il Reich delle risorse umane e materiali italiane.

Di qui l’invenzione della formula «internati militari», non potendosi definire «prigionieri di guerra» i militari di un paese alleato, né potendosi riconoscere il Regno del Sud come paese nemico. Una sorta di appendice in terra tedesca della finzione che mascherava l’occupazione dell’Italia sotto le vesti della RSI, con l’esito paradossale che il privilegio di essere internato e non prigioniero divenne, nella realtà, un danno considerevole, sottraendo gli IMI alla tutela della Croce Rossa internazionale e al controllo sull’applicazione della convenzione di Ginevra del 1929.

Il riconoscimento del governo di Mussolini come «potenza garante» del trattamento degli internati implicò la creazione di un Servizio Assistenza Internati (SAI), guidato da Marcello Vaccari, alle dirette dipendenze dell’ambasciatore Anfuso; dall’aprile del ‘44 la Croce Rossa italiana avrebbe dovuto coadiuvare il SAI nell’opera di assistenza. Nonostante gli sforzi finanziari e l’impegno di Vaccari, i risultati furono modesti.

I conflitti sulle competenze tra SAI e CRI, la mancanza di collaborazione della Germania nell’accertamento del numero e dei luoghi di detenzione degli IMI, l’interesse politico-propagandistico prevalente su quello umanitario, in Anfuso non meno che nei tedeschi, la diffidenza nei confronti degli internati, considerati demotivati e inaffidabili, sono tutti fattori che moltiplicarono le già consistenti difficoltà a reperire e trasportare in Germania gli aiuti necessari, con esiti disastrosi per le condizioni di vita degli IMI.

Italiani traditori

L’atteggiamento tedesco è dunque dettato dall’esigenza prioritaria di reclutare forza lavoro, in numero di tre lavoratori italiani per ogni tedesco inviato al fronte. Gli IMI, dopo il fallimento di altre ipotesi, restano l’ultima e più realistica possibilità di reperimento di manodopera, attuato in modo sistematico e organizzato dal plenipotenziario Fritz Saukel, che pianifica la collocazione sul lavoro di circa 440 mila internati.

L’esigenza politica di mantenere buoni rapporti con la RSI presupporrebbe un trattamento degli internati tale da garantire il conseguimento del duplice obiettivo, ma si scontra con la fortissima esigenza di punire il tradimento (per molti il secondo tradimento, dopo quello del 1915) dei militari «badogliani», risvegliando antichi stereotipi e pregiudizi (che peraltro non sconfinano in argomentazioni di stampo biologico-razzista).

Questo atteggiamento punitivo, prevalente in Hitler rispetto al maggiore pragmatismo di Saukel e Albert Speer, e diffuso in vasti strati popolari, prevale soprattutto nei primi mesi dopo l’8 settembre e negli ultimi mesi prima della disfatta, e viene alimentato a fini di politica interna, per contrastare la demoralizzazione e la sfiducia conseguenti alle vicende italiane e al più generale andamento bellico, e mobilitare la volontà di resistenza dei tedeschi proprio attraverso la caratterizzazione umiliante ed esemplare dell’inevitabile destino degli sconfitti.

Condizioni diverse

Questa contraddizione di fondo tra esigenza di sfruttamento economico e di sanzione politico-morale del tradimento, tra necessità di manodopera efficiente e intento spietatamente punitivo, tra razionalità economica e finalità politico-ideologica, determina una notevole oscillazione delle condizioni dell’internamento.

Al di là degli aspetti punitivi comuni a tutti, la privazione della libertà e la fame, prima di tutto, la condizione individuale degli IMI delinea un quadro estremamente complesso, nel quale prevale una grande variabilità: da periodo a periodo, da zona a zona, da campo a campo, in base all’atteggiamento dei comandanti tedeschi, dei responsabili italiani dei campi e dei datori di lavoro, a seconda del tipo di lavoro e della dimensione delle imprese, e in relazione al grado degli internati.

Infatti, gli ufficiali che accettavano di lavorare erano in genere favoriti rispetto a sottufficiali e soldati; per tutti era migliore la situazione nelle piccole e medie aziende rispetto alle grandi; era privilegiato chi lavorava in agricoltura, nel settore alimentare e in quello elettrotecnico, le condizioni peggiori toccavano a chi lavorava nell’industria pesante, nell’edilizia e nelle miniere, e a quegli ufficiali che rifiutavano di lavorare. Una condizione a volte di privazioni estreme e di violenze , ma non assimilabile a quella dei deportati nei campi di concentramento e neppure a quella dei prigionieri russi.

Lavoratori civili

Dal luglio del 1944, le accresciute esigenze di manodopera da parte tedesca si saldano con le pressioni della RSI per il cambiamento di status degli internati. Hitler procede così alla trasformazione degli IMI in «lavoratori civili», prima libera e poi coatta, in un primo tempo limitata a soldati e sottufficiali, dal dicembre estesa anche agli ufficiali, ad esclusione di generali, cappellani militari, medici, malati cronici e ufficiali dichiaratamente ostili, che sono circa seimila.

Con piena soddisfazione di Mussolini, che si serve degli IMI come forma di parziale, tacito risarcimento per non aver corrisposto alla richiesta tedesca di reclutamento di forza lavoro italiana, e in questo modo spera di rassicurare i congiunti degli internati, tenuti invece come ostaggi in mano tedesca al fine di garantire la collaborazione delle autorità e della popolazione della RSI.

L’imposizione d’autorità della «civilizzazione», una sorta di «liberazione coatta», è resa necessaria dal fatto che il cambiamento di status inizialmente incontra molteplici resistenze, con un’alta percentuale di rifiuti, intorno al 70%, dovuta alla paura di dover tornare sotto le armi, di perdere i diritti economici legati al ruolo di militari, di mettere a repentaglio la sorte dei congiunti nelle zone liberate dagli alleati, e, nel dopoguerra, anche la propria, per un atto che poteva suonare come una forma di «collaborazionismo».

Delegittimare l’Rsi

Tra il 25% circa di coloro che cooperarono con la RSI – la cui scelta, peraltro, fu in alcuni casi legata a motivazioni opportunistiche piuttosto che politiche – e una piccola minoranza di oppositori politicizzati, è proprio la maggioranza di quelli che rimasero nei campi a rivelare un’ampia gamma di atteggiamenti, tra opposizione, sopportazione e sottomissione.

Su un sostrato comune di acuta stanchezza e rifiuto della guerra, maturò, soprattutto negli ufficiali, uno stato d’animo antitedesco, fatto di rabbia e indignazione per le umiliazioni e le vessazioni, impastato con il senso di dignità della divisa e di fedeltà alla monarchia, e un primo prezioso livello di consapevolezza critica, frutto di una faticosa elaborazione della crisi politica, materiale e morale dell’8 settembre, innescata dalla ferita dell’orgoglio nazionale calpestato.

Che implicava, consapevolmente o meno, una presa di distanza dalla RSI, contribuendo a indebolirla e delegittimarla.


Circa 50 mila IMI sono morti nei lager. A ciascuno di loro l’ANRP ha dedicato una scheda in una banca dati on-line,

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Luciano Zani

È professore emerito di Storia contemporanea. Ha insegnato all’Università di Camerino e alla Sapienza Università di Roma. Fulbright Visiting Professor all’Università di Madison-Wisconsin. Preside della Facoltà di Sociologia di Sapienza dal 2008 al 2010. Si è occupato di storia del fascismo, dell’antifascismo e delle due Guerre mondiali. Vicepresidente nazionale dell’ANRP (Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione e loro familiari). Membro del Comitato per gli anniversari di interesse nazionale della Presidenza del Consiglio. Membro del comitato scientifico della Fondazione sul giornalismo italiano “Paolo Murialdi”. Membro del comitato di esperti del costruendo Museo Nazionale della Resistenza a Milano. È stato nominato grande ufficiale al merito della Repubblica dal presidente Mattarella.

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