Approfondimenti · 7 Febbraio 2026

Il Medioevo che crea: contro il mito dei secoli oscuri

Un percorso che mostra un Medioevo diverso. Non quello idealizzato delle fiabe ma quello complesso della storia. Un Medioevo fatto di luci e ombre, di capacità di sperimentare, innovare nella politica, nell’economia, nella società. Un Medioevo in cui la penisola italica, posta al centro di un Mediterraneo interconnesso, ha svolto un ruolo importante

di Pietro Silanos

Immaginiamo di entrare in una città comunale del Duecento. La piazza è il cuore: qui si riunisce il consiglio cittadino, si ascoltano gli annunci del podestà, si votano statuti e si determinano imposte, pesi e misure. I comuni – da Bologna a Firenze, da Milano a Siena e Pisa – non sono semplici amministrazioni pubbliche: sono veri laboratori di governo, che sperimentano la delega, la rotazione degli incarichi, il controllo dei magistrati, la redazione di norme in volgare o in latino accessibili a chi deve applicarle. Gli statuti comunali vigilano su mercati, arti e confraternite, regolano il credito, tutelano strade e ponti, fissano sanzioni e procedure. È il linguaggio di una politica che impara facendo.

Basta percorrere poche vie per entrare nel cuore produttivo: le arti, le corporazioni. L’Arte della Lana e quella della Seta a Firenze, le botteghe dei pellettieri, dei fabbri, dei droghieri. Qui non circolano solo merci, ma competenze: si trasmettono tecniche, si controlla la qualità, si fissano salari e apprendistati. Nelle lanerie si sperimenta l’uso di nuovi coloranti e di telai più efficienti; nelle vetrerie si perfezionano materiali e forme. Lungo gli stessi canali scorre anche la carta, che giunge dall’Oriente e trova a Fabriano, nel XIII secolo, un centro d’eccellenza: la filigrana diventa firma e garanzia, mentre la carta rende più economica la scrittura, moltiplicando codici, registri e lettere. È una rivoluzione silenziosa, che cambia la velocità del pensiero amministrativo e commerciale.

Potrebbe apparire la scena di una fiction o di una ricostruzione storica a fini turistici. L’ennesima finzione per raccontare qualcosa che non è stato: dipingere un periodo, per lungo tempo ritenuto oscuro, retrogrado e immobile, come il suo contrario. Albert Einstein scriveva che «distruggere i pregiudizi è molto più difficile che frantumare gli atomi». Questo è vero. Il periodo che normalmente definiamo “medioevo”, in effetti, ha convissuto per moltissimo tempo con un marchio d’infamia che lo ha identificato come uno dei periodi più oscuri della storia, ma per distruggere i pregiudizi non servono finzioni. Occorre restituire la complessità del passato che è fatto di luci e ombre, grandezze e contraddizioni.

Il volume Medioevo che crea, curato da Franco Franceschi, Paolo Nanni e Gabriella Piccinni per gli editori Laterza, prova a decostruire l’immagine, ancora ben radicata nell’immaginario collettivo, di un Medioevo “oscuro” introducendo un pubblico di non addetti ai lavori a un Medioevo diverso o almeno più complesso, non necessariamente da idealizzare ma da conoscere e comprendere nella sua diversità. I ventuno contributi, raccolti nel volume, scelgono la penisola italica come laboratorio privilegiato da osservare. È una scelta felice: in quest’area, posta al centro di un Mediterraneo interconnesso, città e campagne si intrecciano con rotte marittime, fiere commerciali, pellegrinaggi, università e botteghe. Il risultato è un panorama dove la parola “innovazione” non è un anacronismo, ma la chiave di lettura più adatta.

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Un tempo di innovazioni

Dentro le scuole cittadine, che diventeranno poi università, la trasformazione è evidente. A Bologna si rilegge il diritto romano; a Padova e a Napoli si consolidano gli studi giuridici e medici; la cattedra è luogo della disputa, del confronto e della sistemazione del sapere. La lezione si articola in quaestiones e disputationes: si definiscono argomenti e si presentano obiezioni, si separano autorità e ragionamenti. È un metodo, più ancora che un bagaglio di contenuti: sapere significa saper procedere. In parallelo, gli ordini mendicanti portano l’università nei conventi: Domenicani e Francescani scrivono, insegnano, copiano, viaggiano. L’intreccio fra cattedra e pulpito allarga il raggio della cultura, la fa circolare.

Sul fronte economico, il Medioevo italiano è un archivio di soluzioni ingegnose. Le fiere – da quelle lombarde a quelle toscane – sono nodi di reti più ampie, dove s’incontrano mercanti catalani, fiamminghi, tedeschi; dove le merci arrivano dal Medio ed Estremo Oriente, così come le pratiche di mercatura degli operatori ebrei, musulmani, greci, slavi. Si usano lettere di cambio per trasferire denaro senza muovere monete, si negoziano crediti e si diversificano rischi; la contabilità evolve verso registri incrociati e forme di scrittura che preludono alla partita doppia, praticata dai mercanti toscani già nel Trecento e poi codificata in età rinascimentale.

I traffici marittimi di Genova, Pisa e Venezia sviluppano il contratto di assicurazione per le navi e le merci: una risposta concreta all’incertezza del mare. Non mancano gli insuccessi: le grandi compagnie bancarie possono crollare, come accade a Bardi e Peruzzi nel XIV secolo; e tuttavia proprio la crisi impone correzioni, induce innovazioni normative e spinge le città a ripensare debito pubblico e fiscalità.

Paesaggi che cambiano

La tecnica, intanto, avanza nella quotidianità. Il collare rigido per i cavalli aumenta la trazione e libera nuove energie nei campi; la rotazione triennale migliora la resa dei terreni; il pesante aratro a vomeri metallici lavora suoli che prima resistevano; i mulini – ad acqua e a vento – si diffondono, macinando grano, follando panni, segando tavole. Nelle città, tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, compaiono gli orologi meccanici: la misurazione del tempo entra nello spazio pubblico, scandisce mercati, udienze, turni di lavoro. Intorno al Trecento, in area toscana, si diffondono gli occhiali: la vista si prolunga, la lettura resiste, la scrittura si moltiplica. Sono strumenti piccoli e giganteschi allo stesso tempo, perché cambiano i gesti e, con i gesti, le strutture del vivere.

Il paesaggio urbano si trasforma: strade lastricate, ponti in pietra, sistemi di canalizzazione e di approvvigionamento idrico. Bologna sfrutta canali artificiali per alimentare mulini e artigianato; Siena innalza il Santa Maria della Scala, che non è solo un ospedale ma un’istituzione assistenziale e amministrativa complessa, capace di gestire patrimoni, campagne, elemosine, cure. La città di pietra è propriamente civitas,organismo vivo, abitato: respira con fonti e condotti, immagazzina grano in granai pubblici, investe in mura e torri. La politica comunale, con i suoi rituali – il palio, il suono delle campane, le processioni – costruisce un senso di appartenenza che integra religione e civiltà urbana.

Sul piano delle arti, il cosiddetto “Medioevo che crea” prende forma nelle pietre e nelle immagini. Il gotico – pur con caratteristiche proprie in Italia – innova strutture, alza volte, apre finestre, fa entrare luce. Le facciate si ricoprono di mosaici e marmi policromi; gli interni sperimentano cicli di affreschi che narrano storie e insegnano dottrine. La pittura cerca la profondità; la scultura alleggerisce i volumi; l’oreficeria e la miniatura raffinano colori e simboli. La musica evolve verso la polifonia; gli spazi sacri diventano acustiche sperimentali. Intorno alle botteghe si addensano tecniche, materiali, mani. L’innovazione, qui, non è la rottura di un genio solitario: è l’opera di officine, di scuole, di maestri e allievi che provano, falliscono, correggono, riprovano.

La scrittura esce dai monasteri e abita le strade. La diffusione della carta e la crescita del notariato intensificano la produzione di documenti: contratti, testamenti, inventari, registri di debiti e crediti. La cultura giuridica – romanistica e canonistica – si sedimenta nelle pratiche quotidiane, intesse la trama delle transazioni, riduce conflitti, codifica procedure. Il “pubblico” si costruisce così: come insieme di atti, norme, formalità che danno stabilità al mutamento. In parallelo, la letteratura in volgare acquisisce prestigio: si scrive per farsi capire, si ascolta per imparare. Il racconto diventa uno strumento di interpretazione del mondo.

Il Medioevo che crea

Neppure la crisi frena questa creatività. La grande peste del 1348 è una frattura drammatica, ma proprio l’urto induce risposte: si sperimentano forme di assistenza, si riorganizzano ospedali, si ripensano salari, si ridisegnano politiche demografiche e fiscali. La carità si fa istituzione; la mutualità prende corpo in confraternite e monti di pietà; i comuni adottano misure per igiene, sepolture, approvvigionamenti. È un tempo di dolore e di capacità di reazione, perché non c’è crisi che non pro-vochi risposte.

Alla luce di questi quadri, la domanda “che cosa significa Medioevo che crea?” riceve una risposta concreta: consiste nel riconoscere un repertorio di pratiche che trasformano problemi in opportunità. Nelle forme di governo, l’innovazione è lo statuto che disciplina; nella produzione normativa, è il notaio che traduce regole in atti validi; nelle strategie economiche, è il mercante che impara a gestire il rischio con assicurazioni e lettere di cambio; nelle tecniche, è l’artigiano che perfeziona strumenti, materiali, processi; nelle arti, è la bottega che fa del tentativo la strada verso lo stile. Non si tratta di successi lineari: molte prove falliscono, altre aprono crisi. Ma ogni insuccesso attiva correzioni, ogni correzione apre a nuove sperimentazioni. La creatività medievale è iterativa.

Il pregio del volume sta nel mostrare questo movimento senza idealizzare. Il Medioevo non è un paradiso di invenzioni, né un inferno di ignoranza: è un campo di forze, un laboratorio condiviso. Guardarlo così consente di capire perché tante istituzioni europee – i comuni cittadini, le università, gli strumenti della contabilità e del credito, la normazione, l’assistenza – trovino tra X e XIV secolo forme robuste e adattabili. In altre parole, il “creare” medievale è un modo di stare nel tempo: affrontare la contingenza con strumenti nuovi, trasformare il sapere in metodo, far circolare le soluzioni tra città e campagne, tra mare e terra, tra sacro e profano.

Per un lettore non specialista, questa immagine ha una ricaduta semplice: quando oggi parliamo di innovazione, parliamo di un processo che il Medioevo conosce bene. Non c’è rivoluzione senza continuità; non c’è novità senza prove, errori e ripartenze. È questo quello che il volume curato da Franceschi, Nanni e Piccinni mette a fuoco con chiarezza: un’epoca che crea perché sperimenta, e sperimenta perché vive immersa nel cambiamento. Così, accanto alla piazza del comune, possiamo vedere la bottega dell’artigiano; accanto alla cattedra dello studioso, il banco del mercante; accanto all’altare della chiesa, il registro del notaio. È in questa compagnia che il Medioevo smentisce il suo stereotipo, non con proclami, ma con fatti.

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Pietro Silanos

Storico del medioevo, insegna Storia medievale, Storia del Mediterraneo medievale ed Esegesi delle fonti storiche medievali presso il Dipartimento di Ricerca e Innovazione umanistica dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. È stato borsista presso il Centre européen de recherche sur les communautés, congrégations et ordres religieux (CERCOR) di Saint-Etienne e presso il Deutsches Historisches Institut di Roma. Ha ricoperto l’incarico di ricercatore presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e di visiting professor presso la Bergische Universität di Wuppertal.

Tra le sue pubblicazioni recenti: Storia del Mediterraneo medievale. Tempi, spazi, interazioni (con A. Musarra, Il Mulino, 2025); Sorpresi dalla storia. Percorsi intorno al Medioevo (con A. Paravicini Bagliani, Sismel Edizioni del Galluzzo, 2025); Nel segno del toro. Conflitto e identità nello spazio politico parmense (secc. XII-XV) (Sismel Edizioni del Galluzzo, 2024); Images of Desire in the Mediterranean World (con A. Paravicini Bagliani, Sismel Edizioni del Galluzzo, 2024).

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