Approfondimenti · 25 Aprile 2026

Perché il comunismo ha sedotto il Novecento

Torna in libreria l’analisi di François Furet sulla forza di un’idea capace di attraversare un secolo trasformandosi in una delle grandi illusioni della modernità

Intervista a Marina Valensise

A trent’anni dalla sua prima uscita italiana, Il passato di un’illusione di François Furet torna in libreria riportando al centro una domanda che ha attraversato tutto il Novecento: perché il comunismo ha continuato a sedurre, anche di fronte ai suoi fallimenti storici? Più che una storia politica, il libro è un’indagine sulla forza delle idee e sulla loro capacità di resistere alla realtà.

A curarne la nuova edizione, per Silvio Berlusconi Editore, è Marina Valensise, studiosa e protagonista del dialogo culturale tra Italia e Francia, che con Furet ha lavorato fin dagli anni Settanta. In questa conversazione con il Circolo della Storia ripercorre quell’incontro e il significato, oggi, di un’opera che continua a interrogare il presente.

Marina Valensise, quando ha iniziato a lavorare con François Furet?

Ho scoperto Furet nel 1977, quando ha pubblicato Penser la Révolution française, una raccolta di saggi scritti sul mito della rivoluzione, con la critica al giacobinismo di Augustin Cochin e la riflessione di Alexis de Tocqueville.

È un libro importante che Furet pubblica all’indomani dell’arrivo in Francia del dissidente ceco Milan Kundera. È, in un certo senso, una risposta alla critica del comunismo reale avanzata dai dissidenti dell’Est Europa. Furet ripercorre la storiografia della rivoluzione francese alla ricerca di quella “grande illusione” che porterà poi un sistema come quello sovietico, opposto a quello francese, a impadronirsi della mitologia giacobina, per fare una rivoluzione in nome di un nuovo soggetto della storia universale: il proletariato, chiamato a liberare l’umanità dall’ingiustizia della storia e dal dominio della borghesia.

Leggendo questo libro, ho capito che aveva un’importanza capitale, perché rimetteva in discussione l’intera costruzione culturale e ideologica della sinistra europea alla fine degli anni Settanta. È cosi che decisi di scrivere a Furet, candidandomi a studiare con lui all’École deshautes études en sciences sociales, di cui era presidente.

Che cosa le risponde?

Che le porte erano aperte. Così, subito dopo la laurea in Lettere a Roma, nel 1981 mi trasferisco a Parigi con una borsa della Fondazione Einaudi di Torino e inizio a frequentare i suoi seminari.

Il primo contatto con lui è straordinario: conosceva il mio curriculum e mi propose subito di tenere un seminario. Avevo scelto come tema di ricerca la regalità di antico regime e in particolare il modo in cui la monarchia assoluta venne rovesciata, ma anche in parte prolungata, dalla rivoluzione francese. Da quel lavoro nascerà poi un saggio sul “Sacre” di Luigi XVI, pubblicato negli Annali della Fondazione Einaudi e sulle Annales, la rivista fondata da Lucien Febvre e Marc Bloch.

François Furet

L’occasione del nostro incontro è la ristampa di Il passato di un’illusione, un saggio che pone al centro della riflessione di Furet l’idea della passione rivoluzionaria, e di come questa si trasformi nel tempo. Qual è stato per Furet il filo rosso che lega la rivoluzione francese e la rivoluzione sovietica?

Il passato di un’illusione è un libro che Furet comincia a concepire alla fine degli anni Ottanta, in un momento cruciale. Nel 1989, insieme a Mona Ozouf, pubblica il Dizionario critico della rivoluzione francese, un’opera collettiva che affronta quel grande evento attraverso una pluralità di voci e di prospettive. Siamo negli anni della perestrojka: nel 1985 Gorbaciov inaugura il tentativo di riformare il sistema sovietico attraverso la glasnost, la trasparenza, e l’apertura al mercato.

Furet vive in prima persona questo passaggio. È uno studioso che ha dedicato gli anni migliori della sua vita alla rivoluzione francese, e soprattutto alla deriva della rivoluzione del 1789, una rivoluzione che nasce nel nome dei diritti dell’uomo e che nel 1793 si trasforma nel regno del terrore, una dittatura che nega le stesse libertà conquistate quattro anni prima.

Questa riflessione consente a Furet di individuare una profonda continuità tra il giacobinismo e il leninismo, già presente nella storiografia socialista e nei teorici del comunismo che vedono nella rivoluzione francese il precedente fondamentale della loro teleologia della storia. Nel corso della sua ricerca, Furet arriva così a interrogare la rivoluzione come “illusione”: un’idea capace di attraversare il tempo e di ripresentarsi in forme diverse.

Il libro sul Passato di un’illusione nasce proprio in questo contesto, all’indomani della caduta del muro di Berlino e del crollo dell’Urss. Non è una storia del comunismo, ma una riflessione sull’idea comunista nel XX secolo: sulla sua capacità di affascinare, di resistere alla realtà, di presentarsi come una promessa di redenzione universale e sostituire la fede religiosa con un nuovo credo politico di portata universale .

Come spiega Furet il passaggio da una rivoluzione che nasce sotto il segno della libertà a una rivoluzione che si traduce nel suo contrario?

Ci sono due livelli nella sua riflessione. Il primo riguarda la dinamica interna al concetto stesso di rivoluzione. Furet studia il cosiddetto dérapage della rivoluzione, lo slittamento che dai diritti dell’uomo porta al terrore, trasformazione che, in una prima fase, Furet attribuisce alle circostanze – la guerra, le contingenze politiche – ma che progressivamente finisce per riconoscere come consustanziale all’idea stessa di rivoluzione, e cioè al progetto di poter cambiare la società conquistando semplicemente il potere dello Stato.

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Alla luce delle testimonianze dei dissidenti sovietici, da Solženicyn in poi, questa dinamica assume un significato diverso: non più un accidente, ma un elemento strutturale. La rivoluzione contiene in sé i germi della propria negazione, cioè della negazione della libertà.

Il secondo livello riguarda la natura stessa dell’illusione. La domanda che guida Furet è: come è stato possibile che, per decenni, si sia continuato a credere in un progetto che la realtà smentiva? La risposta sta nella forza dell’utopia, nella promessa di rigenerare l’umanità, di cancellare il passato e fondare un uomo nuovo. Una promessa che, però, si realizza attraverso il terrore, la pianificazione, la repressione.

E qui emerge una delle intuizioni più forti del libro: non è il socialismo il futuro della democrazia, ma è la democrazia ad essere il futuro del socialismo.

Nel libro emerge anche il tema dell’illusione come volontà di negare la realtà, nonostante le smentite della politica.

Furet affronta questo tema in pagine straordinarie, dedicate alla passione rivoluzionaria e all’odio che la borghesia nutre verso se stessa, dopo aver spodestato l’aristocrazia e i valori della tradizione per fondare il suo successo solo sul lavoro e sul danaro.

Da un lato, c’è una dinamica culturale profonda: la coscienza europea si nutre di un rifiuto della borghesia, che a sua volta eredita il rifiuto dell’aristocrazia. Furet, grande lettore di Tocqueville, di Balzac, di Stendhal, mostra come l’uomo moderno viva una tensione costante tra il desiderio di uguaglianza e il bisogno di sfuggire all’uguaglianza inventando una gerarchia nuova fondata sul danaro e sulla ricchezza.

Dall’altro lato, c’è un elemento decisivo: la secolarizzazione. Con la fine della religione, l’uomo moderno tende a costruire un universo sostitutivo, una religione politica immanente. Il comunismo diventa così una forma di religione secolare, con i suoi dogmi, i suoi riti, le sue promesse di salvezza.

È questa combinazione – tra la critica della società borghese e il bisogno di una nuova fede – che alimenta l’illusione rivoluzionaria.

Nel libro, e più in generale nella riflessione di Furet, emerge anche un confronto tra totalitarismi, che all’epoca suscitò molte polemiche. In che modo l’autore ha affrontato questo nodo?

Furet non costruisce un semplice parallelismo. Analizza piuttosto l’affinità tra i due sistemi totalitari.

Nel dialogo con Ernst Nolte, lo studioso tedesco del nazismo e il teorico della guerra civile europea, affronta senza reticenze la questione del rapporto tra nazismo e comunismo. Uno dei punti centrali della riflessione di Furet è il concetto di “antifascismo emiplegico”: l’idea che, in nome della lotta antifascista, si sia ignorata dopo la fine della Seconda guerra mondiale la perdita di libertà che metà dell’Europa ha subìto in nome della presunta lotta per la libertà e la democrazia che associava i vincitori del nazismo, Urss, Stati Uniti e Regno Unito.

Questo ha permesso a Furet di liberarsi da un vincolo ideologico che per decenni ha impedito la lettura comparata dei totalitarismi.

C’è anche una riflessione molto forte sul ruolo degli intellettuali e della storia nel dibattito politico. Qual era, in questo senso, la concezione di Furet?

Furet era un intellettuale indipendente, un “volterriano cosmopolita”, un ex comunista approdato alla genealogia del liberalismo. Non apparteneva a una chiesa, non aveva una scuola. Era passato attraverso il comunismo militante per approdare a una posizione liberale, ma senza aderire a un’ortodossia.

Per lui, il lavoro dello storico era anche un lavoro di autocritica. Il Passato di un’illusione è anche, in parte, una riflessione sui propri errori di gioventù.

Il suo giudizio sugli intellettuali è molto severo. Denuncia la loro tendenza a non vedere, a lasciarsi sedurre, a giustificare. Lo fa attraverso esempi concreti, come il viaggio di Gide in Unione Sovietica o l’adesione di tanti intellettuali occidentali al castrismo.

Il libro esce nel 1995, in un contesto segnato dal dibattito sul revisionismo. Oggi ci troviamo in una fase completamente diversa, in cui il comunismo sembra archiviato dalla storia. Il lavoro di Furet è ancora attuale?

Furet ha vissuto intensamente il suo tempo, ma ha lasciato a chi viene dopo strumenti fondamentali per interpretare il tempo nuovo, il tempo nostro. Non ne ha previsto gli ultimi sviluppi, ovviamente, ma la sua lezione di intelligenza del reale e del politico resta ancora attuale.

La sua forza sta nell’umiltà dello studioso: nella consapevolezza che la storia non è prevedibile, e che le idee possono generare effetti imprevisti. Ha passato la vita a smontare la teleologia rivoluzionaria, l’idea che la storia abbia un fine e una direzione necessaria.

Rileggere Furet oggi significa rimettere i fatti nella giusta prospettiva. Significa capire il vuoto lasciato dalla fine del comunismo, che ha lasciato dietro di sé soltanto un deserto, e le nuove forme di illusione che possono nascere da quel vuoto e dall’assenza radicale del passato. Non perché offra risposte definitive, ma perché aiuta a porre le giuste domande.


MARINA VALENSISE – è consigliere delegato dell’Istituto nazionale del dramma antico, che da oltre cent’anni produce le rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa. Ha diretto a Parigi, tra il 2012 e il 2016, l’Istituto italiano di cultura, collabora con Foglio e a Messaggero. Fra i suoi libri: Il sole sorge a Sud. Viaggio contromano da Palermo a Napoli via Salento (Marsilio 2012), L’Hôtel de Galliffet (Skira 2015), La cultura è come la marmellata. Promuovere il patrimonio italiano con le imprese (Marsilio 2016), La temeraria. Luciana Frassati Gawronska, un romanzo del Novecento (Marsilio 2019), Sul baratro. Città, artisti e scrittori d’Europa alla vigilia della Seconda guerra mondiale (Neri Pozza 2022), Un cuore greco (Neri Pozza 2025).

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