Approfondimenti · 18 Aprile 2026
Chernobyl, quarant’anni dopo: il disastro che continua a plasmare il nostro mondo
Foto di Ian Bancroft (CC BY 2.0)
Dalla caduta dell’Unione Sovietica alla guerra in Ucraina, lo storico Serhii Plokhy riflette sull’eredità della più famigerata catastrofe nucleare della storia
Quando si parla del disastro di Chernobyl, l’immagine più iconica che torna alla mente è quella della ruota panoramica di Prypjat, oggi immersa in un paesaggio spettrale, spesso innevato. La sensazione è che il tempo si sia fermato per quarant’anni: per sempre all’una e 36 del 26 aprile 1986, allo scoppio del reattore 4 della centrale nucleare. Invece la storia è andata avanti.
Il disastro arriva al tramonto dell’Unione Sovietica e all’alba di un movimento popolare di avversità al nucleare, che ha avuto una grossa influenza anche in Italia. Sull’onda dell’emozione del disastro, un anno più tardi (l’8 e 9 novembre 1987) furono promossi tre referendum sullo stesso tema, che hanno di fatto posto un freno al programma nucleare italiano.
Oggi il tema è tornato di grande attualità nel dibattito pubblico: si discute di nucleare come possibile risposta ai costi dell’energia e al cambiamento climatico. Ma se ne parla anche nei territori di guerra, con la paura di altri disastri nucleari paragonabili (o peggiori) a quello di Chernobyl, o di Fukushima Dai-ichi, dell’11 novembre 2011.
È il caso, ad esempio, della centrale nucleare di Zaporižžja, a Enerhodar, in Ucraina, dopo l’invasione russa. Eppure, ci sono ancora molti punti oscuri che riguardano Chernobyl: questioni che non sappiamo e che richiederebbero nuove ricerche.
Ne è convinto uno dei massimi esperti al mondo di questi temi, lo storico Serhij Plochij, professore di storia ucraina all’Università di Harvard. È autore di diversi libri tradotti in italiano, fra cui Chernobyl. Storia di una catastrofe nucleare (Bur, 2019), Atomi e cenere: Dall’atollo di Bikini a Fukushima, storia di sei disastri nucleari (Mondadori, 2024) e Roulette nucleare. Da Cernobyl’ a Zaporižžja, i rischi nucleari in tempo di guerra (Mondadori, 2025).
In questa conversazione con il Circolo della Storia, ci aiuta a capire quali siano state le conseguenze del disastro, a quarant’anni di distanza. E quali riflessi continua ad avere nel presente.
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Uno degli aspetti più controversi di Chernobyl resta il numero delle vittime. Il conteggio ufficiale si è fermato per decenni a 31 morti diretti, mentre altre stime parlano di decine di migliaia di decessi prematuri dovuti alle radiazioni. A quarant’anni di distanza, esiste un consenso storico e scientifico definitivo su quale sia stato il costo umano reale?
Non sappiamo molto di più rispetto al 1986. Il bilancio delle vittime confermate oggi si attesta a poco più di 40 persone, cioè coloro che morirono per sindrome acuta da radiazioni, la stessa condizione che uccise a Hiroshima e Nagasaki. Si tratta di individui esposti a dosi estremamente elevate di radiazioni in un breve periodo di tempo, e sono le vittime più facili da conteggiare.
Ciò che rende Chernobyl diversa da Hiroshima e Nagasaki è l’esposizione a lungo termine a basse dosi di radiazioni. Se oggi si visita Hiroshima, si trova una città fiorente e un parco in memoria delle vittime. Al contrario, Chernobyl resta una zona di esclusione e probabilmente lo rimarrà per decenni. Questa è la differenza fondamentale: radiazioni intense in un breve periodo in Giappone, contro radiazioni più basse ma persistenti per un tempo molto più lungo in Ucraina.
Dopo Hiroshima e Nagasaki, i governi investirono massicciamente nella ricerca perché si preparavano a una guerra nucleare. Di conseguenza, sappiamo molto di più sugli effetti delle armi nucleari rispetto a quelli degli incidenti nucleari. Nel caso di Chernobyl, la ricerca sull’impatto sanitario delle radiazioni fu in gran parte affidata all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, la cui missione principale è promuovere l’uso pacifico dell’energia nucleare. L’Organizzazione mondiale della sanità ebbe solo un ruolo secondario e non vi fu mai un interesse politico o un finanziamento sufficienti per indagare a fondo le conseguenze a lungo termine del disastro.
Per molti anni, persino studiosi autorevoli negarono effetti sanitari significativi. Solo a metà degli anni Novanta emerse un consenso scientifico sul fatto che le radiazioni di Chernobyl avessero causato tumori alla tiroide nei bambini. Migliaia di casi furono diagnosticati e trattati.
Quando un tumore si sviluppa decenni dopo l’esposizione, è quasi impossibile stabilire un collegamento diretto con Chernobyl. Per questo, ancora una volta, non sappiamo molto di più rispetto al 1986, e dovremmo saperlo. Servono ancora più risorse e ulteriori ricerche.

Le autorità sovietiche inizialmente attribuirono tutta la responsabilità agli operatori dell’impianto. Guardando oggi con quarant’anni di distanza, quanto del disastro fu dovuto a errori individuali?
Chernobyl non è un caso unico se lo si confronta con altri disastri nucleari – o, più in generale, con grandi incidenti di qualsiasi tipo. In questi casi, la responsabilità è solitamente divisa tra due parti: gli operatori e i progettisti.
Ed è esattamente ciò che è accaduto nell’Unione Sovietica. Già nel giugno del 1986, il Politburo di Michail Gorbačëv aveva concluso che entrambi i fattori avevano avuto un ruolo: c’erano stati gravi difetti nella progettazione del reattore, così come c’erano stati errori da parte degli operatori.
Le autorità portarono pubblicamente a processo gli operatori, ma si rifiutarono di riconoscere i difetti di progettazione. Ammetterli avrebbe compromesso la capacità dell’Unione Sovietica di gestire ed esportare i propri reattori nell’Europa orientale e all’estero, inclusa la Finlandia. Gli operatori erano effettivamente colpevoli: aggirarono le procedure e violarono i protocolli di sicurezza. Ma pratiche di questo tipo erano abbastanza comuni. Erano sottoposti alla pressione di rispettare le quote di produzione e ritenevano di conoscere il reattore e il suo comportamento.
Il problema più profondo era che il reattore di Chernobyl era stato originariamente sviluppato per produrre plutonio oltre che energia elettrica. I progettisti erano consapevoli dei suoi difetti, ma non li comunicarono agli operatori. Solo negli ultimi giorni dell’Unione Sovietica, nell’autunno del 1991, le autorità riconobbero ufficialmente che il disastro era stato causato non solo dagli errori umani, ma anche dai difetti strutturali del reattore stesso.
Lei sostiene che Chernobyl fu un “disastro tecnologico che divenne politico”. A quarant’anni di distanza, quanto peso dovremmo attribuire all’incidente nel successivo crollo dell’Unione Sovietica?
Quando gli storici analizzano la caduta dell’Unione Sovietica e individuano i principali eventi che vi contribuirono, Chernobyl compare di solito in quell’elenco. Spesso viene collocato al di sotto di sviluppi come la guerra in Afghanistan. Tuttavia, a mio avviso, Chernobyl fu un fattore molto più significativo.
Se misuriamo l’impatto in base al numero di persone che ciascun evento portò in piazza a protestare contro il regime, la guerra in Afghanistan generò solo una mobilitazione limitata, forse nell’ordine delle centinaia. Le proteste furono guidate in gran parte dalle madri dei soldati. Al contrario, Chernobyl innescò una mobilitazione di massa.
La prima grande manifestazione in Ucraina ebbe luogo a Kyiv nell’autunno del 1988 e si concentrò su Chernobyl e su questioni ambientali più ampie. Analogamente, la prima manifestazione di massa in Lituania – il Paese che sarebbe poi diventato il primo a dichiarare l’indipendenza dall’Unione Sovietica – fu diretta contro la centrale nucleare di Ignalina, una “gemella” di quella di Chernobyl.
Da queste proteste antinucleari emerse Sąjūdis, il movimento politico lituano per l’indipendenza. Allo stesso modo, il movimento per l’indipendenza ucraina Rukh nacque da una mobilitazione analoga. Quindi è innegabile che Chernobyl abbia avuto un ruolo .
Il paradosso è che non vi fu una correlazione diretta tra il grado in cui una repubblica sovietica fu colpita dal fallout nucleare e l’ampiezza della sua mobilitazione. La Lituania fu colpita solo marginalmente, eppure la presenza di una centrale nucleare veniva percepita come una minaccia. L’Ucraina, dove si verificarono manifestazioni di massa, fu colpita in misura proporzionalmente inferiore rispetto alla Bielorussia, che registrò livelli di mobilitazione molto più bassi.
Pertanto, sebbene Chernobyl sia stato un fattore di grande rilievo, il suo impatto politico dipese in larga misura dalle condizioni interne di ciascuna repubblica: lo sviluppo dei movimenti politici, il livello di insoddisfazione verso il potere sovietico e le tradizioni storiche di resistenza.
È in questo contesto che va valutato l’impatto di Chernobyl. Ad esempio, anche se vaste aree della Russia occidentale sono state contaminate, nel dibattito politico russo il disastro è pressoché assente.

Ha già fatto riferimento a come Chernobyl sia stato un catalizzatore del movimento per l’indipendenza ucraina. In che modo la memoria di Chernobyl è cambiata in Ucraina dopo l’invasione del 2022? Se è cambiata.
Chernobyl 1986 resta uno degli eventi centrali della memoria pubblica in Ucraina, sia a livello istituzionale sia come elemento profondamente radicato nella società e sentito “dal basso”. Direi che nel calendario ucraino ci sono due ricorrenze di questo tipo: Chernobyl, commemorato ad aprile, e il ricordo delle vittime dell’Holodomor a novembre.
Dal 2022, la vicenda dell’occupazione russa di Chernobyl – e la straordinaria tenuta, insieme alla resistenza passiva dimostrata dal personale ucraino – si è intrecciata con la narrazione più ampia del disastro del 1986. Appare come una prosecuzione della stessa storia, in cui la Russia è il responsabile e l’Ucraina la vittima.
Nel caso del 2022, l’Ucraina non è però più rappresentata soltanto come vittima, ma come una nazione capace di resistere e superare le difficoltà. È così che gli eventi di quell’anno stanno entrando nella memoria collettiva ucraina.
Che cosa è accaduto durante l’occupazione russa della centrale nucleare di Chernobyl nel 2022, e che significato storico può avere?
Nel corso delle mie ricerche mi ha colpito il modo in cui il personale ucraino riuscì a gestire una situazione praticamente impossibile. Si trovarono di fronte a un dilemma straordinario: di fronte a un attacco militare a una centrale nucleare, qual è la scelta giusta? Resistere e combattere, rischiando un incidente nucleare, oppure collaborare con gli occupanti per evitare una catastrofe?
Scelsero di restare e di opporre una forma di resistenza molto particolare. Sfruttando la loro conoscenza della fisica nucleare e degli impianti, riuscirono a ritagliarsi un margine di forza nei rapporti con le truppe russe. In alcuni momenti arrivarono persino a minacciare che la centrale potesse esplodere. In realtà non avevano la possibilità di farlo, ma usarono questa leva per esercitare pressione sugli occupanti: o si rispettavano le loro regole, oppure si rischiava una catastrofe per tutti. Ci furono aree dell’impianto in cui i soldati russi potevano entrare solo con il permesso degli operatori ucraini.
È, in questo senso, una vicenda che colpisce: mostra come le persone non si limitino a sopravvivere sotto occupazione, ma cerchino anche di resistere, di preservare la propria dignità e di affermare un certo margine di controllo anche in una relazione profondamente sbilanciata.
Un altro aspetto rilevante emerse dall’occupazione russa di Chernobyl e, successivamente, da quella della centrale nucleare di Zaporizhzhia: la disponibilità delle popolazioni delle cosiddette “company towns” (città nate intorno all’impianto, ndr) a resistere. Nel caso di Chernobyl si tratta di Slavutych, dove vivevano le famiglie del personale della centrale; nel caso di Zaporizhzhia, di Enerhodar. Queste comunità formarono unità di difesa territoriale e opposero resistenza. A Zaporizhzhia, la resistenza arrivò persino all’interno dell’area della centrale.
Questo è particolarmente significativo perché Slavutych fu l’ultima città costruita nell’Unione Sovietica: una sorta di ultima città “imperiale”, popolata da persone provenienti dalla Russia e da altre repubbliche sovietiche. Eppure, nel conflitto tra una Russia molto più potente e un’Ucraina più debole, queste città multietniche scelsero di stare dalla parte dell’Ucraina. Prima della guerra avevano votato in modo costante per Yanukovych e le loro popolazioni comprendevano persone con nomi russi, ucraini e non slavi. La loro resistenza, quindi, non fu solo passiva ma, a tratti, anche attiva e armata.
Per me, questo offre una chiave di lettura importante del fenomeno ucraino nel 2022, quando molti si aspettavano un rapido collasso del Paese. Queste città – probabilmente meno “tradizionalmente ucraine” di altre – si schierarono con l’Ucraina e resistettero. Questo aiuta a spiegare l’emergere della nazione politica ucraina, il fenomeno di Volodymyr Zelensky e il motivo per cui l’Ucraina è riuscita a resistere fino al quinto anno di guerra.

Le forze armate ucraine hanno ripreso il controllo di Chernobyl all’inizio di aprile 2022. Qual è oggi la situazione della centrale?
Le forze armate ucraine hanno riconquistato Chernobyl più o meno negli stessi giorni in cui sui media cominciavano a emergere le immagini del massacro di Bucha. Faceva parte della stessa operazione in cui fallì il tentativo russo di prendere Kyiv. Con il ritiro delle truppe russe e l’avanzata di quelle ucraine, il sito tornò sotto controllo ucraino.
Oggi la centrale non produce più energia elettrica, ma continua a funzionare come sito di contenimento, dismissione e monitoraggio. La principale preoccupazione riguarda la sicurezza. Un rischio rilevante si è manifestato lo scorso anno, quando la Russia ha colpito deliberatamente il sarcofago da miliardi di dollari che ricopre il reattore numero 4. L’attacco ha aperto una falla nella struttura, causando danni che richiedono riparazioni per milioni di dollari. È questo il pericolo più significativo al momento. Va sottolineato che l’attacco è avvenuto dopo il ritiro delle forze russe dall’area.
Questo sviluppo è allarmante non solo per Chernobyl. Rischia di creare un precedente che potrebbe favorire attacchi con droni contro impianti nucleari. I droni ucraini hanno già raggiunto obiettivi in profondità nel territorio russo, fino alla regione del Volga, e durante le offensive ucraine nel sud della Russia le forze sono avanzate fino a circa 50-60 chilometri dalla centrale nucleare di Kursk.
Questa evoluzione della guerra con i droni – in particolare gli attacchi contro siti nucleari – potrebbe rappresentare il rischio nucleare più serio dell’attuale conflitto, e forse una delle tendenze più pericolose a livello globale. Molti non colgono la portata di questa minaccia e quanto stia cambiando le regole del conflitto, trasformando il concetto di “atomi per la pace” in “atomi per la guerra”.
A mio avviso, l’attacco al sarcofago di Chernobyl segna il passaggio più critico: rappresenta oggi il rischio nucleare maggiore, perché ha infranto un tabù di lunga data, in particolare proprio quello relativo agli attacchi con droni contro impianti nucleari.
In Italia, dopo il disastro, nel 1987 si tenne un referendum che di fatto pose fine al programma nucleare del Paese. In Italia esistevano centrali nucleari, ma dopo l’incidente furono tutte chiuse. In Francia, al contrario, accadde l’opposto: il programma nucleare proseguì senza cambiamenti. Dal suo punto di vista internazionale, perché Chernobyl ha prodotto reazioni così diverse nei vari Paesi?
Questo rientra nella stessa dinamica osservata per l’impatto di Chernobyl sulle repubbliche sovietiche. Come dicevo, in Bielorussia, che fu il Paese più colpito, ci fu una mobilitazione antinucleare molto limitata, mentre in Lituania – colpita in misura molto minore – la mobilitazione fu molto intensa. Questo suggerisce che gli esiti dipendono più dalle dinamiche politiche e sociali interne ai singoli Paesi che dall’entità del disastro in sé.
Chernobyl innescò il referendum in Italia. Allo stesso modo, Fukushima portò la Germania a decidere l’uscita dal nucleare. La Germania ha accettato i costi di quella scelta, tra cui la dipendenza dal gas russo e un rinnovato ricorso al carbone. Alla fine, però, ha scelto di diventare un Paese senza nucleare.
Una delle lezioni fondamentali di Chernobyl è riassunta in un’espressione diffusa negli ambienti della politica nucleare: “Chernobyl anywhere is Chernobyl everywhere” (“Se c’è un Chernobyl da qualche parte, le conseguenze arrivano ovunque”, ndr). Il disastro dimostrò che i confini offrono una protezione limitata: nemmeno la Cortina di ferro riuscì a impedire alle nubi radioattive di raggiungere l’Europa centrale e occidentale.
Così, mentre Italia e Germania hanno scelto di abbandonare l’energia nucleare, la Francia ha continuato il proprio programma, mantenendo standard di sicurezza elevati. Ma, se dovesse verificarsi un incidente, i confini politici non impedirebbero la diffusione delle radiazioni.
La mia posizione generale è che la decisione di costruire e gestire centrali nucleari resti una prerogativa sovrana dei singoli Stati. Però quando si verifica un incidente, le conseguenze diventano una responsabilità internazionale, proprio come ha dimostrato Chernobyl.
L’unico modo per affrontare questa sfida è rafforzare il ruolo delle istituzioni internazionali nella supervisione e nei processi decisionali, garantendo che gli impianti nucleari siano gestiti in sicurezza. Ma non siamo ancora a questo punto. Si tratta di una questione complessa, per la quale non esistono soluzioni semplici.
Se la comunità internazionale deve poi farsi carico delle conseguenze dei disastri nucleari – e sostenerne i costi, come hanno fatto europei, americani e giapponesi finanziando il sarcofago di Chernobyl – allora dovrebbe anche avere una voce più forte nelle decisioni dei Paesi che dispongono di programmi nucleari e nella gestione dei loro impianti.
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