Approfondimenti · 15 Ottobre 2026

Brescia 1945, le vendette partigiane dopo la Liberazione

Le esecuzioni di Sant’Eufemia e la banda di Luigi Guitti, detto «Tito», nel nuovo libro di Mimmo Franzinelli. Una pagina del dopoguerra che restituisce la complessità della realtà storica, a lungo sacrificata al mito di una Resistenza senza ombre

di Roberto Chiarini

Per decenni, la narrazione pubblica della Resistenza italiana ha seguito un canone quasi liturgico. All’indomani del secondo conflitto mondiale, la neonata Repubblica ha un disperato bisogno di una legittimazione etica e politica che possa ricucire il tessuto strappato di una nazione moralmente e materialmente distrutta.

La Resistenza è così elevata a evento fondativo: un’epopea corale, generosa e immacolata, in cui un intero popolo si è destato dal sonno della dittatura per riconquistare, armi alla mano, la libertà e la democrazia. In questo modulo narrativo, rigidamente geometrico e privo di sfumature, i partigiani appaiono come cavalieri senza macchia, animati esclusivamente dall’amor di patria e da ideali civili superiori, senza che venga lasciata alcuna ombra sul loro operato.

Questo processo di mitizzazione non è stato un caso fortuito, ma una precisa necessità politica. Ogni regime o assetto istituzionale che sorge dalle ceneri di una catastrofe richiede un mito d’origine incontaminato, un punto zero della moralità pubblica da contrapporre all’ignominia del passato. Per la Repubblica nata dalla Costituzione del 1948, questo nucleo non poteva che essere la lotta di Liberazione.

Di conseguenza, per lungo tempo non vi è stato spazio per le riserve, per le ombre o per l’analisi delle pieghe più oscure e drammatiche della guerra civile. Ammettere che all’interno del movimento partigiano vi fossero state lotte intestine, episodi di violenza ingiustificata, regolamenti di conti privati o crudeltà efferate avrebbe significato, agli occhi della classe politica del dopoguerra, indebolire le fondamenta stesse dello Stato democratico e offrire argomenti polemici ai nostalgici del caduto regime fascista.

La complessità della storia è stata così sacrificata sull’altare della pedagogia civile.

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La maturità democratica e lo sguardo disincantato

Soltanto in tempi storicamente recenti, dopo che la democrazia italiana si è consolidata non solo nelle sue architetture istituzionali ma anche nelle coscienze profonde dei cittadini, è stato possibile rivolgere al passato uno sguardo più disincantato, rigoroso e privo di preconcetti ideologici. È emersa la consapevolezza che la storiografia non deve fare da ancella alla propaganda, e che guardare in faccia la realtà profonda della guerra civile non diminuisce il valore storico del superamento del fascismo, ma anzi ne restituisce tutta la drammatica e umana complessità.

Il celebre saggio di Claudio Pavone, Una guerra civile, ha aperto la strada a questo cambio di paradigma, dimostrando come tra il 1943 e il 1945 abbiano convissuto tre diversi conflitti: una guerra di liberazione contro l’occupante tedesco, una guerra civile tra italiani e una guerra di classe.

Da questa impostazione metodologica muove La resa dei conti, il prezioso lavoro di Mimmo Franzinelli, storico attento ai meccanismi della violenza politica e alle zone d’ombra del Novecento italiano. Era d’altronde del tutto implausibile che venti mesi di feroce occupazione straniera e di dittatura collaborazionista non avessero lasciato dietro di sé una scia tossica di odio.

Due anni di guerra fratricida non potevano risolversi con un colpo di spugna e un coro di canti patriottici il 25 aprile. In un contesto in cui il potere statale era collassato, le istituzioni erano svanite e mancava del tutto un’autorità di regolazione neutrale capace di imporre il monopolio della forza, il conflitto si è esacerbato fatalmente. La caduta dei freni inibitori, l’abitudine quotidiana alla morte e all’arbitrio più assoluto hanno creato le condizioni perfette affinché la giustizia si sovrapponesse alla vendetta e la liberazione si tingesse del sangue della ritorsione.

Benito Mussolini passa in rassegna la V Brigata nera mobile alpina a Brescia, nel 1945

Il laboratorio bresciano e la culla della RSI

Per analizzare questa transizione traumatica e sanguinosa, Mimmo Franzinelli sceglie un caso studio di straordinaria rilevanza: la provincia di Brescia. Questa terra non è una periferia qualunque nel panorama della seconda guerra mondiale in Italia; essa rappresenta il cuore pulsante e il retroterra immediato della Repubblica Sociale Italiana. Salò, Toscolano Maderno, Gargnano, la sponda occidentale del lago di Garda: erano questi i luoghi in cui Benito Mussolini e i suoi ministri tentavano disperatamente di tenere in vita lo scheletro del fascismo repubblicano, sotto il controllo vigile delle truppe occupanti del Terzo Reich.

A Brescia e nelle sue valli (la Val Trompia, la Val Sabbia), la presenza fascista era pervasiva, oppressiva e strutturata. Per quasi due anni, la popolazione civile e le brigate partigiane hanno dovuto subire le violenze sistematiche delle Brigate Nere, delle spie e dei collaborazionisti. I rastrellamenti brutali, le torture nelle carceri cittadine, le esecuzioni sommarie e le ritorsioni contro i familiari dei ribelli erano all’ordine del giorno.

Questo clima di violenza istituzionalizzata non ha soltanto mietuto vittime. Ha profondamente avvelenato l’animo di chi a quella violenza si opponeva. Come emerge dalle testimonianze dell’epoca riportate nel testo, quando per tanto tempo si convive con la morte, i valori si rovesciano: sorge l’idea irrazionale che debba esserci un colpevole assoluto che paghi per tutto il dolore patito.

In quella “zona buia” che si colloca tra il momento della vittoria militare e l’inizio effettivo dei festeggiamenti per la pace, il nemico sconfitto non viene percepito come un prigioniero da consegnare a un tribunale regolare, ma rimane un assassino, un violentatore da annientare fisicamente per espiare le sofferenze subite. La provincia di Brescia nel dopoguerra immediato è diventata così il terreno ideale per una resa dei conti spietata.

La prima pagina del «Giornale di Brescia» del 27 aprile 1945

La “zona franca” di Sant’Eufemia e la figura di Tito

È in questo contesto di anarchia istituzionale e di esasperazione sociale che si colloca la vicenda centrale esaminata da Franzinelli: la nascita di una vera e propria “zona franca” alla periferia est di Brescia, nel borgo di Sant’Eufemia.

Qui, nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile 1945, le scuole elementari del paese vengono trasformate nel quartier generale della 122ª Brigata Garibaldi. A capo di questa formazione si impone una figura emblematica, oscura, eppur a suo modo popolare, nella sua deriva criminale: Luigi Guitti, universalmente noto con il nome di battaglia di “Tito” o “Tito Tibegia”.

Tito non risponde all’iconografia classica del partigiano idealista. È un uomo violento, proveniente da un passato di espedienti e di illegalità comune. Egli vede nella Liberazione non tanto un’alba di riscatto civile, quanto un’occasione straordinaria di affermazione personale, di potere assoluto e di arricchimento rapido.

Attorno a Tito si raduna una corte di personaggi altrettanto discussi, come il suo segretario Gioachino Consuma, un vero “borsaiolo nero in grande stile” che ammassa decine di milioni di lire in contanti provenienti da sequestri e requisizioni forzate.

La resa dei conti: tra vendetta politica e odio di classe

La “giustizia sommaria” amministrata da Tito e dai suoi uomini si manifesta in tutta la sua ferocia nei primi giorni di maggio del 1945. Catturano vari personaggi accusati di connivenza col fascismo, li portano nelle scuole di Sant’Eufemia, per subire un sommario interrogatorio ed essere poi giustiziati da partigiani con il fazzoletto rosso.

Questo massacro, che coinvolge circa quindici persone, risponde a una duplice pulsione profonda. Da un lato vi è la ritorsione immediata per le violenze subite durante il ventennio e i mesi dell’occupazione; dall’altro emerge una chiara matrice classista. La violenza di Tito e dei suoi uomini si indirizza contro i benestanti, possidenti, imprenditori locali. La loro colpa non è solo l’adesione formale al fascismo, ma il loro status socio-economico. La scuola di Sant’Eufemia si trasforma così in un tribunale proletario illegale, dove l’odio di classe trova la sua sanzione di sangue.

Di fronte a questa deriva “giustizialista”, le neonate autorità democratiche bresciane si trovano in una situazione di estremo imbarazzo. Sarà necessario l’intervento fermo delle truppe alleate anglo-americane per porre fine all’arbitrio e disarmare la banda.

Luigi Guitti, detto «Tito», al centro con i documenti in mano, insieme ai partigiani a Gardone Valtrompia, alla fine di aprile 1945. Fondo fotografico Santo «Gino» Lombardi, riproduzione in Isaia Mensi, «Documenti inediti della 122ª brigata Garibaldi»

La parabola di un fuorilegge: l’epilogo di Tito

La vicenda di Luigi Guitti non si esaurisce con la fine della guerra. Lungi dal mostrare segni di pentimento per le atrocità commesse, Guitti continua a muoversi sul crinale della criminalità e della violenza politica anche negli anni successivi.

Braccato dalla magistratura, Tito decide di fuggire dall’Italia. Ripara inizialmente nella Jugoslavia del maresciallo Tito, che in quegli anni accoglie molti militanti comunisti italiani in fuga dalla giustizia. Successivamente si trasferisce nella Cecoslovacchia socialista, un altro dei santuari del blocco sovietico destinati a ospitare i quadri della Resistenza più compromessa.

Il tempo finisce, però, col mitigare i rigori della legge. Dopo circa un decennio di latitanza, beneficiando dei vari provvedimenti di amnistia, Tito può fare ritorno in Italia da uomo libero. Ma il passato non si cancella con un decreto giudiziario.

Ormai anziano, ritiratosi a vita privata, Guitti finirà i suoi giorni in modo drammaticamente coerente con la sua intera esistenza. La sua casa diventerà meta di una “visita” da parte di un gruppo di giovani militanti di estrema destra, decisi a chiedergli conto delle sue azioni passate e a inchiodarlo alle sue responsabilità per i morti di Sant’Eufemia.

Lo scontro verbale che ne segue è violentissimo, una tempesta di accuse e rabbia mai sopita. Lo stress e la violenza emotiva di quell’ultimo confronto con i fantasmi del 1945 gli saranno fatali: colto da un malore subito dopo l’acceso alterco, Tito chiude la sua parabola terrena.

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Roberto Chiarini

Già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, attualmente è presidente del Centro studi e documentazione sul periodo storico della Rsi di Salò (www.centrorsi.it). I suoi ultimi studi sono Alle origini di una strana Repubblica. Perché la cultura politica è di sinistra e il Paese è di destra (Marsilio, 2013); Il governo del leader. Craxi a Palazzo Chigi 1983-1987 (Il Torchio, 2017); Storia dell’antipolitica dall’Unità a oggi. Perché gli italiani considerano i politici una casta (Rubbettino, 2021).

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