Approfondimenti · 7 Novembre 2026

Budapest 1956: la fine dell’illusione sovietica

La repressione della rivolta ungherese incrinò la fiducia della sinistra occidentale in Mosca. Nell’Europa orientale, le speranze di rinnovamento lasciarono il posto al dissenso e alla rassegnazione: il potere comunista sopravvisse, ma perse la forza delle sue promesse

di Tony Judt

In occasione dell’anniversario della rivoluzione ungherese del 1956, pubblichiamo un estratto dal libro Dopoguerra di Tony Judt (Mondadori), che si riferisce a questo tema, per gentile concessione dell’editore.


Un piccolo numero di osservatori occidentali cercò di giustificare l’intervento sovietico, o almeno di spiegarlo, accettando la versione ufficiale comunista, secondo la quale Nagy aveva guidato una «controrivoluzione» o ne era stato travolto. Sartre, caratteristicamente, sostenne che l’insurrezione ungherese era stata contraddistinta da «spirito destroide». Tuttavia, quali che fossero le vere motivazioni degli insorti di Budapest e altri luoghi (molto più variegate di quanto apparisse allora), ciò che colpì maggiormente gli osservatori stranieri non fu la rivolta ungherese, ma la repressione sovietica.

D’ora in poi il comunismo sarebbe stato sempre associato con l’oppressione e non con la rivoluzione. Per quarant’anni la sinistra occidentale aveva guardato alla Russia, perdonando e persino ammirando la violenza bolscevica quale prezzo da pagare per la fiducia rivoluzionaria e la marcia in avanti della storia. Mosca era lo specchio lusinghiero delle loro illusioni politiche: nel novembre 1956, lo specchio si frantumò.

In un memorandum datato 8 settembre 1957, lo scrittore ungherese István Bibó osservava che l’URSS, «reprimendo la rivoluzione ungherese, aveva sferrato un colpo durissimo, forse addirittura mortale, a tutti quei movimenti di simpatizzanti (pacifisti, donne, giovani, studenti, intellettuali e così via) che hanno contribuito a dare forza al comunismo». Il giudizio si dimostrò preveggente. Privato dello strano magnetismo del terrore, e smascheratosi a Budapest in tutta la sua mediocrità corazzata, il comunismo sovietico perse il proprio fascino agli occhi di quasi tutti i simpatizzanti e ammiratori occidentali.

Un carro armato sovietico fuori uso davanti a un edificio danneggiato durante gli scontri a Budapest, nel 1956. Foto: Jack Metzger / ETH-Bibliothek Zürich, Bildarchiv, Com_M05-0448-0009, CC BY-SA 4.0.

Cercando di sfuggire alla «puzza dello stalinismo», ex comunisti come il poeta francese Claude Roy volsero le loro «narici verso altri orizzonti». Dopo il 1956, i segreti della storia non dovevano essere più cercati dentro le fabbriche opprimenti e i kolchoz inefficienti delle democrazie popolari, bensì in altri, ben più esotici, ambiti. Una sempre più esigua minoranza di irriducibili difensori del leninismo rimase aggrappata al passato ma, da Berlino a Parigi, una nuova generazione di progressisti cercò consolazione ed esempi fuori dal continente, nelle aspirazioni e insurrezioni di quello che non si chiamava ancora «Terzo Mondo».

Anche in Europa orientale le illusioni vennero frantumate. Come riferì il 31 ottobre un diplomatico britannico che si trovava a Budapest nel momento culminante della prima serie di scontri: «È davvero un miracolo che il popolo ungherese sia riuscito a resistere e a fermare questo diabolico attacco. Non dimenticheranno e non perdoneranno mai». Ma non furono soltanto gli ungheresi a scolpirsi nell’animo il messaggio lanciato dai carri armati sovietici.

Gli studenti rumeni manifestarono in favore dei vicini; parecchi intellettuali della RDT furono arrestati e processati per aver criticato le azioni sovietiche; nella stessa URSS furono gli eventi del 1956 che tolsero il velo dagli occhi di molti comunisti rimasti sino a quel momento assolutamente fedeli, come il giovane Leonid Pliusc. Dalle macerie di Budapest sorse una nuova generazione di intellettuali dissidenti, come Paul Goma in Romania o Wolfgang Harich nella RDT.

Amsterdam, 5 novembre 1956: disordini davanti alla redazione del quotidiano comunista «De Waarheid», nel palazzo Felix Meritis, in seguito agli eventi ungheresi.

A est, naturalmente, la differenza era che i disillusi sudditi di un regime screditato non potevano affatto rivolgere il proprio sguardo verso terre lontane o riaccendere la fede rivoluzionaria con la scintilla di remote rivolte contadine. Erano per forza obbligati a vivere in regimi alle cui promesse non credevano più. Vissero gli eventi del 1956 come il distillato di un susseguirsi di delusioni: le loro speranze sul comunismo, brevemente riaccese con la promessa della destalinizzazione, si spensero definitivamente, ma lo stesso accadde anche a quelle in un soccorso dell’Occidente. Mentre le rivelazioni di Chruščëv su Stalin, o le pur esitanti iniziative per riabilitare le vittime dei processi-spettacolo, avevano fatto ancora supporre che il comunismo potesse contenere al suo interno i semi del rinnovamento e della liberazione, dopo i fatti di Ungheria lo stato d’animo dominante era una cinica rassegnazione.

La cosa non fu priva di vantaggi. Proprio perché le popolazioni dell’Europa orientale avevano ormai rinunciato a ogni forma di mobilitazione e l’ordine era stato ripristinato, la leadership sovietica dell’era Chruščëv ebbe la possibilità di concedere un limitato grado di liberalizzazione locale, per una vera ironia della storia soprattutto in Ungheria. Qui, terminata la rappresaglia punitiva contro gli insorti del 1956 e i loro simpatizzanti, Kádár creò il modello dello Stato comunista «postpolitico». In cambio dell’incondizionata accettazione del monopolio del potere e dell’autorità, agli ungheresi fu concesso un grado, strettamente limitato ma autentico, di libertà nel produrre e consumare. Non si chiese a nessuno di credere nel partito e ancor meno nei suoi leader: era sufficiente che non si manifestasse il minimo segno di opposizione. Il silenzio era inteso come tacito assenso.

Questo «comunismo al gulash» garantì la stabilità dell’Ungheria, e il ricordo dell’esperienza garantì la stabilità nel resto del blocco, almeno per il decennio successivo. Ma si dovette pagare un prezzo. Agli occhi di quasi tutti coloro che vivevano sotto il comunismo, il sistema «socialista» aveva tradito ogni promessa radicale, progressista o utopica che un tempo lo avevano caratterizzato e che era stata elemento fondamentale del suo fascino, soprattutto per i giovani, sino all’inizio degli anni Cinquanta. Ora si trattava soltanto di uno stile di vita che doveva essere sopportato. Questo non voleva affatto dire che non avrebbe potuto durare: ben pochi, dopo il 1956, prevedevano una prossima fine del sistema di potere sovietico. Anzi, da questo punto di vista, c’era stato ben più ottimismo prima: dopo il novembre 1956, gli Stati comunisti dell’Europa orientale, al pari della stessa URSS, iniziarono la discesa verso un pluridecennale tramonto di ristagno, corruzione e cinismo.

Anche i sovietici dovettero pagare un prezzo: per molti aspetti, il 1956 rappresentò la sconfitta e il collasso del mito rivoluzionario, che Lenin ed eredi avevano alimentato con grande successo. Come avrebbe riconosciuto Boris Eltsin molti anni dopo, in un discorso pronunciato l’11 novembre 1992 davanti al Parlamento ungherese, «la tragedia del 1956 … resterà per sempre una macchia indelebile per il regime sovietico».

Budapest, 16 giugno 1989: la folla in piazza degli Eroi per la cerimonia di risepoltura di Imre Nagy e dei suoi compagni. Foto: Fortepan / TM, CC BY-SA 3.0.

Ma non era nulla in confronto ai costi che i sovietici avevano imposto alle proprie vittime. Trentatré anni dopo, il 16 giugno 1989, mentre a Budapest si festeggiava il passaggio alla libertà, centinaia di migliaia di ungheresi presenziarono a un’altra cerimonia di risepoltura: questa volta di Nagy e colleghi. Tra gli oratori che parlarono di fronte alla tomba c’era il giovane Viktor Orbán, futuro primo ministro.

«Il fatto che abbiamo dovuto assumerci l’onere dell’insolvenza e cercare di trovare una via d’uscita da quel vicolo cieco asiatico nel quale eravamo stati cacciati a forza» disse Orbán alla grande folla dei presenti «è una conseguenza diretta della sanguinosa repressione. In verità, nel 1956 il Partito operaio socialista ungherese ha privato la gioventù di oggi del proprio futuro.»


Tratto da Dopoguerra, di Tony Judt, traduzione di Aldo Piccato

Copyright © Tony Judt, 2005 All rights reserved
Titolo originale dell’opera: Postwar
© 2007 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
© 2025 Mondadori Libri S.p.A., Milano

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Tony Judt

(Londra 1948 – New York 2010), storico britannico a lungo residente negli USA, ha insegnato nelle università di Cambridge, Oxford, Berkeley e ha fondato e diretto l’Erich Maria Remarque Institute per lo studio della storia europea contemporanea presso l’Università di New York. Collaboratore della «New York Review of Books», ha pubblicato saggi fondamentali.

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