Approfondimenti · 7 Marzo 2026
Il Medioevo raccontato dagli alberi
Il libro di Paolo Grillo ribalta lo sguardo sulla storia europea attraverso dieci specie arboree: tra scoperte scientifiche, simboli religiosi ed economie rurali emerge un intreccio sorprendente fra ambiente, società e cultura
Paolo Grillo, medievista abituato a tenere insieme rigore scientifico e narrazione, propone un libro sorprendentemente necessario, I giganti silenziosi. Il medioevo in dieci alberi (Mondadori). L’idea di fondo è semplice: cambiare punto di vista, spostare l’asse del racconto dagli uomini a quello delle piante, e lasciare che siano loro a parlare.
Un universo che oggi si esprime con un linguaggio completamente inaspettato, col vocabolario di una scienza che sta trasformando il nostro modo di concepire la storia degli alberi, ossia con la paleobotanica e le sue tecniche avanzatissime, dalla dendrocronologia, lo studio degli anelli di crescita degli alberi, fino all’analisi genetica delle piante che ci fornisce «informazioni sulla loro origine remota, sulle loro parentele reciproche e sui tempi e i modi di diffusione delle singole specie».
Ne scaturisce un Medioevo meno oleografico e più materiale, in cui le piante non fanno da sfondo ma sono elementi vivi e concreti della storia europea, dove emerge con nettezza «il quadro complesso delle interazioni fra esseri umani e piante», riuscendo a dimostrare che esse «possono essere una chiave di lettura che ci permette di comprendere meglio tutto il mondo dell’Europa medievale».
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Nuove scoperte
Questo assunto Grillo lo spiega a partire da un dato eclatante, che smonta la lettura ormai classica che attribuiva all’arrivo dei barbari l’allargamento dello spazio boschivo a danno dei coltivi. Le notizie fornite dalle nuove fonti, soprattutto da questo nuovo straordinario strumento che è la lettura della diffusione dei pollini, fornisce una inattesa spiegazione: l’abbandono dei campi e il ritorno delle foreste nei territori dell’Europa occidentale si verificarono molto prima delle migrazioni dei popoli del Nord, con un regresso delle coltivazioni e la crescita delle superfici alberate che «iniziarono già durante la grave crisi vissuta dall’Impero romano nel III secolo, quando il Mediterraneo e l’Europa occidentale furono colpiti da una serie di catastrofi, dalle pestilenze ad una lunga serie di anni di maltempo, a cui si aggiunse una difficile stagione di instabilità politica e di guerre civili» e vaste regioni andarono spopolate, lasciando posto all’incombere della foresta, soprattutto nelle aree del Reno e del Danubio, a ridosso del Limes, la linea fortificata ai confini dell’Impero.
Una crescente estensione che, peraltro, appartenne a «un processo in buona parte regolato e condizionato dagli esseri umani», come dimostra il diffondersi delle querce, «alberi senza una vocazione colonizzatrice, in terreni abbandonati dove faggi, betulle e abeti sarebbero stati, senza l’intervento umano, più pronti ad insediarsi».

Il significato degli alberi
Per gli uomini dell’antica Europa, pensare agli alberi significa collocarli al crocevia di simboli e poteri: per i Romani erano emblemi di ordine domestico contrapposti alle selve “barbariche”, mentre le élite coltivavano specie esotiche come il platano più per prestigio che per utilità; sullo sfondo, l’immaginario delle foreste del Nord restava minaccioso e metaforico, più che reale.
Tra i popoli germanici l’albero poteva essere soglia del sacro – si pensi all’albero-mondo Yggdrasil – e proprio questa carica produsse la lunga “guerra agli alberi” dei missionari cristiani: da san Martino e san Barbato fino alla lotta di Carlo Magno contro l’albero sacro Ermensul, dove la vittoria sul “demone” che abitava il tronco certificava la superiorità del Dio cristiano.
Conoscere gli alberi voleva dire addomesticarne il senso e la pratica: nei monasteri benedettini il giardino era un piccolo Eden e il Cristo stesso veniva figurato come un giardiniere, come appare a Maria Maddalena nel giardino di Giuseppe di Arimatea dopo la resurrezione; e la tecnica dell’innesto, obbediente alla mano dell’uomo, divenne insieme sapere agronomico e figura morale della trasformazione. Sfruttare gli alberi, infine, non fu predazione cieca, ma spesso gestione raffinata: le selve altomedievali furono spazi aperti e produttivi, centrali per raccolta, caccia e allevamento.
Miti
Grillo demistifica alcuni miti culturali otto-novecenteschi, in particolare quello della “selva oscura”, del deserto-foresta che inghiotte l’Europa altomedievale. E si sofferma sulle forme dell’“inaccessibilità” delle foreste, più metaforica che reale, topos letterario che ritorna spesso nelle agiografie, dove l’inospitalità dei boschi, spiega l’autore, non era tanto reale ma aveva una funzione centrale nell’esaltare l’azione salvifica del santo o della santa, in quanto solo loro, grazie alla protezione divina, potevano placare l’azione di una natura ostile.
Né reale appare essere la costruzione ambigua fornita dalla letteratura cavalleresca nel pieno Medioevo, come nelle opere di Chretien de Troyes (1135 ca-1190 ca), dove la foresta ora si mostra accogliente ora come luogo di pericolo e paure, «dove gli eroi vivevano le loro avventure e dove era possibile incontrare creature magiche e sovrannaturali – anch’esse alle volte benevole, alle volte ostili – culminando nel noto bosco di Brocelandia, popolato da giganti e ibridi mostruosi, nel quale il potente mago Merlino era stato imprigionato dalla sua nemica, la Dama del Lago».
Lo spazio della foresta, dunque, in queste opere ha poco di reale ma viene descritto come orrido spazio di perdizione e di paura, in «maniera funzionale alla narrazione e non a rispecchiare la realtà dell’epoca».

Tipi di alberi
Il cuore del libro è però nel racconto di nove tipi di alberi (l’ulivo, la quercia, il pesco, il castagno, la palma, l’olmo, il pino e l’abete, il noce, il faggio): non un erbario elegante, ma una macchina narrativa che mette in scena funzioni, economie e elementi fisici e dell’immaginario.
L’ulivo apre la sequenza come sigillo mediterraneo della lunga durata: una pianta che lega commerci, tecniche, fiscalità imperiale e liturgie domestiche. La quercia segue come infrastruttura totale, prima alimentare – ghiande e porci, la base grassa del mondo contadino – poi edilizia, grazie al tavolame, alle travature, alla legna da costruzione da lei ricavati.
Il pesco introduce invece l’arte dell’innesto e la circolazione di saperi tra orti, corti e monasteri. Il castagno esplode nel suo paradosso di elemento di un’abbondanza frugale, vero “pane degli alberi” che sfama montagne e sostiene microeconomie fatte di farina e di tannini. La palma sposta il baricentro su scambi a lungo raggio e su un simbolismo che attraversa confini religiosi. L’olmo, accoppiato alla vite o innestato nel paesaggio urbano, disegna virtù civiche e regole di prossimità.
Le conifere – pini e abeti – sono la cerniera tra monte e mare: boschi organizzati come cantieri in potenza, dove resina, pece, alberature e scafi anticipano il cantiere navale. Il noce, ombroso e “dotto”, tocca la sfera della tecnica alimentare e farmacologica, ma anche dell’interdetto, con una storia occulta che dall’antichità arriva fino al noce di Benevento, luogo mitico dei sabba delle streghe.
Poi, in conclusione, il faggio: una parabola sui costi della modernità prima della modernità, sul vetro che chiede faggi da ardere grazie alle qualità del suo legno («le sue ceneri contengono infatti percentuali significative di potassio e di calce, due elementi indispensabili come catalizzatori nella trasformazione chimica della sabbia in vetro») e sul fuoco che prosciuga le faggete condannandole, in molte regioni occidentali, ad una violenta estinzione: non un epilogo moralistico quello che ci propone Grillo, ma un bilancio di lungo periodo dove i guadagni tecnici presentano il conto ecologico, con una parabola drammatica che, commenta l’autore, «ci ricorda che di fronte alle necessità economiche umane, bellezza, vetustà e sacralità possono fare ben poco per difendere gli alberi e che quando questi ultimi hanno più valore da morti che da vivi, gli esseri umani non dimostrano – ieri come oggi – alcuna pietà».
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