Approfondimenti · 9 Maggio 2026

La stretta del Cremlino su Memorial, custode della memoria del Gulag

La Corte Suprema vieta l’attività del movimento nato per custodire la memoria delle repressioni sovietiche e difendere i diritti umani. Una decisione che rischia di colpire ricerca storica, società civile e uso del patrimonio documentale legato a Memorial

di Antonella Salomoni

Il 9 aprile 2026, la Corte suprema della Federazione russa ha qualificato il “movimento sociale internazionale Memorial” come organizzazione “estremista” e ne ha vietato l’operato in tutta la Russia. La richiesta di avviare la procedura era pervenuta dal ministero della Giustizia, che aveva richiamato l’attenzione sulle attività di Memorial in quanto minaccia per “i fondamenti dell’ordine costituzionale, la sua integrità e sicurezza” e incitamento “a negare i valori storici, culturali, spirituali e morali, nonché a fomentare la discordia sociale e religiosa”.

L’udienza della Corte si è tenuta a Mosca a porte chiuse. Il caso era classificato come “segreto” e la difesa non ha avuto modo né di consultare gli atti, né di accedere all’aula del dibattimento. Nondimeno erano stati ammessi diplomatici delle ambasciate francese e tedesca, mentre delegati delle legazioni ceca e svedese, nonché giornalisti della televisione tedesca, sono rimasti in attesa del giudizio presso il centro stampa – una solidarietà ch’è stata oggetto di violenti attacchi da parte dell’informazione governativa, perché giudicata come un tentativo di esercitare pressione sul sistema giudiziario russo.

La Corte Suprema non ha spiegato cosa e chi fosse incluso nel preteso “movimento sociale internazionale”, e su quali basi il provvedimento fosse stato adottato, né ha reso pubblica la sentenza. Si è limitata a diffondere una nota in cui si affermava che i membri dell’organizzazione, sotto l’influenza di “una ideologia distruttiva”, si erano resi responsabili di “crimini estremisti”, ribadendo la natura “chiaramente antirussa” delle loro attività. Si è trattato – ha dichiarato Memorial attraverso un comunicato pubblico – di “una decisione illegittima che segna una nuova fase di pressione politica sulla società civile russa”. Da qui, le numerose reazioni di sostegno da parte di rappresentanti dell’Onu, del Parlamento Europeo e dell’Unione Europea, di associazioni per i diritti umani russe e internazionali, come ha ampiamente documentato Memorial Italia.

Un “movimento” che non esiste

In realtà, da un punto di vista formale, il “movimento sociale internazionale” citato nella sentenza non esiste. Memorial non è un’unica organizzazione. Presenta una struttura articolata e complessa, costituita da oltre una dozzina di associazioni che condividono obiettivi comuni, ma operano in modo indipendente. Tutte sono registrate in paesi diversi e hanno forme giuridiche differenti, con decine di progetti distinti.

Proprio la vaghezza della definizione, la segretezza e l’impossibilità di verificare i termini dell’accusa di estremismo e le motivazioni della sentenza passata in giudicato, non permettono di escludere future sanzioni e repressioni nei confronti di qualsiasi individuo o iniziativa associata al progetto – una arbitrarietà giuridica già adottata dalle autorità russe contro altri presunti “movimenti internazionali”. Da qui la decisione presa da Memorial d’interrompere qualsiasi forma di attività in Russia e di proseguire la propria l’azione al di fuori del paese.

Le conseguenze della classificazione di Memorial come movimento estremista restano ancora difficili da prevedere. La stampa ufficiale sembra aver immediatamente raccolto la necessità d’individuare i limiti di una prossimità. Subito dopo la sentenza, in una intervista rilasciata ad uno dei quotidiani on-line più diffusi, un noto avvocato di celebrities ha dichiarato ancora lecito utilizzare il patrimonio documentale di Memorial in tesi, dissertazioni e lavori accademici sulla repressione in epoca sovietica: la decisione della Corte Suprema non vieta, di per sé, la ricerca su queste tematiche, né proibisce il ricorso a Memorial come fonte storica.

Al contempo, ha consigliato cautela e, di fatto, ha lanciato un ammonimento: le citazioni di materiale d’archivio a fini scientifici sono ammesse, ma occorre evitare qualsiasi segno di promozione dell’organizzazione. In sostanza, agli espliciti divieti di partecipare al lavoro di Memorial e coinvolgervi altre persone, di sostenerne e finanziarne le attività, di distribuirne in modo attivo i materiali o utilizzarne i simboli al di fuori del giusto contesto, si affianca ormai, come “opzione più sicura” per lavori didattici e di ricerca, il suggerimento di ricorrere a documenti alternativi: archivi e fonti di stampo governativo, libri di memorie e opere accademiche in cui siano già riprodotti i dati necessari.

Una lunga escalation repressiva

Pressioni su Memorial hanno iniziato a manifestarsi, sotto varia forma, a partire dai primi anni Duemila, limitando progressivamente ogni sua attività. In particolare, nel 2013, il Centro per i diritti umani Memorial è stato dichiarato “agente straniero” e, nel 2016, vi si è aggiunto Memorial Internazionale. Nel 2021, la Corte Suprema ha disposto la liquidazione di ambedue gli organismi per “molteplici violazioni” della legge sugli agenti stranieri, oltre che per aver presumibilmente tutelato la reputazione di “criminali nazisti” e “creato una falsa immagine dell’Urss come Stato terrorista” (una questione sulla quale aveva attirato l’attenzione lo stesso presidente Vladimir Putin).

Nel 2022, poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina, le autorità hanno infine dichiarato illegale Memorial, prendendo possesso con la forza dei suoi uffici e sequestrando i suoi beni. È in seguito a tali disposizioni che, nel 2023, è stata fondata a Ginevra l’Associazione internazionale Memorial, inclusa a sua volta, nel 2026, tra le “organizzazioni indesiderabili”, designazione che comporta il divieto di operare in Russia.

Il nucleo originario di Memorial era stato formato nell’ex Unione Sovietica, nel 1987, da un gruppo d’iniziativa impegnato nel documentare la storia dei crimini commessi durante il periodo staliniano. Tra i suoi primissimi progetti occorre ricordare la promozione e adozione, nel 1991, di una legge “Sulla riabilitazione delle vittime della repressione politica”; e la raccolta di firme a favore dell’installazione di un monumento in loro onore – iniziativa che si tradusse, nel 1990, nell’inaugurazione sulla piazza Lubjanka di Mosca, di fronte alla sede dell’allora Kgb, della Pietra delle Solovki, un blocco di granito proveniente dalle Isole Soloveckie, arcipelago del Mar Bianco sede del primo campo di lavoro sovietico.

Poi, dopo una lunga e intensa azione civica, nel 2022 Memorial ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace – insieme al bielorusso Ales’ Bjaljacki, difensore dei diritti umani, e all’organizzazione ucraina Centro per le libertà civili [Centr Hromadjans’kych Svobod] – per “aver promosso il diritto di criticare il potere e aver contribuito alla tutela dei diritti fondamentali dei cittadini”. Il discorso che l’attuale presidente Jan Račinskij ha tenuto a Oslo in occasione della cerimonia di consegna del riconoscimento, riassume in modo esemplare le due principali aree di attività del movimento. La prima riguarda la costruzione di una memoria storica del Terrore perpetrato dallo Stato sovietico contro il suo popolo; la seconda si è sviluppata attorno alla protezione dei diritti umani nei paesi che facevano parte dell’ex Unione Sovietica e del diritto internazionale umanitario nelle zone di conflitto su ampia scala. Jan Račinskij spiegava con queste parole il legame indissolubile tra difesa dei diritti e lavoro sulla memoria storica, ch’era alla base dell’azione di Memorial:

«La specificità di questo lavoro è che siamo impegnati nell’indagare e documentare non solo tragedie del passato e acuti conflitti sociali del presente. Noi indaghiamo e documentiamo dei crimini. Crimini contro il singolo essere umano e contro l’umanità, già commessi o attualmente in corso da parte del potere statale. La causa principale di questi crimini, a nostro avviso, è la sacralizzazione del potere statale come valore supremo; è proclamare come priorità assoluta ciò che per il potere rappresenta gli “interessi dello Stato”, a discapito del singolo essere umano, della sua libertà, della sua dignità e dei suoi diritti. Questo sistema di valori capovolto, in cui le persone sono solo materiale sacrificabile per risolvere i problemi di governo, ha prevalso nel nostro paese per settant’anni».

Archivi, ricerca storica e tutela dei diritti

Memorial è diventato nel corso del tempo un importante centro di ricerca, storico e educativo, che ha condotto un immenso lavoro sugli anni della repressione staliniana. Non solo ha svolto indagini d’archivio presso istituzioni pubbliche o private, ma ha anche prodotto e ampliato costantemente i propri archivi (compresa la raccolta di oltre mille memorie di prigionieri e lavoratori del Gulag), realizzando banche dati sulle vittime del Terrore (oltre tre milioni di record), su decine di migliaia di carnefici attivi (“Personale dei dipendenti degli organismi di sicurezza dello Stato dell’URSS 1935-1939”), su circa centomila cittadini sovietici deportati in Germania per i lavori forzati durante il secondo conflitto mondiale.

Con “Topografia del Terrore”, sito web implementato nel 2015, si è data risultanza ad un complesso lavoro d’identificazione dei siti delle fosse comuni e di altre località legate a repressione e detenzione, che ha conferito alla memoria della violenza politica una dimensione spaziale. Sono stati fondati una importante biblioteca e un museo commemorativo con una collezione comprendente oggetti personali utilizzati nella vita in prigionia e donati da familiari (dai manufatti artigianali alle opere d’arte create dai detenuti).

Sono stati organizzati eventi come “Ritorno dei nomi”, iniziativa civica con ricorrenza annuale, a partire dal 2007, di lettura ad alta voce presso la Pietra di Solovki al fine di restituire individualità alle vittime; e avviati progetti come “Ultimo indirizzo”, che ha visto, a partire dal 2014, l’installazione sui muri delle case dai cui erano partire le persone represse di targhette con informazioni sulla loro identità; e ancora il progetto “Bambini del Gulag” , i concorsi annuali per studenti e, più in generale, un lavoro didattico che ha avuto speciale declinazione in direzione dei giovani; un’intensa attività editoriale, mostre, conferenze e seminari, che hanno innestato un ampio dibattito pubblico, e così via.

Dopo la fine dell’Unione Sovietica, l’attività di Memorial si è progressivamente ampliata alla tutela dei diritti umani, compresi il salvataggio di ostaggi e il soccorso ai rifugiati. Attraverso un continuo monitoraggio è stata possibile la raccolta, l’analisi e la pubblicazione d’informazioni su abusi e crimini di guerra commessi soprattutto contro popolazioni civili nel corso di differenti congiunture belliche: le due guerre di Cecenia; il conflitto osseto-inguscio nel Caucaso; le mai sopite tensioni armate tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabach; la guerra di Transnistria e le diverse operazioni belliche nell’Asia centrale. Così come sono state oggetto di denuncia le reiterate violazioni nella regione del Donbas, in Ucraina, tra il 2014 e il 2016. L’attività di “Memorial” a difesa dei diritti umani ha incluso la ricerca dei dispersi, l’indagine sulle esecuzioni extra-giudiziali, la denuncia delle sparizioni forzate. È stata inoltre fornita assistenza materiale e legale a rifugiati, sfollati e prigionieri politici.

Oggi tutto questo impegno civile non ha più diritto di espressione: la decisione della Corte Suprema del 9 aprile 2026 significa che lo spazio per qualsiasi attività legata a Memorial, rimasto aperto in varie forme anche dopo il 2021, sta di fatto scomparendo in Russia. La politica storica russa contemporanea è orientata ad una modellazione intransigente della memoria collettiva (o coscienza storica) da parte dello Stato e non tollera competitori. Ma, soprattutto, il caso Memorial ci fa comprendere quanto l’accusa di “estremismo”, “fascismo” o “nazismo” possa avere ripercussioni esiziali sia sulla tutela dei diritti che sulle modalità di utilizzo del patrimonio storico.

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Antonella Salomoni

È professoressa ordinaria di Storia contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto attività di ricerca all’Accademia polacca delle scienze di Varsavia, all’Università di Helsinki, all’Università di Leningrado, all’Istituto internazionale di Storia sociale di Amsterdam, all’EHESS di Parigi, all’IMSECO di Parigi-Sorbona e all’Università Statale Russa di Scienze Umane di Mosca. Tra le sue ultime pubblicazioni: Il protocollo segreto. Il patto Molotov-Ribbentrop e la falsificazione della storia (il Mulino, 2022; Univ. of Wisconsin Press, 2026) e Lenin a pezzi. Distruggere e trasformare il passato (il Mulino, 2024).

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