Approfondimenti · 28 Febbraio 2026

La storia e la fede: il Gesù di Renan che sconvolse l’Italia liberale

Nel 1863 il libro di uno storico francese scatenò una polemica che mise a nudo le tensioni dell’Italia appena unificata. Ne derivò una guerra culturale senza precedenti

Giovanni Belardelli intervista Roberto Pertici

Nel 1863 la pubblicazione a Parigi della Vie de Jésus di Ernest Renan aprì una polemica fra le più significative della cultura europea dell’Ottocento. L’opera proponeva una ricostruzione storica della figura di Gesù di Nazareth, che ne sottolineava la grandezza morale, negandone tuttavia la dimensione soprannaturale. Gesù appariva come un uomo straordinario, ma pur sempre un uomo.

La rapida traduzione italiana del libro aprì un dibattito acceso sui fondamenti del cristianesimo, destinato a intrecciarsi con le tensioni politiche e religiose dell’Italia appena unificata. La polemica investiva non solo la teologia, ma il ruolo pubblico della Chiesa e la questione del potere temporale dei papi.

A questa vicenda Roberto Pertici ha dedicato il libro Il caso Renan. La prima guerra culturale dell’Italia unita, da poco uscito per Il Mulino. Storico contemporaneista, già docente all’Università di Bergamo e autore di importanti studi sul rapporto tra Chiesa e Stato e sulla cultura politica italiana del Novecento, Pertici ricostruisce il contesto, le reazioni e le molte voci, cattoliche e laiche, che animarono quella che può essere considerata la prima grande controversia culturale dell’Italia liberale, come spiega in questa intervista del Circolo della Storia.

Pertici, la “Vita di Gesù” è stato il primo volume di un progetto più ampio. Qual era l’obiettivo di Renan?

Il libro inaugurava una serie di volumi (alla fine sarebbero stati sette) dedicati alla storia delle origini del cristianesimo, dalla predicazione di Gesù fino alla morte dell’imperatore Marco Aurelio nel 180. Renan intendeva ricostruire il processo con cui dalla predicazione di Gesù si era giunti a una prima strutturazione della chiesa cristiana. La sua ricerca nasceva da un percorso personale significativo: nato in Bretagna nel 1823 e cresciuto in un ambiente cattolico molto tradizionale, aveva intrapreso la carriera ecclesiastica già a nove anni. Nel 1845 attraversò una crisi di coscienza legata anche allo studio dell’ebraico e all’approfondimento della critica biblica tedesca e finì per lasciare il seminario.

Maturò da allora la convinzione che lo storico dovesse affrontare la figura di Gesù come qualunque altra figura della storia, analizzando i Vangeli come documenti storici, senza vedere in quelle vicende l’azione di un progetto soprannaturale, come invece presto cominciarono a fare i seguaci del Nazareno. 

Qual era la tesi centrale del libro?

Secondo Renan, i Vangeli contengono elementi storicamente fondati intrecciati a elaborazioni leggendarie sviluppatesi fin da subito nella prima trasmissione orale. Gesù viene dunque considerato una figura di eccezionale grandezza morale, anzi il più grande uomo apparso nella storia, come lo studioso francese lo definisce, ma privo di caratteri divini.

Uno storico che faccia il suo mestiere deve limitarsi a studiare il Gesù della storia, cercando semmai di spiegare attraverso quali passaggi sia nato il Gesù della fede: questa la convinzione di Renan. Quindi non può accettare come evento storico (per esempio) il miracolo della risurrezione, ma limitarsi a spiegare come sia emersa la fede nella resurrezione. Insomma una spiegazione storica delle origini del cristianesimo doveva prescindere da tutte le sovrastrutture costruite nei secoli dalla lettura teologica di quegli eventi: ora tutto ciò sfidava l’interpretazione tradizionale su cui si fondava l’autorità ecclesiastica. Insomma, Gesù andava considerato come un grande personaggio storico, non come il figlio di Dio.

Questa lettura “umana” di Gesù ebbe un’accoglienza favorevole nel mondo laico, ma scatenò una reazione durissima nel mondo cattolico. Nel suo libro parla di “prima guerra culturale” dell’Italia unita. Quanto c’è di specificamente italiano in quelle polemiche?

A mio giudizio il nodo di fondo, in Italia come in Europa, negli anni Sessanta è il problema del potere temporale dei papi e del suo destino. È la questione centrale del cattolicesimo di quel decennio, in cui si innesta la mobilitazione contro Renan: mettere in discussione la divinità di Cristo significa, nel clima dell’epoca, mettere in discussione anche il potere temporale. Anche in Francia la mobilitazione cattolica ruota attorno a quel riferimento.

In Italia, però, la polemica ha un doppio effetto: da un lato si sviluppa una mobilitazione cattolica assolutamente inedita; dall’altro ci sono le decine di migliaia di copie vendute. Il successo del libro indica che esiste una società italiana che, venuta meno la censura vigente negli stati pre-unitari, è affamata di questi temi e vuole saperne di più. E le fonti mostrano che la lettura non resta confinata alle élite.

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E difatti ci furono da subito anche edizioni popolari ed economiche.

In Francia il libro di Renan esce presto in forma più accessibile, senza note e senza introduzione, a costo bassissimo. In Italia l’edizione Daelli era abbordabile: quattro volumetti in edizione economica. Il libro viene letto anche in ambienti operai e suscita curiosità e interesse ben al di là del mondo che aveva un qualche sentore di questi problemi, che fino ad allora erano stati dei tabù.

Questo s’inserisce in un quadro più generale: dopo il 1861, con la fine della censura, in gran parte in mano di ecclesiastici, c’è un’esplosione di carta stampata che fa impressione. È un punto che si dimentica spesso: il Regno d’Italia non fu soltanto il compimento dell’unità nazionale, ma inaugurò la possibilità di un dibattito pubblico su temi politici e religiosi fino ad allora assai limitato o inesistente.  Anzi si potrebbe osservare che la discussione su temi religiosi conobbe in quel decennio un’ampiezza e una libertà, che non sempre si sarebbe ritrovata in Italia nel secolo successivo.

Nel suo libro lei distingue schieramenti e sottocorrenti: cattolici intransigenti, cattolici liberali, laici convinti, ma anche “laici perplessi”. Come si compone questo quadro?

Il riferimento al cattolicesimo liberale mi pare importante perché mostra che non tutto il cattolicesimo italiano fosse allora riconducibile alla linea intransigente: nei primi anni Sessanta esisteva un cattolicesimo liberale, conciliatorista, patriottico, numericamente significativo, che assunse un atteggiamento diverso verso il caso Renan. Più che percorrere la via della mobilitazione identitaria, cercò di capire le ragioni di quel grande successo, individuandole anche in alcuni gravi limiti del mondo cattolico italiano.

Anche tra i laici, poi, le posizioni non sono uniformi. La sinistra, in varie sue componenti, sostiene la diffusione del libro, ma non manca una critica “di sinistra” a Renan: secondo alcuni la Vita di Gesù sarebbe troppo rispettosa della versione “ufficiale” della nascita del cristianesimo.

Ho sintetizzato questa critica nella figura drammatica del cremonese Stefano Bissolati (il padre di Leonida), che si chiede perché Gesù debba essere considerato “il più grande uomo della storia”. E Socrate, allora? E Buddha? Bissolati invitava Renan a riscoprire il “miracolo greco” nella storia della spiritualità antica.

E i “laici perplessi”, chi sono?

Sono coloro che non credono più, ma che conservano una nostalgia per un mondo di certezze e temono che, perduta la fede, “la gente” perda orientamento e sbandi. Per questo preferirebbero che si continuasse a credere nella “leggenda di Gesù”, piuttosto che destrutturarla. Il tramonto degli idoli rende perplessi, perché poi resta la domanda: “dopo, a cosa si crederà?”. È un atteggiamento che serpeggia anche in molti dibattitti odierni.

Una delle caratteristiche più evidenti del libro è l’attenzione a figure meno note, biografie, ambienti e reti culturali. Perché questa scelta?

Nel corso della ricerca mi sono reso conto che non si poteva capire il caso italiano senza guardare anche alla Francia. Non in ossequio a qualche modello teorico di “storia transnazionale”, ma per una necessità concreta della ricerca: le vicende culturali dell’Ottocento europeo sono intrecciate e, lavorando sulle fonti, questo emerge in modo evidente. D’altronde nella storiografia italiana del secolo scorso (Adolfo Omodeo, Giorgio Candeloro,  Armando Saitta, Regina Pozzi), esiste una vivace attenzione alla Francia dell’Ottocento, che da subito ho condiviso, con tutti i miei limiti, ovviamente.

Molte figure vengono considerate “minori” e non sono entrate in quello che mi capita di chiamare il “senso comune storiografico” solo per una certa pigrizia degli storici, che preferiscono percorrere vie collaudate, piuttosto che immergersi nella lettura di testi e nella ricostruzione di vicende lontane da quelle vie. Se tenessimo in mano i fili di un gran numero di biografie e sapessimo intrecciarli tra loro, la trama di un’epoca risulterebbe molto più chiara. Spesso invece si procede per categorie astratte, perdendo la densità concreta delle vicende personali e territoriali.

Questa mia attenzione deriva anche da una tradizione storiografica precisa: penso a Carlo Dionisotti, Sebastiano Timpanaro, Piero Treves e Marino Berengo, che mi hanno insegnato a guardare alle strutture editoriali, ai luoghi della cultura, alla dimensione sociale dell’intellettuale, alle differenze tra città e regioni. L’Italia dell’Ottocento non è un blocco uniforme: capire Bologna, Firenze o Napoli significa immergersi in dinamiche diverse. Recuperare figure oggi dimenticate non è un esercizio erudito (che d’altronde non sarebbe un esercizio inutile), ma un modo per restituire la complessità reale di quel mondo.

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Giovanni Belardelli

Ha insegnato Storia delle dottrine politiche e Sistemi politici contemporanei all’Università di Perugia. Tra le sue pubblicazioni: Il Ventennio degli intellettuali. Cultura, politica, ideologia nell’Italia fascista (Laterza 2005), Mazzini (il Mulino 2011), Il Corriere durante il fascismo. Profilo storico (Fondaz Corriere della sera 2021), Il tramonto del passato. La crisi della storia nella società contemporanea (Rubbettino 2025). Ha curato tra l’altro L’Italia immaginata. Iconografia di una nazione (Marsilio 2020).

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