Approfondimenti · 23 Maggio 2026
Georgij Žukov, il maresciallo che non tremava davanti a Stalin
Il generale sovietico che fermò Hitler e conquistò Berlino fu anche l’uomo che il Cremlino temette, emarginò e poi trasformò in mito
«Davanti a me ci sono due armate nemiche e il mio Fronte. Io conosco la situazione e io decido come agire. Se ha tempo, metta giù i suoi soldatini di piombo e venga anche lei a organizzare le battaglie».
Per rivolgersi così a Iosif Stalin, nel dicembre 1941, un generale sovietico doveva essere dotato di un coraggio smisurato, al limite dell’incoscienza. Tanto più che il capo del Cremlino nel non lontano 1937 aveva sterminato gran parte della dirigenza militare e anche dopo aveva fatto arrestare, imprigionare e a volte fucilare alti ufficiali. Eppure Georgij Žukov, uomo duro e orgoglioso, protagonista assoluto della vittoria sulla Germania nazionalsocialista, quel coraggio lo dimostrò in parecchie occasioni.
I suoi colleghi tremavano di fronte a Stalin. Lui no. Anche per questo cadde in disgrazia nel 1946, nonostante gli immensi meriti accumulati in guerra. E poi, dopo il ritorno in auge, fu nuovamente silurato da Nikita Chruščëv nel 1957. La dirigenza comunista temeva che la rivoluzione d’Ottobre, come quella francese, avesse uno sbocco bonapartista e teneva d’occhio con sospettosa attenzione i militari brillanti e risoluti.
Ci sono molti aspetti sbalorditivi nella biografia del più vittorioso comandante sovietico, ora ricostruita dettagliatamente nel libro di Jean Lopez e Lasha Otkhmezuri Žukov. Il martello dell’Est (Leg, pagine 890, € 29). Basti pensare alle umili origini contadine, al fatto che la sua istruzione, sotto l’Impero zarista, si fosse fermata all’equivalente della nostra terza elementare, agli errori di ortografia che commetteva.
Mai aveva frequentato l’Accademia militare, solo un «corso avanzato per comandanti» durato tre mesi. Eppure, da caparbio autodidatta, aveva assimilato le idee formulate dai migliori teorici sovietici dell’arte bellica, in seguito eliminati da Stalin, e seppe applicarle con indubbia maestria. Un’altra importante sua caratteristica, insolita tra i connazionali, era il ridottissimo consumo di alcolici, poi del tutto soppresso: beveva invece tè nero in grande quantità.
Registrati al Circolo della Storia e non perderti più alcun contenuto!
Hai già letto almeno un articolo: registrati gratuitamente al Circolo della Storia per continuare a leggere i contenuti di approfondimento dedicati agli iscritti.
Un uomo d’azione
Nato nel 1896, sergente dell’esercito russo al momento della rivoluzione, Žukov aveva aderito all’Armata Rossa, era stato ferito in battaglia durante la guerra civile, aveva partecipato alla repressione dei moti contadini contro i bolscevichi. Vicende terribili che, secondo le stime riportate dagli autori, costarono alla Russia circa dieci milioni di morti, considerando anche epidemie e carestie, ben più numerosi delle vittime, un milione e 800 mila, che aveva mietuto in precedenza tra i sudditi dello zar, civili e militari, il primo conflitto mondiale dal 1914 al 1917.
Ad accelerare la carriera di Žukov fu la già ricordata mattanza degli ufficiali decisa da Stalin. Nel 1938 il futuro conquistatore di Berlino diventa vicecomandante della strategica regione militare bielorussa, al confine con la Polonia. Ma soprattutto l’anno dopo viene spedito in Mongolia per fronteggiare i giapponesi, ai quali infligge una pesante disfatta.
Tutto il contrario di ciò che avviene all’ovest, dove i sovietici subiscono ripetute umiliazioni per mano del piccolo ma combattivo esercito della Finlandia. Così nel 1941 Žukov è nominato capo di stato maggiore, un incarico prestigioso che però non gli si addice. È un trascinatore, un uomo d’azione, il posto più adatto a lui è il comando diretto di grandi unità combattenti sul campo.
Al fronte
Žukov ha la sua parte di responsabilità nell’iniziale andamento catastrofico della guerra, che nel 1941 vede gli aggressori tedeschi penetrare profondamente in territorio sovietico e distruggere numerose armate. Tuttavia è il generale che reagisce meglio ai colpi formidabili subiti dal suo Paese: «Non conosce il dubbio né l’impotenza, per quanto la situazione possa sembrare disperata», scrivono i suoi biografi.
Il 29 luglio 1941, a poco più di un mese dalla data dell’invasione (22 giugno), Stalin lo allontana dallo stato maggiore e lo invia al fronte. Žukov racconterà che era stato su sua richiesta, fornendo però diverse versioni dell’accaduto. Di certo si tratta di una mossa indovinata, perché da quel momento i tedeschi si trovano di fronte in battaglia un avversario tenace e abilissimo, che ne frena l’avanzata fino a bloccarla, per poi guidare la riscossa.
E lo fa senza risparmiare l’uso di metodi brutali verso i suoi soldati. I biografi sottolineano a più riprese «la rigida intransigenza di Žukov nei confronti di qualsiasi forma di indisciplina o debolezza». Le fucilazioni di disertori e fuggiaschi sono assai frequenti. D’altronde il 16 agosto 1941 Stalin ordina di arrestare anche i familiari di «coloro che hanno nascosto durante i combattimenti le insegne del loro grado e si sono arresi».
Il sistema totalitario sovietico non conosce la pietà, meno che mai in guerra.

Conquistare il Reich
Il libro di Lopez e Otkhmezuri segue minuziosamente l’andamento delle operazioni militari, che vedono Žukov in prima linea nelle situazioni più critiche. Prima salva Leningrado, destinata però a un lungo calvario, e poi respinge i tedeschi davanti a Mosca. Nell’agosto 1942 Stalin, nonostante i dissapori, lo nomina suo vice al comando supremo, numero due della gerarchia militare. Per premiare il suo ruolo nell’accerchiamento dei tedeschi a Stalingrado, il despota del Cremlino gli assegna all’inizio del 1943 il titolo di maresciallo dell’Unione Sovietica.
Seguirà la decisiva vittoria di Kursk, che nel luglio 1943 apre la strada alla liberazione dell’Ucraina. Poi l’annientamento del nemico in Bielorussia con l’operazione Bagration (non a caso il nome di un generale zarista) nel giugno 1944. L’offensiva dal fiume Vistola all’Oder che porta l’Armata Rossa alle porte di Berlino, nel gennaio 1945. Infine la conquista della capitale di Adolf Hitler, nella primavera successiva, che conclude la fosca avventura del Terzo Reich.
Žukov è l’artefice principale di tali successi, ottenuti a caro prezzo, ma determinanti per sottrarre l’Europa al dominio nazista. Non è soltanto una sequela di vittorie: la sua epopea comprende anche gravi insuccessi (i tedeschi sono un osso duro) che il libro registra puntualmente e che la storiografia sovietica ha spesso preferito occultare, benché il Cremlino li abbia sfruttati allo scopo di affossare il maresciallo.
Nel Dopoguerra
Stupisce oggi, mentre la Russia di Vladimir Putin celebra in tutti i modi la «Grande guerra patriottica», il fatto che nel 1947 Stalin abbia deciso di togliere all’anniversario della vittoria sulla Germania, il 9 maggio, la qualifica di festività nazionale, ripristinata molto più avanti. Ma d’altronde già nel 1946 Žukov viene destituito dal comando delle forze terrestri sovietiche e addirittura nel 1948 «indicato a tutti come un ladro e un uomo senza onore». Il dittatore comunista non tollerava che qualcuno potesse fargli ombra.
E tra gli altri comandanti di spicco il malcapitato maresciallo non poteva contare su alcuna solidarietà, a parte casi sporadici. Gelosie e avversioni molto aspre dividevano gli esponenti della classe militare sovietica, peraltro ossessionati dal ricordo delle purghe subite.
Parzialmente riabilitato ancora prima della morte di Stalin, verso il quale mantiene sempre comunque un forte rispetto, Žukov partecipa attivamente alla congiura contro il famigerato capo della polizia segreta Lavrentij Berija, arrestandolo di persona durante una drammatica riunione di vertice nell’estate del 1953. Nominato nel 1955 ministro della Difesa, contribuisce alla destalinizzazione e si prodiga per modernizzare le forze armate, che intende organizzare su una base più professionale, sottraendole per quanto possibile all’influenza del potere politico. Il che non gli viene perdonato.

Il prestigio postumo
Benché Žukov svolga un ruolo provvidenziale a favore di Chruščëv nel giugno 1957, quando lo aiuta a sgominare la cospirazione della vecchia guardia staliniana, pochi mesi dopo finisce sotto accusa. Gli tolgono il ministero, lo estromettono dagli organi dirigenti del regime. Il 4 marzo 1958, ormai emarginato, apprende persino (ed è davvero il colmo) «di essere stato radiato dall’esercito».
Negli ultimi anni della vita, specie dopo la caduta di Chruščëv, Žukov lotta per recuperare l’onore che gli spetta. Ottiene di pubblicare le sue memorie che, benché censurate dall’alto, si affermano come un bestseller.
Alla morte, avvenuta nel 1974, è ancora visto con diffidenza, tanto che le sue carte vengono requisite. Ma con il tempo il prestigio postumo del maresciallo cresce, anche per la decisione del Cremlino di esaltare la vittoria del 1945 come la propria primaria fonte di legittimazione. Una tendenza che non è certo venuta meno dopo il crollo dell’Urss e che la politica imperiale di Putin sta ulteriormente accentuando. Anche se le prestazioni dell’esercito russo in Ucraina non sono certo all’altezza delle gesta di Žukov.
© Riproduzione riservata