Approfondimenti · 6 Giugno 2026
Roma tradita. Storia dell’occupazione tedesca del 1943
12 settembre, i carri pesanti tedeschi attraversano Piazza del Popolo
Una catena di errori e un suicidio politico portarono al caos del 9 settembre, come ricostruito dall’ultimo libro di Elena Aga Rossi
Furono il caos e la disorganizzazione a segnare le prime ore del 9 settembre 1943, quando il re Vittorio Emanuele III decise di lasciare Roma subito dopo l’annuncio dell’armistizio firmato con gli alleati. Il convoglio lasciò la capitale alle 5.30 del mattino senza un’idea chiara di quale fosse la meta finale. Con il re e la sua famiglia partirono anche i vertici delle forze armate, tra cui il capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio e quello dell’esercito Mario Roatta.
Pochi protestarono come fece il principe Umberto, che chiese inutilmente al padre di lasciarlo rimanere a Roma come ultimo rappresentante della monarchia. Altri, che non erano stati inclusi nell’elenco ma che ebbero sentore di quello che stava accadendo, provarono comunque ad aggregarsi al convoglio del re: tra questi vi era il generale Giacomo Carboni che, in teoria, aveva il comando di tutte le truppe poste a presidio della capitale. I membri civili del governo non furono neanche avvertiti, scoprirono della partenza del sovrano a cose fatte.
La giornata si svolse in modo convulso, mentre nelle stesse ore i tedeschi stringevano la morsa su Roma. Il maresciallo Badoglio era terrorizzato, e continuava a ripetere che «se ci prendono ci tagliano la testa a tutti». Per sicurezza si era messo in abiti civili, così come avevano fatto molti dei militari presenti. In serata il gruppo raggiunse la costa adriatica, dove poco prima dell’una di notte fu imbarcato sulla corvetta Baionetta, “con forme scomposte di arrembaggio da parte di chi vedeva nella fuga l’unica ancora di salvezza”. Da qui, avrebbe raggiunto Brindisi nella tarda mattinata del 10 settembre: nasceva il Regno del Sud, mentre nel nord occupato dai tedeschi si formavano le primissime organizzazioni partigiane e poi un nuovo governo fascista.
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Le conseguenze della fuga
La fuga da Roma del re è rimasta nella memoria collettiva come uno degli eventi simbolici dello sfacelo della classe dirigente italiana al tornante dell’8 settembre, e –insieme all’appoggio dato al fascismo durante il ventennio – probabilmente costò alla monarchia la vittoria al referendum del 2 giugno 1946. Come racconta Elena Aga Rossi nel suo ultimo libro, Roma tradita. Settembre 1943, la mancata difesa e l’occupazione tedesca (Il Mulino, 2026), ad essere grave però non fu tanto la decisione del re di lasciare Roma, che poteva anche essere giustificata dalla necessità di evitare che il governo legittimo e il sovrano cadessero nelle mani dei tedeschi.
Ben più gravida di conseguenze fu invece la scelta di rinunciare del tutto a difendere Roma, lasciando le forze armate italiane senza ordini e in balia di sé stesse, e consegnando di fatto la città ai tedeschi. Fu persa infatti in quel momento, scrive Aga Rossi, “la possibilità di un ritiro delle forze tedesche al nord che avrebbe abbreviato la guerra sul territorio italiano”. Quello che accadde invece fu il crollo dello Stato e l’occupazione tedesca di quasi tutta la penisola.

Tedeschi e italiani
Al momento dell’armistizio le forze armate italiane nei pressi di Roma erano nettamente superiori in termini numerici a quelle tedesche. Dopo la caduta di Mussolini, infatti, il governo aveva rafforzato la presenza dell’esercito nella capitale con funzione di ordine pubblico nel timore di un colpo di stato guidato dai tedeschi, oppure di disordini causati da forze fasciste o da “estremisti” di sinistra.
Questi spostamenti portarono a sei le divisioni italiane in zona, a fronte di due sole divisioni tedesche. Vero è che le truppe italiane, a confronto con quelle tedesche, erano meno motivate e soprattutto peggio equipaggiate. Alcune divisioni registravano mancanze croniche di armi, munizioni, carburante e mezzi pesanti. Ma è anche vero che, all’alba dell’armistizio, i tedeschi avevano deciso che in caso di sbarco alleato e di una resa italiana, sarebbe stato più prudente ritirarsi a Nord di Roma per evitare di rimanere accerchiate tra gli alleati che risalivano da Sud e le truppe italiane nel centro Italia.
Fu solo quando si resero conto che gli italiani non avevano intenzione di difendere la capitale e che l’esercito italiano si stava sfaldando che decisero altrimenti. Il governo italiano e i vertici militari invece continuarono a cullarsi nell’assurda convinzione che sarebbe stato possibile mantenere un’equidistanza tra gli alleati e i tedeschi, sfilando l’Italia dal conflitto e lasciando che fossero gli alleati a ingaggiare i tedeschi.
Aspettare gli americani
Nella notte tra l’8 e il 9 settembre, mentre si facevano i primi concitati preparativi per la partenza, Ambrosio si rifiutò così di ordinare l’attivazione del piano operativo previsto per reagire all’aggressione tedesca, che era scattata dappertutto appena gli alleati annunciarono la conclusione dell’armistizio. Nelle stesse ore fu dato ordine al grosso delle truppe di stanza a Roma di lasciare la capitale e concentrarsi verso Tivoli.
Nel dopoguerra, Roatta giustificò questa decisione con il desiderio di non esporre la popolazione e la città a distruzioni inutili. In realtà l’intenzione era soprattutto quella di sottrarre le truppe a un confronto con i tedeschi, spostandole in una località sicura “dove”, scrive Aga Rossi, “avrebbero potuto aspettare l’esercito angloamericano, del cui rapido arrivo erano tutti inspiegabilmente certi”. Poche ore dopo aver emanato quest’ordine, i vertici delle forze armate abbandonarono la capitale senza lasciare al comando supero nessuna istruzione su come comportarsi.
Il caos
Il giornalista Paolo Monelli ha lasciato una descrizione vivida di quei momenti: “i ministeri avevano mandato a casa tutti gli impiegati, nessun ufficio rispondeva al telefono… Nel cortile di Palazzo Chigi funzionari appiccavano il fuoco agli archivi del ministero degli esteri; gli usceri recavano bracciate di documenti, dispacci, cifrari, minute, sacchi di carte, li vuotavano dentro i sarcofaghi romani fatti bracieri e attizzavano le fiamme con pale e badili… Non c’era più un’autorità né un comando efficiente. La radio era muta”.
Il risultato fu il caos. La decisione di allontanare le truppe da Roma era incomprensibile, ma nessun comandante si prese la responsabilità di non eseguire una diposizione che di fatto “consegnava Roma ai tedeschi”. Le truppe italiane rimaste in città, che erano già impegnate nei primi combattimenti con i tedeschi, non sapevano se dovessero continuare a combattere per difendersi, arrendersi o prendere l’iniziativa contro i tedeschi. Lasciato senza ordini, l’esercito si sfaldò. Oltre un milione di soldati italiani furono disarmati dai tedeschi in Italia, nei Balcani e in Francia. Di questi, oltre 800.000 furono deportati in campi di prigionia in Germania. Le truppe italiane ancora presenti nella capitale si arresero il 10 settembre, dando il via all’occupazione tedesca che sarebbe durata fino al 4 giugno dell’anno successivo.

Il dibattito
Alle responsabilità delle classi dirigenti italiane durante la Seconda guerra mondiale Elena Aga Rossi (che è membro del direttivo del Circolo della Storia) ha dedicato quasi tre decenni di studi, a partire da quando nel 1993 ha pubblicato il volume Una nazione allo sbando. Erano gli anni in cui gli studiosi dibattevano del significato della crisi seguita all’armistizio del 1943 (morte definitiva di un senso collettivo di patria secondo alcuni, morte della patria fascista e nascita di una nuova identità italiana secondo altri).
Il dibattito investì anche l’opinione pubblica sotto la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, che aveva visto con i suoi occhi lo sfascio dell’esercito e che fece della riscoperta del riscatto morale seguito all’8 settembre uno dei fili rossi del suo settennato. Nel 2011 Aga Rossi tornò sul tema dell’armistizio con Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani, 1940-1945 (con Maria Teresa Giusti) che affrontava il destino delle divisioni italiane sorprese nei Balcani e nelle isole greche al momento dell’armistizio. Qualche anno dopo, era il 2016, raccontò in un nuovo libro il momento più tragico di quella vicenda, l’eccidio di Cefalonia (Cefalonia, la resistenza, l’eccidio, il mito). Il volume sulla mancata difesa di Roma conclude in qualche modo questo ciclo di studi.
Il doppio gioco
Certo i semi del disastro erano stati piantati ben prima dell’8 settembre. I tedeschi furono colti del tutto impreparati dalla destituzione di Mussolini del 25 luglio, ma dopo essersi ripresi dalla sorpresa, iniziarono a far affluire truppe in Italia, collocandole nei punti strategici senza chiedere nessuna autorizzazione ai comandi italiani, e a elaborare piani per destituire Badoglio e disarmare le truppe italiane.
I comandi italiani non fecero che protestare debolmente, terrorizzati da una parte dalla possibile reazione dell’alleato e dall’altra da un inesistente pericolo di eversione comunista che incombeva sull’Italia. Da quel momento in poi l’azione del governo nei confronti dei tedeschi seguì un unico filo conduttore: dimostrare la buona fede italiana e non prendere nessuna iniziativa che potesse provocare una reazione tedesca. Una “non politica” suicida, commenta Aga Rossi, fondata sul doppio gioco, “che avrebbe portato il paese alla catastrofe”.
Il governo e i vertici militari, del resto, erano divisi sull’atteggiamento da tenere verso i tedeschi. I soldati italiani e quelli tedeschi avevano combattuto fianco a fianco fin dal 1941, creando forme di solidarietà e di amicizia che naturalmente sopravvissero alla caduta del fascismo. Gli ufficiali più giovani poi erano cresciuti ed erano stati educati interamente nel corso del ventennio, e il permanere di sentimenti fascisti nelle forze armate, come nota Aga Rossi, giocò certamente un peso nell’orientare gli avvenimenti di quelle settimane.

Verso l’armistizio
Da parte italiana le trattative per l’armistizio, iniziate già a fine luglio, furono improntate all’incertezza, all’ambiguità e all’improvvisazione. Gli emissari italiani, andando oltre le istruzioni che avevano ricevuto, garantirono agli alleati che l’Italia avrebbe cambiato fronte attaccando immediatamente i tedeschi. Gli alleati da parte loro garantirono che sarebbero intervenuti con un grande spiegamento di forze, che sapevano benissimo di non avere a disposizione.
Ossessionato dalla necessità di non far trapelare niente ai tedeschi, il governo Badoglio non solo tenne del tutto all’oscuro delle trattative i vertici militari e non fece alcun preparativo per la difesa di Roma, ma accettò che i tedeschi assumessero il controllo di posizioni nevralgiche sia in Italia sia negli altri teatri di guerra. Secondo Aga Rossi, a spiegare l’azione del governo non fu solo il timore dei tedeschi, ma anche il tentativo di collaborare con loro fino alla fine “per schierarsi all’ultimo momento con la potenza più forte”, senza dover affrontare direttamente i tedeschi in combattimento.

Fuori controllo
Dopo l’armistizio, ci volle qualche giorno perché gli alleati si rendessero conto che gli italiani non avevano alcuna intenzione di tenere fede alle garanzie date durante le trattative. Il 10 settembre Eisenhower si rivolse direttamente a Badoglio invitandolo ad agire con urgenza perché “l’intero futuro ed onore dell’Italia dipendono da ciò che le sue forze armate sono ora pronte a fare”.
Il 12 settembre anche Churchill e Roosevelt intervennero con un appello negli stessi termini. Le ultime speranze crollarono quando il 14 settembre gli emissari alleati incontrarono il re e il governo a Brindisi. Gli interessi del re, scrisse il britannico Harold Macmillan, sembrano essere solo tre, e in quest’ordine: la sua famiglia, la sua dinastia e il suo paese. Il governo non aveva più nessun controllo della situazione.
Per i tedeschi la presa di Roma però non fu del tutto indolore. Abbandonati dai vertici militari del proprio paese, i comandanti di singole unità decisero spesso di propria spontanea volontà di combattere contro i tedeschi. La battaglia di Porta San Paolo è rimasta impressa nella memoria collettiva come l’episodio più noto della resistenza alle truppe di Hitler. Si combatte anche sulla Magliana, a Monterotondo e Monterosi.
Secondo i dati ufficiali del Ministero della Difesa, i morti furono 414, ma diversi studiosi stimano che i caduti in combattimento a Roma siano stati oltre 1.000. I morti sono celebrati ogni anno proprio a Porta San Paolo. La mancata difesa di Roma, conclude Aga Rossi, rimane “una macchia indelebile sulla classe dirigente di allora”.
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