Approfondimenti · 20 Giugno 2026

La lunga strada verso Israele. Sionismo, diaspora e nascita dello Stato ebraico

Lo storico e demografo Sergio Della Pergola ripercorre le origini del movimento sionista, le migrazioni ebraiche tra Ottocento e Novecento, il rapporto con la Palestina mandataria, la Shoah e la formazione dello Stato di Israele

Antonio Carioti intervista Sergio Della Pergola

Sergio Della Pergola, nato a Trieste nel 1942 e trasferitosi in Israele nel 1966, è professore emerito all’Avraham Harman Institute of Contemporary Jewry dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Demografo e studioso della popolazione ebraica mondiale, ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca alla storia demografica degli ebrei, ai movimenti migratori, al rapporto tra Israele e diaspora e alle trasformazioni dell’identità ebraica contemporanea.

In questa intervista al Circolo della Storia, Della Pergola ricostruisce il sionismo come movimento di liberazione nazionale nato alla fine dell’Ottocento, ma radicato in una questione molto più antica: la dispersione degli ebrei, la discriminazione e la ricerca di una sovranità politica.

È un processo che si muove fra storia e demografia: dalle migrazioni verso gli Stati Uniti alla Palestina ottomana e mandataria, dalla Shoah alla nascita di Israele, fino all’arrivo degli ebrei dai Paesi arabi e al rapporto, ancora centrale, tra lo Stato ebraico e la diaspora. Sono aspetti complicati, ma che aiutano a capire meglio anche il presente.


Il sionismo nasce alla fine dell’Ottocento con l’idea che gli ebrei abbiano bisogno di un proprio Stato per sottrarsi alle persecuzioni antisemite. Eppure, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la grande emigrazione ebraica dall’Europa orientale si dirige soprattutto verso gli Stati Uniti, non verso la Palestina. Perché?

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Il movimento sionista, come organizzazione, nasce nel 1897 a Basilea. Ma l’idea a cui si richiama è molto più antica, perché riguarda la dispersione degli ebrei, la discriminazione, la ghettizzazione, la persecuzione e la disuguaglianza: è un fenomeno storico praticamente bimillenario.

Per capirne il senso, si potrebbe fare un parallelo con il Risorgimento italiano. Da una parte ci sono gli italiani, divisi in tanti Stati e sottoposti all’influenza di altre potenze; dall’altra gli ebrei, privi di un territorio sovrano e comunque sempre sotto il dominio di altri. In entrambi i casi abbiamo movimenti di liberazione nazionale, altamente ideali, in parte utopistici, che richiamano un sostrato culturale e storico antico per dare a un popolo una fisionomia più coerente e una sovranità statale.

Anche le figure guida hanno qualcosa in comune. Se pensiamo a Giuseppe Mazzini e a Theodor Herzl, troviamo due personalità fondamentalmente liberali. Il libro Lo Stato degli ebrei di Herzl immaginava uno Stato moderno, laico e liberale, con una separazione tra Stato e religione e persino proposte sociali che oggi suonano attuali, come la settimana lavorativa di 35 ore.

Detto questo, tra l’idea e la sua realizzazione c’è sempre uno scarto enorme. Gli ebrei dell’Europa orientale vivevano spesso in condizioni di povertà e di insicurezza. Per milioni di persone la prima necessità era sopravvivere. Gli Stati Uniti erano un Paese in forte crescita, più accessibile e più attraente di una provincia periferica dell’impero ottomano, poverissima e difficile da raggiungere. In questo senso gli ebrei che emigrano verso New York assomigliano molto agli italiani che, dopo l’Unità, lasciano comunque l’Italia per cercare pane e lavoro in America.

Nel periodo tra il 1880 e la Prima guerra mondiale, solo una piccola parte della migrazione internazionale ebraica si dirige verso la Palestina: intorno al 3 per cento. Il resto va soprattutto in Nord America, poi in America Latina e nell’Europa occidentale. L’ideale sionista era noto, ma la sua realizzazione doveva fare i conti con ciò che era possibile.

I delegati al Primo Congresso sionista, tenutosi a Basilea, in Svizzera, nel 1897

All’inizio il sionismo è sostenuto soprattutto da ebrei secolarizzati, spesso anche socialisti, mentre una parte del mondo religioso ortodosso rimane diffidente o ostile. Come si spiega questa apparente contraddizione?

Bisogna distinguere tra l’ideologia dei dirigenti e la sensibilità quotidiana del popolo. L’internazionalismo socialista esiste a livello intellettuale e filosofico, ma le persone comuni sono sensibili prima di tutto alla sopravvivenza, ai propri diritti, all’eliminazione dell’ingiustizia che le colpisce direttamente. Questo valeva anche per gli ebrei dell’Europa orientale, tra i quali si svilupparono movimenti socialisti ebraici da cui provennero figure come David Ben Gurion.

Negli ambienti più religiosi, invece, era forte una matrice conservatrice, ostile all’innovazione e alla modernità. Il sionismo veniva percepito come un fattore di modernizzazione e quindi, in parte, di secolarizzazione. Da qui nasceva la diffidenza.

Questa chiusura ebbe anche conseguenze tragiche di fronte al nazismo. Alcuni compresero in tempo il pericolo e cercarono vie di fuga o forme di militanza politica antinazista. In altri ambienti religiosi, invece, prevalse l’idea di restare, confidando nella provvidenza. È una pagina dolorosa: la chiusura al mondo e il rifiuto di leggere la realtà contribuirono a esporre quelle comunità alle conseguenze più catastrofiche della Shoah.


La Palestina non era una «terra senza popolo»: era abitata in larga prevalenza da arabi musulmani, con minoranze cristiane ed ebraiche. Come si pose il sionismo di fronte a questo dato?

Prima di tutto va chiarito che la formula «una terra senza popolo» non nasce come prodotto del movimento sionista. È una frase che appartiene all’evangelismo protestante dell’Ottocento e che poi è stata spesso attribuita, impropriamente, al sionismo.

La Palestina ottomana era una regione periferica, povera, dominata da latifondi. La popolazione non era abbondante, ma c’erano alcune centinaia di migliaia di persone, in gran parte in condizioni difficili. Esistevano comunità musulmane, cristiane ed ebraiche; a Gerusalemme, in particolare, gli ebrei costituivano il gruppo relativamente più numeroso, pur vivendo spesso di elemosine provenienti dall’estero.

Nell’Ottocento ci furono tentativi di modernizzazione, anche grazie a figure filantropiche come Moses Montefiore e, più tardi, al barone Rothschild, che introdusse forme di agricoltura moderna, per esempio con le vigne e le cantine Carmel. Le prime fattorie ebraiche crearono lavoro anche per contadini arabi poverissimi. È un aspetto spesso trascurato: la presenza ebraica, pur minoritaria, contribuì a introdurre elementi di modernizzazione agricola e infrastrutturale.

Il conflitto diventa più acuto dopo la Prima guerra mondiale, quando dopo la Conferenza di San Remo del 1920 il Mandato britannico – stabilito con l’esplicito scopo di creare un focolare nazionale per il popolo ebraico – marca sulle mappe un contenitore geopolitico nuovo. Nelle carte geografiche ottomane la Palestina non esisteva come unità politica distinta. Esistevano province come Damasco, Beirut, Gerusalemme, Acri. Con il mandato britannico nasce invece un territorio definito, quello che poi siamo abituati a pensare «dal fiume al mare», anche se inizialmente gli inglesi comprendevano nella Palestina mandataria pure la Transgiordania, cioè l’attuale Regno di Giordania.

Dentro quel contenitore si trovano arabi, ebrei e cristiani. All’inizio una parte araba rifiuta persino l’idea di una Palestina separata, rivendicando l’appartenenza alla grande Siria. Ma una volta creato il territorio, si consolidano interessi e identità contrapposte. Negli anni Venti il conflitto tra il progetto sionista e la popolazione araba palestinese cominciò a farsi sempre più aperto, fino alle violenze del 1929, tra cui il massacro della comunità ebraica di Hebron.

Negli anni Trenta la tensione esplose nella grande rivolta araba contro il Mandato britannico e contro l’immigrazione ebraica. Londra cercò allora di barcamenarsi tra impegni contraddittori: favorire il “focolare nazionale” ebraico promesso ai sionisti dalla Dichiarazione Balfour del 1917 (dal nome dell’allora ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour), ma al tempo stesso contenere l’opposizione araba. Il risultato fu una politica contraddittoria, fatta di aperture e restrizioni, fino al Libro bianco del 1939, che limitò drasticamente l’immigrazione ebraica proprio alla vigilia della Shoah.

La Dichiarazione Balfour del 1917

Il movimento sionista comprese che non avrebbe potuto ottenere l’intero territorio della Palestina mandataria?

Sì. L’obiettivo sionista era ottenere la sovranità ebraica su una parte del territorio. Da un punto di vista simbolico, l’aspirazione ideale alla “terra promessa” nella sua interezza poteva esistere, ma sul piano politico i dirigenti sionisti capirono che non era possibile. Già nel 1936 il piano Peel prevedeva una partizione con una parte ebraica molto più piccola di quella proposta poi dalle Nazioni Unite; l’Agenzia ebraica accettò il principio, mentre i rappresentanti della parte araba lo rifiutarono.

Il passaggio decisivo arriva il 29 novembre 1947, quando l’Assemblea generale dell’ONU vota la spartizione della Palestina in uno Stato ebraico, uno Stato arabo e un corpus separatum per Gerusalemme. Ben Gurion accettò la partizione. Questo significava riconoscere l’esistenza di due entità nazionali, ciascuna con diritto alla propria sovranità.
La guerra cominciò immediatamente dopo il voto dell’ONU e proseguì dopo la proclamazione dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948.

Le forze ebraiche, inizialmente male armate e male organizzate, riuscirono però a migliorare le proprie posizioni e conquistarono territori assegnati dal piano ONU allo Stato arabo. L’armistizio di Rodi nel 1949 fissava poi la cosiddetta Linea verde, rimasta in vigore fino alla guerra dei Sei giorni. È un esempio di come, nella storia, un progetto politico si confronti con la guerra, con la geopolitica e con i risultati concreti sul terreno.


Quanto ha pesato la Shoah nella nascita dello Stato ebraico? Si può dire che senza lo sterminio degli ebrei d’Europa non ci sarebbe stato Israele?

Il rapporto esiste, ma va analizzato con cautela. Certamente dopo la Shoah maturò nel mondo occidentale l’idea che bisognasse dare una risposta alla tragedia del popolo ebraico. E nel 1946 il pogrom di Kielce, in Polonia, mostrò che per molti sopravvissuti non esisteva un ritorno sicuro alla vita precedente e che il problema dell’;antisemitismo non era risolto.

Tuttavia non credo che il legame semplice «c’è stata la Shoah, quindi nasce Israele» regga fino in fondo. Il percorso sionista era già in corso da decenni. Se la Shoah non fosse avvenuta, la pressione migratoria degli ebrei dell’Europa orientale sarebbe stata probabilmente enorme. Ho lavorato su proiezioni demografiche che tengono conto non solo dei sei milioni di morti, ma anche dei figli e dei nipoti che non sono mai nati. La perdita complessiva, in questa prospettiva, non è di sei milioni ma di circa dodici milioni: sei milioni di vittime e sei milioni di non nati.

Senza la Shoah ci saremmo trovati con milioni di ebrei in più, in larga parte in Polonia, Ucraina, Cecoslovacchia, Ungheria e nei Paesi baltici, dentro contesti segnati da antisemitismo, difficoltà economiche ed emarginazione. Una parte avrebbe cercato di andare negli Stati Uniti, ma le quote migratorie introdotte negli anni Venti avevano già ridotto drasticamente l’ingresso di stranieri negli Usa, specialmente ebrei e italiani. È dunque plausibile che una forte ondata si sarebbe diretta verso la Palestina, modificando i rapporti demografici e le scelte internazionali.

Dopo il 1948 arrivarono in Israele circa 300-400 mila sopravvissuti della Shoah, e numeri simili giunsero dai Paesi arabi, spossessati di tutti i loro averi. Quella grande immigrazione, tra il 1948 e il 1951, contribuì a creare l’ossatura dello Stato. Ma la nascita di Israele va letta come il risultato di un processo più lungo, non solo come conseguenza immediata della Shoah.


Dal punto di vista demografico, il popolo ebraico ha recuperato i numeri precedenti alla Shoah?

Non ancora del tutto. Prima della Seconda guerra mondiale gli ebrei nel mondo erano circa 16,5 milioni; nel 1945 erano scesi a circa 11 milioni. Oggi sono sotto i 16 milioni, quindi manca ancora qualcosa rispetto al livello prebellico.

La crescita è avvenuta soprattutto in Israele. Nel 1945 gli ebrei presenti nel Paese erano circa mezzo milione; oggi sono sette milioni e mezzo. La diaspora, invece, ha meno ebrei rispetto al 1945. Con le tendenze attuali, si può prevedere che nel giro di alcuni anni la maggioranza del popolo ebraico vivrà nello Stato di Israele.

Questo dipende anche dal tasso di fecondità. In Israele la media della popolazione ebraica è intorno a tre figli per donna, molto più alta rispetto ai Paesi europei. È un dato che non riguarda solo gli ambienti religiosi: anche nell’area di Tel Aviv, la più secolarizzata del Paese, la natalità resta più alta di quella europea. C’è una mentalità familistica, ma soprattutto una dose di permanente ottimismo, che favorisce la crescita demografica.


Esistono casi comparabili al rapporto tra diaspora ebraica e Stato di Israele?

Un esempio particolare è la Liberia: nell’Ottocento alcuni africani schiavizzati in America tornarono in Africa e contribuirono a creare uno Stato libero. I rapporti quantitativi e storici sono molto diversi, ma l’idea di un ritorno a una terra di origine di persone finalmente liberate esiste.

C’è poi un altro aspetto interessante, non tanto a livello di popolo quanto di élite. Spesso grandi dirigenti politici non sono nati nel Paese che poi hanno contribuito a guidare. Mohandas (Mahatma) Gandhi si formò in Sudafrica e divenne il grande liberatore dell’India. David Ben Gurion nacque in Polonia e guidò Israele all’indipendenza. Yasser Arafat nacque in Egitto e fu il principale leader palestinese. Eamon de Valera nacque a New York e divenne presidente irlandese. Garibaldi, l’unificatore dell’Italia, nacque nel 1807 a Nizza, all’epoca parte dell’Impero napoleonico e poi tornata sotto la Francia nel 1860.

Oggi molti Stati mantengono un rapporto strutturato con le proprie diaspore. L’Italia ha milioni di discendenti all’estero e una rappresentanza parlamentare eletta dagli italiani nel mondo. L’Ungheria ha un’attenzione istituzionale per la diaspora; anche Grecia, Finlandia, Germania e altri Paesi hanno strumenti simili. Israele ha la Legge del ritorno, che consente l’immigrazione e concede la cittadinanza a chi può dimostrare di essere ebreo e alle rispettive famiglie. La particolarità ebraica sta nel rapporto numerico: per molto tempo la maggioranza del popolo è vissuta fuori dalla madrepatria.


Che peso ebbe l’immigrazione degli ebrei dai Paesi arabi nella costruzione dello Stato di Israele?

Fu un peso enorme. L’ideale del ritorno a Sion, presente nella preghiera quotidiana, era condiviso anche dagli ebrei dei Paesi arabi, spesso meno secolarizzati degli ebrei europei. Ma chi arrivò dal Nord Africa e dal Medio Oriente partiva in media da condizioni socio-economiche più svantaggiate. In molti casi il tasso di analfabetismo, soprattutto tra le donne, era alto; le famiglie erano più numerose; l’inserimento nel nuovo Stato avvenne da posizioni di partenza inferiori.

Per un italiano è facile capire questo fenomeno: in Israele si creò una sorta di questione meridionale interna, non fondata sulla geografia ma sulla distribuzione di gruppi con caratteristiche sociali diverse. Il divario ebbe conseguenze difficili, anche politiche.

Nel tempo, però, Israele ha conosciuto un forte processo di mobilità sociale ascendente. Le differenze non sono del tutto scomparse, ma si sono ridotte, soprattutto tra le generazioni più giovani. I matrimoni tra persone di origini diverse sono molto numerosi. Nella terza generazione, spesso, le distinzioni tra origine europea, nordafricana o mediorientale restano più nelle abitudini familiari e culinarie che nella struttura sociale.

Va però aggiunto che molti ebrei provenienti dai Paesi arabi portarono con sé anche ricordi dolorosi: sinagoghe incendiate, partenze improvvise, beni abbandonati. Questo ha alimentato in alcuni casi una diffidenza verso il mondo arabo e può avere avuto un riflesso anche nelle scelte politiche.


Che cosa resta, allora, della lunga storia tra diaspora, sionismo e Stato di Israele?

Resta un rapporto complesso tra centro e diaspora. La storia ebraica è stata per secoli una storia di dispersione, minoranza, emarginazione e resilienza. Il sionismo ha proposto una risposta politica moderna a questa condizione, immaginando la ricostruzione di una sovranità nazionale. Ma la realizzazione di quell’idea è passata attraverso migrazioni, guerre, compromessi, tragedie e trasformazioni demografiche.

Per questo la storia di Israele non può essere ridotta a una formula semplice. Non è solo il prodotto della Shoah, anche se la Shoah ne ha profondamente segnato la nascita. Non è solo un ritorno religioso, perché il sionismo delle origini fu in larga parte laico, liberale e nazionale. Non è nemmeno soltanto una storia europea, perché nella costruzione dello Stato ebbero un ruolo decisivo gli ebrei provenienti dai Paesi arabi.

È una storia in cui l’ideale e la realtà si sono continuamente misurati. E, come spesso accade nella storia, le idee nate in forma alta e talvolta utopica sono state poi trasformate dalle condizioni materiali, dai rapporti di forza, dalle migrazioni e dalle scelte politiche.


Sergio Della Pergola vive dal 1966 in Israele, è professore ordinario emerito e ex-direttore dell’Istituto Harman di Studi Ebraici Contemporanei nella Hebrew University di Gerusalemme. Tra le sue pubblicazioni in italiano ricordiamo “Anatomia dell’ebraismo italiano: caratteristiche demografiche, economiche, sociali, religiose e politiche di una minoranza” (1976), “La trasformazione demografica della diaspora ebraica” (1983), “Israele e Palestina: la forza dei numeri” (2007), “Essere ebrei, oggi” (2024), “2126: il futuro degli ebrei (2025, co-autore), e “AntiebrEismo: riflessioni su “nuovo” e “vecchio” antisemitismo” (in corso di stampa)

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Antonio Carioti

È giornalista professionista. Dopo aver intrapreso la professione alla «Voce Repubblicana», ha lavorato per oltre vent’anni al «Corriere della Sera». Tra le sue pubblicazioni: Di Vittorio (il Mulino, 2004), Gli orfani di Salò (Mursia, 2008) e I ragazzi della Fiamma (Mursia, 2011). Per l’editrice Solferino ha pubblicato il libro intervista con Marco Tarchi Le tre età della Fiamma (2024) e alcuni volumi sul fascismo: Alba nera (2020), La guerra di Mussolini (con Paolo Rastelli, 2021), Come Mussolini divenne il Duce (2023), 40 giorni nella vita di Mussolini (2025). Il suo ultimo libro è L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista liberale (Laterza, 2026).

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