Approfondimenti · 2 Ottobre 2026

I mille volti di Francesco

Dall’Alter Christus della tradizione medievale al patrono d’Italia, dal simbolo pacifista all’icona ecologista: nei secoli la figura di Francesco d’Assisi è stata riletta e reinventata, fino a diventare un riferimento capace di parlare ben oltre i confini della Chiesa

di Andrea Possieri

Esplosa nell’immediatezza della sua morte, la fama di santità di Francesco di Assisi è rimasta per secoli confinata nell’immagine ufficiale dell’Alter Christus elaborata dalla tradizione medievale. Un ruolo di rilievo nell’elaborazione e nella diffusione di questa rappresentazione, da venerare più che da imitare, lo ebbero Dante e Giotto che, con il Paradiso e il ciclo di affreschi nella Basilica superiore di Assisi, consegnarono ai posteri il ritratto del Francesco esemplare, amante della povertà e sottomesso alla Chiesa di Roma.

L’incontro con la modernità, tuttavia, produsse un ripensamento della figura dell’Assisiate in cui il lato umano emerse progressivamente sotto la patina agiografica. In definitiva, l’età contemporanea ne moltiplicò i volti, senza mai cancellare del tutto quelli del passato: il Francesco storico si sovrappose a quello mitico. Nell’Ottavo centenario della morte che si celebra in questo scorcio del 2026 si possono rintracciare i fili di questa complessa vicenda culturale che ci restituisce una figura che è, al tempo stesso, una delle figure più significative del cristianesimo occidentale, ma anche una gloria nazionale e un’icona planetaria.

La modernità

La Rivoluzione francese e le soppressioni napoleoniche sconvolsero gli ordini religiosi, disperdendo comunità e patrimoni. Ritrovare il corpo del fondatore nel 1818 significò, per i francescani, riaffermare la propria continuità dopo quella crisi. Anche se la riscoperta delle ossa smentiva le leggende del corpo incorrotto, conservato in piedi in un luogo segreto, diventavano però il fondamento di una rinnovata presenza religiosa.

Nel lungo processo risorgimentale, Francesco divenne infatti un terreno di contesa, ma anche di possibili incontri fra visioni politiche diverse. Vincenzo Gioberti, nella seconda edizione Del primato morale e civile degli italiani, presentò il Poverello come «il più italiano dei Santi», inserendone la figura tra gli esempi di coloro che testimoniavano la vocazione universalistica dell’Italia, incarnata pienamente dal cattolicesimo.

Il punto di svolta della rappresentazione pubblica di Francesco avvenne, però, nel 1882, con le celebrazioni del Settimo centenario della nascita del santo. In quell’occasione, Leone XIII pubblicò l’enciclica Auspicato concessum: ovvero, la prima enciclica papale dedicata alla figura di un santo. Mai prima di allora, da quando cioè, a metà Settecento, i pontefici avevano assunto questo genere letterario per parlare al popolo cristiano, c’era stata un’enciclica su questo argomento.

Francesco era dunque il primo santo ad avere questa attenzione da parte del magistero pontificio. Il pontefice propose Francesco come modello per i cattolici e il Terz’Ordine come strumento per ricondurre la società ai princìpi cristiani. Era una risposta al socialismo e alla secolarizzazione, ispirata al mito della cristianità medievale.

Questo Francesco fedele alla Chiesa e caricato di significati antimoderni era però anche espressione del «genio italico»: il papa ne ricordava l’influenza su Dante, Cimabue e Giotto. Non casualmente, in un discorso celebrativo del 1882 il sacerdote perugino Geremia Brunelli impiegò, forse per la prima volta, il sintagma «il più italiano dei santi, il più santo degli italiani», reso poi celebre da Gabriele d’Annunzio.

Sulla scia di queste commemorazioni, prese avvio una feconda stagione di studi filologici e storiografici sulle fonti francescane, che portò alla pubblicazione, nel novembre del 1893, della Vie de S. François d’Assise di Paul Sabatier. Fondata sull’esame critico dei testi, la biografia scritta dall’allievo di Renan proponeva un Francesco riformatore evangelico, quasi un rivoluzionario dello spirito, il cui slancio originario sarebbe stato imbrigliato dalla Chiesa e dall’istituzione dell’Ordine.

La condanna all’Indice, nel giugno 1894, non ne arrestò la fortuna, anzi, probabilmente la accrebbe sancendo un’interpretazione che tendeva a decattolicizzare la santità di Francesco e che avrebbe avuto una grande diffusione. Il libro scritto dal pastore calvinista – che avrebbe avuto la sua edizione definitiva soltanto nel 1931 – fu un autentico best seller mondiale: venne tradotto nelle maggiori lingue europee e conobbe un successo vastissimo che dura ancora oggi.

Adolfo Wildt, San Francesco, 1926. Foto Sailko/Wikimedia Commons, CC BY 3.0

Patrono d’Italia

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’esplosione dell’ammirazione per Francesco investì tutti i campi della produzione culturale: dalle biografie storiche ai romanzi, dalle opere teatrali ai primi set cinematografici, fino alle riflessioni estetiche e politiche. In definitiva, tra il 1882 e il 1926 si assiste a un fenomeno duplice: da un lato, si diffuse una «proliferazione dei San Franceschi», a cui corrisposero immagini e memorie diverse, che come ha scritto Grado Merlo iniziarono a trasformarlo in una figura «sfuggente», a tratti «inafferrabile», fino a farlo diventare un «personaggio dai mille volti»; dall’altro lato, invece, si delineò una parabola del processo di nazionalizzazione della figura dell’Assisiate il cui momento iniziale fu la commemorazione del 1882 e il suo culmine fu, indubbiamente, l’anniversario del Settimo centenario della morte nel 1926.

In quell’occasione, il regime fascista proclamò il 4 ottobre come festa nazionale e collocò Francesco fra i grandi italiani, esaltandone disciplina e spirito di sacrificio. Il trionfo dell’italianità coincise, però, con una mobilitazione dei cattolici su scala mondiale: dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina al Giappone, le commemorazioni trasformarono l’anniversario del 1926 in un evento globale. Il Francesco proposto dal fascismo era soprattutto il santo della disciplina, del sacrificio e dell’amore per la patria, seguendo una lettura che si era formata nel XIX secolo ma che si era consolidata negli anni della Prima guerra mondiale. La Santa Sede, però, soprattutto con l’enciclica Rite expiatis, pubblicata il 30 aprile 1926, intervenne per ridimensionare quelle interpretazioni che collegavano il Poverello al cosiddetto «nazionalismo esasperato».

Nonostante ciò, il confronto tra queste due interpretazioni non sfociò in uno scontro aperto. Al contrario, il centenario mostrò come fosse possibile una convivenza tra la celebrazione religiosa promossa dalla Chiesa e l’utilizzo pubblico della figura di Francesco da parte del fascismo. Inevitabilmente, questa sovrapposizione di significati contribuì alla straordinaria riuscita delle celebrazioni. Seguendo questa direttrice, infatti, la proclamazione a patrono d’Italia nel 1939 – la cui proposta iniziale venne formulata proprio nel 1926 – rappresentò l’ultimo passaggio di un lungo e tortuoso cammino che, seppure con alcune specificità legate al contesto storico degli anni Trenta, era iniziato quasi sessant’anni prima.

Aldo Capitini, a sinistra, con Norberto Bobbio a Perugia nel 1961. Foto Carla Gobetti

Pacifista ed ecologista

Nel secondo dopoguerra, il quadro politico-culturale mutò profondamente e la figura di san Francesco fu sottoposta a nuove reinterpretazioni culturali. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta si consumò il declino della prospettiva nazional-cattolica, a favore di letture molto diverse che prendevano spunto, all’opposto, da questioniinternazionali. Una di queste prospettive riguardò la declinazione pacifista del francescanesimo, che trovò uno snodo importante nell’opera e nell’azione di Aldo Capitini. L’intellettuale italiano collocò l’assisiate all’interno di un complesso sistema di pensiero, basato su una forte religiosità anti-istituzionale e sulla non-violenza, al cui centro non si trovava più l’uomo, ma l’unità del creato. Accanto a Francesco, inoltre, Capitini collocò un’altra figura decisiva della sua «religione aperta»: il leader indiano Gandhi.

La prima Marcia per la pace Perugia-Assisi, promossa da Aldo Capitini il 24 settembre 1961

Nel segno della pace nacque, dunque, un sincretismo culturale in cui il francescanesimo si fuse con il pensiero gandhiano e i luoghi della tradizione cristiana medievale. Se Capitini rappresentò una sorta di originale trait d’union tra due epoche, il Concilio Vaticano II, che iniziò con il pellegrinaggio a Loreto e ad Assisi di papa Giovanni XXIII il 14-15 ottobre 1962, e la pubblicazione dell’enciclica Pacem in terris nell’aprile del 1963 rappresentarono, invece, un forte salto di discontinuità all’interno dell’universo simbolico cattolico.

Un altro momento decisivo della rilettura di san Francesco è rappresentato dalla pubblicazione, nel 1967, del lavoro dello storico americano Lynn White intitolato The Historical Roots of Our Ecological Crisis. Lo studio, inizialmente pubblicato su «Science» e poi tradotto in italiano dalla rivista «Il Mulino» nel 1973, metteva al centro dell’attenzione il ruolo negativo esercitato dalla tradizione giudaico-cristiana nel dominio dell’uomo sulla natura.

La «crisi ambientale», secondo la visione di Lynn White, aveva pertanto un’origine religiosa; si salvavano da questa accusa, però, le religioni orientali e la figura di Francesco. Lo studioso statunitense, infatti, definiva l’Assisiate come «il più grande rivoluzionario spirituale nella storia dell’Occidente», che aveva suggerito «una nuova visione cristiana del rapporto uomo-natura» per «sostituire il dominio illimitato dell’uomo con il concetto di uguaglianza di tutte le creature, uomo compreso».  L’unica possibilità per uscire dalla crisi ecologica consisteva per Lynn White nel trovare un «rimedio religioso», e il suo lavoro si concludeva, infatti, con la proposta di considerare Francesco come «il patrono degli ecologisti».

Papa Francesco nel giugno 2024. Foto Ricardo Stuckert/Presidência da República, via Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0.

Una proposta che si concretizzò, seppur senza un punto di contatto diretto, il 29 novembre del 1979, con la lettera apostolica Inter Sanctos, in cui Giovanni Paolo II dichiarò san Francesco come il «celeste patrono dei cultori dell’ecologia». La Chiesa accoglieva il nuovo tema, riconducendolo alla fede nel Creatore. Con la Laudato si’ del 2015, papa Francesco – il primo Papa ad aver assunto, nel 2013, il nome dell’Assisiate – ne avrebbe ampliato la portata: la custodia della natura e la giustizia verso i poveri diventavano dimensioni inseparabili di un’ecologia integrale. Il Francesco dei cattolici e quello degli «altri» si incontravano sull’urgenza ambientale, senza attribuirle necessariamente lo stesso fondamento religioso.

Francesco di Assisi è ormai parte integrante dell’immaginario culturale del mondo contemporaneo. L’ostensione pubblica e straordinaria delle spoglie mortali del santo nel febbraio/marzo del 2026 ha portato al centro dell’attenzione il corpo riscoperto nel 1818, attorno al quale il centenario del 1926 aveva promosso un nuovo progetto monumentale, e ha ribadito la centralità del suo corpo come luogo di incontro tra fede, devozione e memoria collettiva. In quelle spoglie, infatti, vi convergono il santo della Chiesa, il patrono nazionale e l’icona planetaria: appartenenze che si sovrappongono senza annullarsi.

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Andrea Possieri

È professore associato di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Perugia. Membro del Comitato scientifico della rivista «Ventunesimo secolo», del Consiglio di indirizzo del Centro di ricerca universitario Legality and Participation (LEPA) e della Commission Internationale d’Histoire et d’Études du Christianisme (CIHEC). I suoi studi si concentrano sulla storia politica dell’Italia contemporanea con una particolare attenzione al periodo risorgimentale, alle vicende dei partiti politici, alle migrazioni internazionali e al ruolo dei cattolici. La sua ultima pubblicazione, di cui è co-curatore e co-autore, è Pensare Francesco. Storia, memoria e uso politico (il Mulino, 2025).

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