Approfondimenti · 23 Ottobre 2026
La rivoluzione ungherese e la memoria contesa
Budapest, 25 ottobre 1956. Manifestanti in Petőfi Sándor utca durante la rivoluzione ungherese. Foto: Fortepan / Nagy Gyula, CC BY-SA 3.0.
Dalla propaganda sovietica alla riscrittura di Viktor Orbán: il ricordo del 1956 si è prestato a usi diversi e strumentalizzazioni
La storia della memoria della rivoluzione del 1956 è quasi altrettanto tragica quanto la repressione della rivoluzione stessa, con una differenza significativa: il ricordo è ancora un processo in corso, mentre la rivoluzione fu schiacciata settant’anni fa.
Dopo più di due generazioni, non rimane quasi più alcun testimone, e sono dunque le diverse narrazioni a offrire lo spazio per la riflessione e l’interpretazione.
Una «controrivoluzione»
La prima, turbolenta fase di costruzione della memoria della rivoluzione ebbe inizio subito dopo la sua brutale repressione e fu orchestrata dai sovietici e dai loro compagni ungheresi. Per loro, tutto ciò che era accaduto era una «controrivoluzione»: si sottintendeva, cioè, che «forze reazionarie» mirassero a rovesciare la rivoluzione comunista.
Così, il governo ungherese insediato dai sovietici era quello «rivoluzionario», mentre le rivendicazioni di libertà e indipendenza degli ungheresi in rivolta venivano descritte come richieste retrograde, «borghesi», reazionarie, manipolate dalle potenze imperialiste occidentali, intenzionate a ripristinare con la forza il sistema feudale-capitalistico ungherese precedente alla seconda guerra mondiale. Mosca e i dirigenti neostalinisti ungheresi etichettarono i rivoluzionari come fascisti, nonostante fosse evidente che molti di loro erano esponenti politici di sinistra, tra cui diversi comunisti.
La narrazione sovietica tentava di legittimare sul piano ideologico l’intervento militare e il capo del potere neostalinista, János Kádár. Questa narrazione rimase pressoché immutata nei successivi trentatré anni, mentre ricordare fedelmente gli eventi della rivoluzione divenne un tabù. Kádár stesso, tuttavia, comprese la necessità di attenuare la durezza del sistema totalitario, trasformandolo in una dittatura sopportabile. Eppure, nemmeno questo compromesso modificò la crudele retorica sulla rivoluzione del 1956, diffusa dalla propaganda ufficiale, che dominava la storiografia, l’istruzione e il discorso pubblico. La storiografia revisionista, però, governava soltanto gli spazi pubblici: i ricordi personali e privati rimasero intatti.
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Ricordi privati
La possibilità di ricordare in modo autentico era un privilegio degli ungheresi che avevano lasciato il paese dopo la rivoluzione: l’Istituto Imre Nagy di Bruxelles si dedicò così a mantenerne viva e a conservarne la memoria. All’interno dell’Ungheria, i racconti custoditi in segreto contribuirono alla sopravvivenza di ricordi autentici; i rivoluzionari, dopo aver scontato le pene detentive, condividevano le proprie esperienze in via confidenziale.
Molti di loro aderirono in seguito al movimento del dissenso: la rivoluzione del 1956 divenne così un punto di riferimento e persino una componente importante dell’identità dell’opposizione clandestina al regime. Nello stesso tempo, la memoria della rivoluzione riemerse lentamente nell’arte, nella letteratura, nel cinema e nel teatro, ma soltanto in forme oblique, allegoriche e indirette, per sfuggire alla censura.

Il funerale di Nagy
Con l’inizio della dissoluzione del sistema totalitario, la memoria della rivoluzione del 1956 divenne sempre più visibile, dapprima attraverso iniziative informali, poi per opera di diversi gruppi; nacquero associazioni dedicate alla complessa eredità della rivoluzione, mai raccontata pubblicamente.
Fu al tempo stesso paradossale ed esaltante che a segnare simbolicamente la fine del potere comunista fosse una cerimonia funebre, celebrata il 16 giugno 1989 nella scenografica piazza degli Eroi di Budapest, per rendere l’estremo omaggio al primo ministro Imre Nagy e ai suoi compagni, giustiziati e gettati in tombe senza nome in un angolo remoto del cimitero pubblico di Budapest, dove erano rimasti per trentun anni. Dopo l’esumazione e l’identificazione dei corpi, alcuni ex rivoluzionari parlarono alle migliaia di persone riunite nella piazza. In quell’occasione, a un giovane politico emergente, Viktor Orbán, furono concessi l’opportunità e il privilegio di rivolgersi alla folla.
Il discorso di Orbán
L’evento era stato organizzato dal Comitato per la giustizia storica, composto principalmente da veterani della rivoluzione e da vittime del sistema totalitario, che volevano coinvolgere la nuova generazione, rappresentata dall’emergente partito Fidesz, l’Associazione dei giovani democratici, i cui membri erano allora ventenni.
Questa organizzazione liberale e dinamica affidò a Orbán il compito di pronunciare il discorso, con il consenso del gruppo dirigente. Le richieste formulate il 16 giugno 1989 erano di ricostruire la democrazia, entrare nella comunità delle nazioni europee, porre al centro l’identità occidentale dell’Ungheria e chiedere al futuro governo democraticamente eletto di avviare immediatamente negoziati per il ritiro delle truppe russe dal paese.
Il discorso, breve e incisivo, pronunciato con notevole abilità retorica da un giovane Orbán con i capelli lunghi e la barba, fu ripetutamente interrotto dagli applausi delle duecentomila persone presenti alla cerimonia. Orbán rese inoltre un sincero omaggio al comunista Imre Nagy e ai suoi compagni di martirio, tutti comunisti, che erano stati tuttavia pronti ad andare oltre le proprie convinzioni e la propria ideologia, sacrificando la vita per un futuro vivibile e per trovare una via d’uscita dal «vicolo cieco asiatico» in cui l’Ungheria era stata costretta a entrare.
Identificò la giovane generazione con quanti erano morti nei combattimenti ed espresse la propria profonda sfiducia nei successori del sistema totalitario, che proprio in quel momento cercavano di cambiare casacca.
Gli altri oratori erano eroi della rivoluzione: Imre Mécs, condannato a morte per la resistenza armata e poi graziato; Béla Király, che era stato il comandante militare della Guardia nazionale; e Sándor Rácz, presidente dei consigli operai. Erano tutte figure quasi «mitiche» di quella memoria repressa, che riapparivano per la prima volta dopo trentatré anni per rivolgersi pubblicamente alla popolazione.

Il mito della rivoluzione
Poco dopo il 1989, uno «tsunami» di memorie, documenti e racconti sulla rivoluzione del 1956 inondò lo spazio pubblico. Fu presto istituito un centro di ricerca e documentazione per coordinare gli studi storici e custodire i documenti pertinenti: l’Istituto 1956.
Neppure questo processo fu privo di controversie: il «mito» della rivoluzione fu talvolta messo in discussione da fatti scomodi venuti alla luce; alcuni ricordi dei partecipanti si rivelarono falsi e la ricerca portò alla luce anche episodi oscuri. Con il radicalizzarsi delle controversie politiche tra i partiti, anche la memoria storica ne fu influenzata, e diversi gruppi politici cercarono di appropriarsi dell’eredità del 1956.
L’episodio più estremo fu la manifestazione antigovernativa del 2006, proprio in occasione del cinquantesimo anniversario della rivoluzione, quando le dimostrazioni pacifiche si trasformarono in esplosioni di rabbia nelle strade e sfociarono in scontri tra manifestanti e polizia. Poco dopo, a Budapest, alcuni edifici erano in fiamme, tra cui la sede della televisione ungherese; un carro armato d’epoca, esposto per le celebrazioni dell’anniversario, si mise in movimento per le strade, e Fidesz, allora all’opposizione, riuscì a trarre slancio dai disordini che degeneravano in violenza.
Le turbolenze politiche furono poi aggravate dai problemi economici, culminati nella crisi globale del 2008, che portarono Orbán a tornare al potere nel 2010 e a rimanervi fino al 2026.

Cambiare la narrazione
Il profilo politico e i principi di Orbán erano ormai molto diversi dall’atteggiamento e dalle convinzioni del 1989. Nel quadro della sua strategia complessiva volta a instaurare un potere autoritario di destra, il suo approccio alla storia ungherese fu radicalmente ridefinito.
Tentò di riscrivere le narrazioni esistenti secondo un’ideologia conservatrice, nazionalista e «illiberale» e, a questo scopo, furono creati diversi istituti dedicati a vari aspetti della storia. I finanziamenti dell’Istituto 1956, fondato in precedenza, furono tagliati e, poco dopo, la statua di Imre Nagy fu rimossa dalle vicinanze del Parlamento e spostata più lontano, verso la riva del fiume.
Al suo posto venne collocato un memoriale per commemorare la perdita dei territori della Grande Ungheria anteriore alla prima guerra mondiale. La «fiamma della rivoluzione», una candela simbolica che ardeva in un blocco di granito, fu spostata ancora più lontano dall’ingresso del Parlamento, come se il suo fuoco fosse stato spento.
Allo stesso tempo, il discorso di Orbán del 1989, reinterpretato, veniva celebrato dai propagandisti sostenuti dallo Stato come il vero punto di svolta del cambiamento di sistema, quasi che egli fosse un eroe solitario, l’unico ad aver osato affrontare, e ad aver effettivamente affrontato, le forze del totalitarismo.

Il ritorno della Storia
Durante i sedici anni in cui il partito di Orbán governò l’Ungheria con la maggioranza assoluta, il sistema politico divenne sempre più estraneo alle democrazie occidentali, sfidando ripetutamente i criteri e le regole dell’Unione europea.
Mosca sembrava rappresentare un modello per Orbán e i suoi accoliti: così, per esempio, quando i media di Stato russi definirono la rivoluzione del 1956 un complotto della CIA, ripetendo il vecchio slogan della propaganda sovietica, la diplomazia ungherese rimase in silenzio. Riferendosi alla guerra in Ucraina, uno stretto collaboratore di Viktor Orbán, Balázs Orbán – con il quale non ha legami di parentela – dichiarò che resistere alla Russia era stato ed è, in qualsiasi momento, inutile e persino dannoso. La dichiarazione suscitò un’enorme ondata di indignazione.
Dalle celebrazioni ufficiali dell’anniversario scomparvero i dirigenti comunisti e liberali della rivoluzione del 1956, sostituiti dai «ragazzi di Pest», i giovani armati che lanciavano bottiglie Molotov contro i carri armati sovietici.
Le rivendicazioni della rivoluzione furono trasformate in slogan politici attuali, tra cui la lotta di Orbán contro Bruxelles, da lui paragonata al Cremlino dei tempi della dominazione comunista. I riferimenti all’aggressione russa furono gradualmente espunti dalla narrazione ufficiale, mentre si insisteva sulla «pace» e sui «negoziati», come inviti indiretti all’Ucraina a cedere alle richieste russe.
Anche l’interpretazione distorta e cinica della rivoluzione contribuì all’erosione del regime di Orbán, sfociata nella vittoria schiacciante del partito Tisza alle elezioni del 12 aprile. Ora abbiamo motivo di sperare che l’autonomia degli istituti storici venga ristabilita, che la ricerca scientifica venga riabilitata e che nessuno abusi più della memoria del 1956 per legittimare azioni politiche inaccettabili. Queste speranze sono già state tradite più di una volta nella nostra storia: è ormai tempo di rispettare come si deve l’eredità della rivoluzione, poiché a rimanere viva è soltanto la memoria, mentre i protagonisti e i testimoni sono scomparsi per sempre.
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