Approfondimenti · 18 Settembre 2026

Ratko Mladić e il passato che la Serbia non si è lasciata alle spalle

Lo storico Veljko Vujačić ripercorre il crollo della Jugoslavia, l’ascesa della mobilitazione nazionalista e le scelte politiche che trasformarono i traumi del passato in guerra, fino alle conseguenze che ancora oggi pesano sul futuro europeo dei Balcani

Intervista a Veljko Vujačić

Ratko Mladić è morto il 27 agosto 2026, all’età di 84 anni, mentre scontava all’Aia una condanna all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. In qualità di comandante dell’Esercito della Republika Srpska, divenne una delle figure centrali della guerra in Bosnia, soprattutto per il ruolo avuto nell’assedio di Sarajevo e nel genocidio di Srebrenica del 1995.

Il suo funerale a Belgrado, al quale hanno partecipato migliaia di persone e segnato dagli onori militari e dalla presenza di importanti esponenti politici e religiosi, ha mostrato quanto la sua eredità rimanga controversa. La morte di Mladić chiude la biografia di un uomo inseparabile da uno dei capitoli più violenti dell’Europa del dopo Guerra fredda, ma non le questioni storiche e politiche che ne resero possibile l’ascesa.

Per esplorare queste radici più profonde, il Circolo della Storia ha intervistato Veljko Vujačić, professore di Sociologia all’Oberlin College, specialista di nazionalismo e di storia comparata della Jugoslavia e dell’Unione Sovietica. È autore del libro Nationalism, Myth, and the State in Russia and Serbia (Cambridge University Press).

Ratko Mladić durante il processo davanti al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia all’Aia. Foto: UN International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia / CC BY 2.0

Nella memoria collettiva, le guerre jugoslave vengono talvolta rappresentate come l’inevitabile esito di antichi odi etnici. In che misura affondavano le proprie radici nei conflitti storici e in che misura furono invece il risultato di decisioni politiche?

Il conflitto fu plasmato dall’interazione di entrambi i fattori.

La Jugoslavia fu uno Stato di unificazione tardiva – per certi aspetti paragonabile all’Italia – ma i popoli che la componevano, in particolare serbi, croati e sloveni, avevano già sviluppato culture e coscienze nazionali distinte. La Serbia vantava una consolidata tradizione statuale ed era stata uno Stato sovrano, mentre i movimenti politici croati avevano a lungo perseguito l’autonomia territoriale all’interno delle strutture imperiali austro-ungariche.

Di conseguenza, mentre i serbi tendevano a identificare la Jugoslavia con uno Stato centralizzato e unitario, i leader croati erano favorevoli ad assetti federali e respingevano l’idea unitarista di un’unica nazione composta, secondo la terminologia dell’epoca, da «tre tribù» (il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni). Questa frattura strutturale caratterizzò gran parte del periodo tra le due guerre.

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Il trauma della Seconda guerra mondiale fu però decisivo: senza di esso, difficilmente i conflitti degli anni Novanta avrebbero assunto la forma che ebbero. L’intellettuale croato di origine ebraica Slavko Goldstein definì efficacemente il 1941 «l’anno che continua a ritornare».

Per la società jugoslava il 1941 segnò l’inizio della brutale realtà dello Stato Indipendente di Croazia, alleato dell’Asse, e della sua campagna di sterminio contro serbi, ebrei e rom, accompagnata dalle stragi di rappresaglia di croati e musulmani bosniaci compiute dalle forze cetniche serbe e dall’emergere della resistenza partigiana guidata dai comunisti, nel contesto di una guerra civile, etnica e ideologica articolata su più livelli. Queste eredità lasciarono cicatrici profonde tra i serbi della Croazia e della Bosnia, così come croati e musulmani conservarono le proprie memorie traumatiche. Non è un caso che in seguito la violenza sia riesplosa proprio in questi territori etnicamente misti.

Nonostante queste linee di frattura storiche, la disgregazione violenta della Jugoslavia non era affatto predeterminata. Preservare lo Stato avrebbe richiesto una riconfigurazione istituzionale, per esempio attraverso un modello confederale o un federalismo asimmetrico.

La leadership jugoslava del dopo Tito, tuttavia, si dimostrò del tutto incapace di gestire quella transizione, non riuscendo ad affrontare contemporaneamente la crisi economica, l’erosione della legittimità del regime, la liberalizzazione del mercato e la questione nazionale. I leader politici – soprattutto Slobodan Milošević e, successivamente, Franjo Tuđman – portarono quindi avanti attivamente progetti divergenti di costruzione nazionale e di revisione territoriale, in particolare per quanto riguardava la Bosnia. Così facendo, le élite politiche strumentalizzarono deliberatamente i traumi storici per mobilitare la società in vista della guerra.

Chi guarda oggi alla Jugoslavia socialista ricorda un Paese moderno, con numerosi matrimoni misti, una cultura condivisa e un forte senso di orgoglio per il proprio ruolo sulla scena mondiale. Eppure, nel giro di pochi anni, quell’identità comune sembrò dissolversi nel nulla, lasciando spazio a un nazionalismo feroce. Perché l’identità jugoslava si dimostrò così fragile di fronte alla crisi?

L’identità jugoslava non esisteva semplicemente per poi scomparire da un giorno all’altro. Il paradosso è che i comunisti finirono in realtà per indebolire l’idea jugoslava separandola dalla sua storia precomunista. Presentarono la vecchia Jugoslavia come una creazione illegittima di Versailles e lo jugoslavismo socialista come l’unica forma accettabile di identità jugoslava.

Eppure, a differenza dell’Unione Sovietica, la Jugoslavia era esistita prima del comunismo: se ne potevano immaginare versioni federali, confederali, monarchiche, repubblicane, comuniste o liberali. Recidendo il legame con tutte queste possibilità e tradizioni, i comunisti legarono l’identità jugoslava al socialismo e lo Stato interamente al proprio sistema: quando il socialismo entrò in una crisi di legittimità, l’idea jugoslava crollò insieme a esso.

Questa fragilità ideologica trovava un corrispettivo sul piano istituzionale. I comunisti ridefinirono l’identità jugoslava come patriottismo socialista e, secondo la concezione di Edvard Kardelj, la Jugoslavia divenne essenzialmente una cornice all’interno della quale le diverse nazioni potevano prosperare sotto il socialismo, mentre lo jugoslavismo in quanto tale veniva sempre più associato ai peccati ideologici del centralismo burocratico e dell’unitarismo.

All’inizio degli anni Settanta, il regime adottò un modello confederale: la Costituzione del 1974 attribuì alle repubbliche e persino alle province autonome interne alla Serbia – Kosovo e Vojvodina – ampi poteri di veto. Un sistema del genere poteva funzionare soltanto perché Tito e il Partito comunista rimanevano gli arbitri ultimi, al di fuori della cornice costituzionale, dei conflitti politici. Negli anni Ottanta Tito non c’era più e lo stesso partito si frammentò nelle sue organizzazioni repubblicane.

In definitiva, esisteva un’identità jugoslava ufficiale costruita intorno alla lotta partigiana – la Guerra di liberazione nazionale – e al culto titoista della «fratellanza e unità», così come cresceva tra i giovani uno jugoslavismo culturale dal basso, che trovava espressione nella cultura rock e nel cinema. Ciononostante, la stragrande maggioranza degli jugoslavi continuava a identificarsi con il proprio gruppo etnico. Quando arrivò la crisi, l’identità condivisa non disponeva né del sostegno istituzionale né di fondamenta storiche abbastanza ampie da poter sopravvivere.

Sarajevo durante l’inverno 1992-1993. Nel corso dell’assedio, la pericolosità delle operazioni di raccolta e smaltimento portò all’accumulo dei rifiuti nelle strade della città. Foto: Christian Maréchal / Wikimedia Commons, CC BY 3.0.

La crisi degli anni Ottanta vide una potente rinascita del nazionalismo serbo, con il Kosovo al suo centro. Quali sono i miti storici e culturali alla base di questa narrazione nazionale e in che modo riemersero in quel periodo?

Alla base stessa del nazionalismo serbo si trova il mito del Kosovo. Nato originariamente come mito del martirio cristiano di fronte all’espansione islamica, cioè ottomana – con la presunta scelta dello zar Lazar di Serbia, nella battaglia del Kosovo del 1389, del regno celeste rispetto a quello terreno –, nel XIX secolo il mito venne secolarizzato e trasformato in una narrazione di eroismo e sacrificio.

Il nuovo eroe canonizzato divenne Miloš Obilić, il leggendario cavaliere serbo che nella battaglia del Kosovo uccise il sultano ottomano Murad pagando con la propria vita. Nell’epoca ottocentesca della costruzione delle nazioni, il mito del Kosovo acquisì un’enorme importanza simbolica. L’idea centrale non era il lutto per una sconfitta storica, come spesso si sostiene, bensì l’imperativo morale di combattere eroicamente contro forze soverchianti, vale a dire contro grandi potenze immensamente superiori. L’eroica resistenza della Serbia all’Austria-Ungheria durante la Prima guerra mondiale e i movimenti di resistenza al fascismo, sia monarchico sia comunista, durante la Seconda guerra mondiale – entrambi, nelle loro prime fasi, composti in grandissima parte da serbi – rappresentano la realizzazione concreta, nella storia, di questo «patto del Kosovo».

Questo mito fu continuamente rafforzato dalla storia moderna serba, che negli ultimi due secoli è stata segnata dalla guerra in misura straordinaria. Se a ciò si aggiungono la catastrofe demografica della Prima guerra mondiale – quasi il 25 per cento della popolazione complessiva e ben più della metà di tutti i giovani maschi – e la persecuzione genocidaria dei serbi nello Stato Indipendente di Croazia durante la Seconda guerra mondiale, diventa più comprensibile perché la memoria collettiva serba sia caratterizzata da un senso tanto di vittimizzazione quanto di sacrificio. A questo si affiancava l’idea di una redenzione attraverso il movimento partigiano. Sotto questo profilo, il caso serbo può essere paragonato al culto nazionale polacco del martirio e dell’eroismo.

Dalla fine degli anni Sessanta, queste narrazioni fondative alimentarono una critica revisionista del progetto jugoslavo. Scrittori come Dobrica Ćosić sostenevano che i serbi avessero compiuto enormi sacrifici per la Jugoslavia, salvo poi vedere la decentralizzazione indebolire la Serbia mentre il Kosovo sfuggiva al controllo di Belgrado. Si diffuse la percezione che i serbi stessero perdendo all’interno della Jugoslavia e che i sacrifici storici compiuti per essa fossero stati vani.

Negli anni Ottanta questo discorso si innestò su una dinamica politica esplosiva. Il massiccio esodo dei serbi dal Kosovo – determinato da ragioni economiche e dalla pressione demografica esercitata dalla crescente maggioranza albanese locale – provocò un profondo risentimento. Gli intellettuali serbi filojugoslavi, compresi i dissidenti, si domandavano dove fossero finite la solidarietà federale e la «fratellanza e unità» quando i manifestanti serbi del Kosovo venivano definiti sciovinisti dai media sloveni.

Milošević non emerse dal nulla: attinse a una crisi rimasta irrisolta per lungo tempo, mobilitando miti profondamente radicati di sacrificio e di terra sacra e politicizzando rivendicazioni legittime maturate nei decenni precedenti.

La guerra in Jugoslavia riportò con sé elementi genocidari che molti credevano appartenessero ormai al passato. Quale ruolo ebbero in tutto questo la leadership politica e militare serba e quali furono invece le responsabilità della comunità internazionale?

Quando si esaminano le prove – dal Tribunale dell’Aia ai tribunali ordinari, dai documenti ai filmati – non c’è dubbio che le forze paramilitari serbe, con il sostegno dell’esercito jugoslavo o di ciò che ne rimaneva e delle strutture politiche, abbiano condotto campagne di pulizia etnica fin dalle prime fasi della guerra in Bosnia.

Alcuni hanno sostenuto che il riconoscimento internazionale dell’indipendenza delle repubbliche – concesso dalla Comunità europea e dagli Stati Uniti – sia stato il principale fattore scatenante della guerra, ma bisogna distinguere fra i diversi conflitti. Nel caso della Slovenia e della Croazia questa tesi è cronologicamente insostenibile: il riconoscimento arrivò soltanto dopo che i combattimenti erano già iniziati e non può dunque essere considerato una causa autonoma del conflitto.

Il caso bosniaco è più complesso. Dopo l’accordo di Lisbona, Washington commise un errore incoraggiando Alija Izetbegović a credere che la Bosnia potesse rimanere integra sulla base di un referendum boicottato dai serbi di Bosnia, che costituivano più di un terzo della popolazione, erano distribuiti su circa metà del territorio della repubblica e godevano del sostegno di ciò che restava dell’esercito jugoslavo. Il riconoscimento internazionale dell’indipendenza della Bosnia non creò il conflitto dal nulla, ma aggravò una situazione già polarizzata e fornì un pretesto per l’escalation.

Servendosi di quel pretesto, le forze politiche e paramilitari serbo-bosniache, sostenute da ciò che restava dell’esercito jugoslavo, iniziarono a consolidare il proprio controllo territoriale attraverso la pulizia etnica: dalle prime stragi nella Bosnia orientale fino all’assedio di Sarajevo e a Srebrenica. Più che essere il prodotto di un unico piano generale già esistente fin dall’inizio, le campagne di pulizia etnica si svilupparono attraverso una successione di escalation e di obiettivi militari mutevoli.

Nulla di questo attenua le responsabilità: come ha stabilito con fermezza il Tribunale dell’Aia, le forze serbo-bosniache commisero massicci crimini di guerra, omicidi e brutali persecuzioni dei civili, anche se non dobbiamo dimenticare che vi presero parte anche unità croate e musulmano-bosniache, seppure su scala minore.

Il Memoriale del genocidio di Srebrenica-Potočari, in Bosnia ed Erzegovina. Foto: Mike Norton / Wikimedia Commons, CC BY 2.0.

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia viene ampiamente presentato come una storia di successo. Eppure rimane una profonda distanza tra quella resa dei conti giudiziaria e la percezione dell’opinione pubblica in Serbia. Le immagini del funerale di Ratko Mladić illustrano con chiarezza questa frattura: per la comunità internazionale e per la giustizia internazionale egli rappresenta il simbolo stesso del genocidio di Srebrenica. Per una parte significativa dell’opinione pubblica serba, invece, rimane il comandante che protesse il proprio popolo. Perché?

Dobbiamo distinguere tra diverse fasi politiche. Quando Milošević morì nel 2006, la coalizione democratica al potere gli negò gli onori di Stato, approvò una risoluzione parlamentare su Srebrenica e cercò la riconciliazione con la Croazia, anche se lo scetticismo dell’opinione pubblica nei confronti del Tribunale dell’Aia rimaneva elevato, alimentato dalle narrazioni nazionaliste che lo rappresentavano come un processo alla Serbia stessa.

La riabilitazione di Mladić come protettore ed eroe è stata deliberatamente coltivata nell’ultimo decennio da un regime i cui leader affondano essi stessi le proprie radici nella politica nazionalista degli anni Novanta.

Questa narrazione si fonda sull’idea che la Republika Srpska debba la propria sopravvivenza a figure come lui ed è rafforzata da una sistematica relativizzazione dei crimini di guerra: richiamando la condizione storica dei serbi come vittime; l’operazione Tempesta della Croazia, nel corso della quale più di duecentomila serbi provenienti dalla Croazia e dalla Bosnia occidentale furono espulsi nel giro di pochi giorni nel 1995; le controverse assoluzioni di imputati non serbi – generali croati e comandanti musulmano-bosniaci del periodo bellico –; oppure contestando la pronuncia della Corte internazionale di giustizia secondo cui Srebrenica costituì un genocidio, mettendo in evidenza le precedenti stragi di civili serbi nella stessa area ad opera delle forze musulmano-bosniache.

L’esistenza dei crimini di guerra non viene negata apertamente, ma viene inserita in un contesto che li rende «comprensibili». A ciò si sommano il ricordo dei bombardamenti NATO del 1999, il disimpegno occidentale dopo il 2012 e la crescente influenza russa: fattori che hanno consentito alla narrazione di un tribunale occidentale fazioso di radicarsi profondamente.

È importante sottolineare che non si tratta di un fenomeno esclusivamente serbo. L’ascesa globale, dopo il 2008, della «democrazia illiberale», del populismo e di Trump ha eroso l’autorità del liberalismo e del linguaggio internazionale dei diritti umani. A questo si aggiunge un cambiamento generazionale: i giovani di oggi non hanno vissuto le guerre degli anni Novanta e costruiscono invece la propria comprensione di quegli eventi attraverso la scuola, i media e i racconti familiari. Ciò che per una generazione ha rappresentato un’esperienza formativa può rapidamente diventare un’astrazione per quella successiva.

Questo non significa che tutti i serbi considerino Mladić un eroe: molti rimangono passivi o indifferenti, mentre una minoranza intellettuale apertamente critica si oppone alla sua riabilitazione. L’aspetto più preoccupante del recente funerale è stato il suo simbolismo ufficiale: gli onori militari, la presenza di rappresentanti del governo e quella del Patriarca della Chiesa ortodossa serba.

Tutto questo lo ha trasformato in qualcosa di molto diverso da un semplice lutto privato o da un’espressione spontanea del sentimento nazionalista di una minoranza. Anche se Vučić ha mandato il figlio invece di partecipare personalmente, l’avallo ufficiale di quella cerimonia è stato, sul piano simbolico, molto dannoso per la Serbia.

Partecipanti alle esequie di Ratko Mladić davanti alla chiesa di San Luca, nel quartiere di Košutnjak a Belgrado, 7 settembre 2026. Foto: Pisanija / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Le polemiche intorno al funerale di Mladić potrebbero compromettere definitivamente l’adesione della Serbia all’Unione europea?

Non necessariamente. L’esito dipenderà in ultima analisi dall’evoluzione della politica interna serba.

Sotto l’attuale leadership, Belgrado non è riuscita ad attuare le riforme sostanziali necessarie all’integrazione europea. Allo stesso tempo, l’impegno europeo è stato spesso privo di una reale determinazione. Il processo di adesione è stato in gran parte caratterizzato da gesti simbolici e da accordi economici di natura transazionale, producendo una situazione di prolungato stallo da entrambe le parti.

Da un punto di vista geopolitico, l’Unione europea conserva un forte interesse strategico ad ancorare a sé i Balcani occidentali, in particolare per controbilanciare la crescente influenza di Russia e Cina. Realizzare quell’integrazione, tuttavia, presuppone la presenza a Belgrado di un’amministrazione democratica e cooperativa.

La Serbia sta attraversando attualmente una fase di forte instabilità politica. Qualora emergesse una leadership politica alternativa, un rilancio del processo di adesione rimarrebbe del tutto plausibile. Sebbene il presidente Vučić continui a ribadire l’impegno della Serbia verso il percorso europeo, i progressi concreti in quella direzione rimangono fermi.


Veljko Vujačić è professore di Sociologia all’Oberlin College. Dal 2015 al 2019 è stato inoltre rettore e professore presso l’Università Europea di San Pietroburgo, in Russia. Ha conseguito la laurea alla Brandeis University nel 1985 e il dottorato di ricerca alla University of California, Berkeley, nel 1995.

Specialista di sociologia storico-comparata del nazionalismo e di studi russi ed est-europei, Vujačić è autore di numerosi articoli scientifici e recensioni, nonché di due libri: Sociologija Nacionalizma. Eseji iz teorijske i primenjene sociologije na primerima Rusije i Srbije [La sociologia del nazionalismo. Saggi di sociologia teorica e applicata con casi di studio sulla Russia e la Serbia, Belgrado, Službeni glasnik, 2013] e Nationalism, Myth, and the State in Russia and Serbia: Antecedents of the Dissolution of the Soviet Union and Yugoslavia (Cambridge University Press, 2015; traduzioni in russo e serbo, 2019).

È inoltre curatore del volume di Victor Zaslavsky, From the Neo-Stalinist State to Post-Soviet Russia (San Pietroburgo, EUSP Press, 2019, in russo).

Attualmente sta completando un volume dal titolo From Class to Nation: Communism and Nationalism in Russia and Serbia, 1985-1991 e lavora a un progetto dedicato al rapporto tra carisma, nazione e tradizione nel tardo comunismo e nel post-comunismo.

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