Approfondimenti · 7 Agosto 2026
Ricostruire la memoria dell’Holodomor
La scultura Amara memoria dell’infanzia, presso il Memoriale nazionale dell’Holodomor a Kyiv. La bambina stringe cinque spighe di grano, richiamo alla legge sovietica che puniva anche la raccolta dei residui rimasti nei campi. (Foto di Jorge Láscar, CC BY 2.0, via Flickr)
Nascosta dal regime sovietico e conservata a lungo soprattutto dalla diaspora, la memoria della carestia del 1932-1933 è divenuta un elemento fondante dell’identità ucraina e una delle questioni più controverse nel rapporto con la Russia
La Russia putiniana aspira esplicitamente a ricostruire un impero il cui territorio corrisponda ai confini dell’ex URSS. Questa ambizione geopolitica è una delle ragioni che hanno spinto la Federazione Russa a invadere l’Ucraina nel 2014 e nel 2022. A questo obiettivo si affianca il desiderio di contrastare la narrazione storica di Kyïv frenando l’elaborazione, da parte della comunità nazionale ucraina, di una memoria del passato sovietico in cui l’Unione Sovietica viene sostanzialmente considerata come un’espressione dell’imperialismo russo.
Dall’altra parte del fronte di guerra, non a caso nelle leggi ucraine sulla decomunistizzazione del 2015 (ovvero dopo la prima invasione russa del 2014) è stata inclusa una norma che impedisce di fare affermazioni positive sull’esperienza sovietica, interpretandole come tentativi di giustificare un potere totalitario e militarmente aggressivo. Uno dei cardini di questa memoria univocamente antisovietica è costituito proprio dalla rievocazione del Holodomor, ovvero della carestia che colpì l’Ucraina fra il 1932 e il 1933 causando, in un solo inverno, quasi 4 milioni di morti.
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Le origini della carestia
Anche se l’interpretazione della carestia è ancora oggetto di accesi dibattiti nella storiografia internazionale, oggi è possibile affermare con certezza che essa fu causata dalla collettivizzazione forzata e dalla dekulakizzazione delle campagne sovietiche volute da Stalin per realizzare l’industrializzazione del paese.
Benché in quel periodo vi siano state tremende carestie anche in altre regioni dell’URSS (come, per esempio, in Kazakistan, dove le vittime furono quasi un milione e mezzo), è altrettanto innegabile che le campagne ucraine (con l’esclusione non casuale delle città) furono colpite da una penuria alimentare dovuta alle eccessive requisizioni di prodotti agricoli, che lasciarono la popolazione contadina senza più nulla da mangiare.
La fame estrema produsse una devastazione fisica e morale, ben rappresentata dai numerosi casi di cannibalismo registrati. Il regime staliniano, una volta resosi conto delle conseguenze delle requisizioni, decise di non invertire la tendenza, bensì di aumentare le quote di consegna e sfruttare appieno la fame nella lotta contro i contadini ucraini, considerati tradizionalmente una ‘vandea’ antisocialista. La morte di così tante persone comportò l’estinzione di una intera cultura popolare contadina.

Altrettanto innegabile è il fatto che Stalin, nello stesso periodo nel quale fiaccava attraverso la carestia la resistenza delle campagne ai suoi progetti di trasformazione sociale, avviò una repressione violenta della classe politica, degli intellettuali e degli artisti ucraini che avevano tentato di denunciare la drammatica situazione alimentare e si opponevano alla sottomissione culturale e politica alle parole d’ordine lanciate da Mosca.
Nel decennio precedente, la politica della korenizacija (indigenizzazione), voluta da Lenin, aveva infatti riconosciuto l’importanza della questione nazionale ucraina, permettendo lo sviluppo di ceti dirigenti e intellettuali che furono in parte eliminati fisicamente già nel 1932-33, in parte condannati all’internamento nel Gulag per poi essere fucilati nella seconda metà degli anni Trenta.
La storiografia non è invece concorde sul fatto se questa repressione vada veramente considerata un genocidio. Da un lato, è vero che il piano non fu mai di uccidere tutti gli ucraini (forse anche perché erano troppi), così come è vero che, anche negli anni successivi, fu ancora possibile rivendicare un’identità ucraina. Dall’altro lato sicuramente l’eliminazione di una cultura popolare e dei suoi massimi rappresentanti corrispose alla distruzione violenta di un concreto percorso di evoluzione dell’appartenenza nazionale ucraina, perché considerato ostile ed estraneo agli obiettivi politici staliniani.

La memoria negata
A rendere ancora più complessa la questione contribuì il fatto che il regime sovietico decise di nascondere la carestia, negando la veridicità di qualsiasi notizia al riguardo. Per far questo l’URSS non solo dovette distruggere e falsificare i risultati dei censimenti degli anni successivi, ma si avvalse anche della collaborazione di giornalisti corrotti e della compiacenza di quei paesi occidentali che, pur a conoscenza di quanto era avvenuto, preferirono chiudere un occhio per non incrinare i rapporti diplomatici ed economici da poco avviati. Fra coloro che decisero di tacere vi furono anche il regime fascista e quello nazista, e persino il Vaticano, sottoposto alla minaccia di non poter più aiutare almeno i fedeli cattolici presenti in Unione Sovietica.
Per questa ragione, gli unici a serbare memoria della carestia negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso furono i circoli della diaspora ucraina all’estero, che in alcuni casi avevano accolto quei pochi che erano riusciti a scappare e a raccontare l’orrore vissuto. Chiunque facesse riferimento alla carestia in URSS veniva invece severamente punito, alimentando una cultura dell’oblio, ovviamente sostenuta anche da quegli ucraini che avevano collaborato alla realizzazione del Holodomor.
Per moltissimo tempo i fatti e la stessa denominazione di Holodomor (crasi delle parole: holod, fame, carestia, e moryty, morire di stenti) rimasero patrimonio esclusivo della memoria degli ucraini all’estero, senza riuscire a conquistarsi un posto all’interno della ricerca storica. È soltanto negli anni Ottanta del Novecento che il tema delle carestie sovietiche emerse come uno dei punti centrali dell’interpretazione dell’esperimento sovietico sia in sede storiografica (grazie all’impegno profuso dallo Harvard Ukrainian Research Institute, che supportò le ricerche di Robert Conquest raccolte nel famoso volume Raccolto di dolore), sia in sede politica attraverso le inchieste del Congresso statunitense.

(Foto Alexander Wienerberger / Archivio diocesano di Vienna)
Riscoprire la memoria
La fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta vede la riemersione della memoria del Holodomor anche in Ucraina, grazie agli sforzi congiunti di storici e di giornalisti che, con una serie di campagne di informazione, esortarono i cittadini a farsi avanti con le proprie memorie di un evento che era stato vietato ricordare. Si assistette così al fiorire di brevi pubblicazioni di ricordi e alla creazione di tanti piccoli memoriali sparsi per le campagne ucraine, con i quali i discendenti dei sopravvissuti onoravano la memoria dei propri cari, morti per la fame.
Dal punto di vista ufficiale, ovvero della politica della memoria statale, il Holodomor rientrò nel novero delle commemorazioni ufficiali, ma il suo statuto rimase per lungo tempo incerto. Nei primi quindici anni dell’Ucraina indipendente non vi furono indicazioni chiare per quanto riguardava la politica della memoria, mentre i presidenti Leonid Kravčuk (1991-1994) e Leonid Kučma (1994-2005) agivano in maniera occasionale e contraddittoria.
Lo stesso primo memoriale del Holodomor, costruito accanto al Monastero di San Michele di Kyïv, fu addirittura dotato di pannelli esplicativi, quasi che si sentisse la necessità di informare il pubblico sugli avvenimenti che si volevano ricordare. In quegli anni la memoria della carestia non sembrava particolarmente problematica: carestie erano avvenute in altre regioni sovietiche e, soprattutto, la popolazione ucraina sembrava più concentrata su altre questioni, come quella economica.
Furono proprio le riforme economiche, avviate dal primo ministro Viktor Juščenko nel biennio 1999-2001, a far emergere una politica che aspirava ad affrancarsi dall’alleanza con Mosca e a legarsi più strettamente all’Unione Europea.

Il presidente della memoria
Una volta divenuto presidente a seguito della Rivoluzione arancione del 2004, Juščenko si trovò però nell’impossibilità di portare avanti le riforme economiche che aveva promesso a causa della frammentazione del fronte politico interno e per l’opposizione sempre più minacciosa della Russia.
Condannato all’immobilità in ambito economico, Juščenko, che aveva sposato una ucraina della diaspora statunitense, si impegnò intensamente nella costruzione della memoria del Holodomor come genocidio degli ucraini ad opera dei russi sovietici. Il presidente curò personalmente e facilitò la costruzione di imponenti complessi monumentali per commemorare le vittime della carestia, primo fra tutti quello della capitale Kyïv, che fu eretto sulle colline che già ospitavano la Lavra delle Grotte e il Memoriale della Seconda guerra mondiale eretto all’epoca di Leonid Brežnev.
Juščenko istituì anche la commemorazione nazionale delle vittime della carestia, fissata per il quarto sabato di novembre di ogni anno, e si impegnò in politica estera affinché il Holodomor fosse riconosciuto ufficialmente da molti Stati stranieri come genocidio degli ucraini. Da allora, nel discorso pubblico ucraino, la carestia è presentata come il simbolo dell’imperialismo russo e della repressione secolare di cui furono vittime i membri del movimento nazionale ucraino.

Foto di Steve Haslam, CC BY-SA 2.0, via Flickr.
Nelle elezioni presidenziali del 2010 risultò vincitore Viktor Janukovyč, un delinquente entrato in politica per servire gli interessi degli oligarchi. Simile per comportamenti politici a Vladimir Putin, Janukovyč cercò di avvicinare Kyïv a Mosca anche nel dibattito sulla memoria: preso il controllo dell’Istituto di Memoria Nazionale, egli cercò di smorzare i toni delle celebrazioni pubbliche del Holodomor, pur senza riuscire completamente ad eliminare l’interpretazione antirussa.
Questo cambio di rotta nelle politiche della memoria, della politica linguistica e il tentativo nemmeno troppo discreto di trasformare l’Ucraina in una dittatura crearono uno scontento nei suoi confronti, che sfociò nella Rivoluzione dell’Euromajdan del 2013-2014. La cosiddetta Rivoluzione della Dignità ribadì la centralità dell’interpretazione antirussa della carestia, non a caso confermata dalle azioni dei successivi presidenti Petro Porošenko (2014-2019) e Volodymyr Zelens’kyj (2019-in carica).
Se è incontestabile che il Holodomor ebbe una dimensione nazionale ben precisa nell’intenzione staliniana di distruggere l’evoluzione del movimento nazionale ucraino degli anni Venti, va però anche sottolineato che il potere sovietico non può essere semplicemente interpretato come una forma di imperialismo russo (seppure la nazione russa abbia giocato un ruolo centrale nell’esperienza sovietica), né si può dimenticare, come ricostruito dalle ricerche della storica britannica Daria Mattingly, che vi furono ucraini che collaborarono alle repressioni, alle confische e, successivamente, persino alla politica dell’oblio di quanto era accaduto.
Il Holodomor fu quindi un evento ben più complesso di quanto le politiche memoriali lo rappresentino, senza che questa complessità renda meno grave le colpe dell’Unione Sovietica nella violenta distruzione di ogni sviluppo autonomo ucraino nella politica, nella cultura e nell’economia.
Lo stesso conflitto iniziato con l’invasione della Crimea e dell’Ucraina orientale da parte della Russia nel 2014 non poteva che contribuire all’irrigidimento della memoria, confermando implicitamente le mire imperiali di cui era accusata Mosca. Tale tendenza ha poi finito per contraddistinguere anche i rapporti internazionali poiché, dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022, anche istituzioni che erano state fino a quel momento più caute nell’intervenire nel dibattito sulla natura genocida del Holodomor, come il Parlamento Europeo e il Parlamento Italiano, hanno finito per accettare l’interpretazione genocidiaria per condannare le attuali mire espansionistiche di Putin. Quest’ultimo, dal canto suo, aveva già perseguitato quanti in Russia parlavano della carestia e provavano ad informare la popolazione, come l’Associazione Memorial, dimostrando così l’importanza di eventi simili per la versione propagandistica della storia fissata dall’autocrazia russa.
Ciò conferma come il Holodomor sia velocemente diventato uno degli esempi più evidenti di scontro fra politiche della memoria in diversi Stati, similmente a quanto è avvenuto con il genocidio armeno e la Shoah.
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