Approfondimenti · 7 Agosto 2026

1990-2026: Russia e Ucraina, dalla fine dell’Urss alla guerra. La linea del tempo

Dalle dichiarazioni di sovranità alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, dalle contese sulla Crimea alle pressioni dell’era Putin, fino a Maidan e all’invasione del 2022: una cronologia ragionata di oltre trent’anni di rapporti tra Mosca e Kyiv, tra accordi, crisi e rotture sempre più profonde

Questa cronologia è stata realizzata in collaborazione con Memorial Italia.

Cronologia ragionata

Russia e Ucraina dopo il crollo dell’URSS

Dalle due dichiarazioni di sovranità alla questione della Crimea, dalle pressioni dell’era Putin all’annessione del 2014 e all’invasione su larga scala: una cronologia dei rapporti fra Mosca e Kyiv dopo la fine dell’Unione Sovietica.

Scorri lungo la linea del tempo

1990–1991

Le due sovranità

Mentre l’URSS entra nella sua crisi terminale, Russia e Ucraina affermano sovranità diverse: Mosca punta a sostituire il centro sovietico, Kyiv costruisce gli strumenti di un’indipendenza piena.

Leonid Kravčuk, Stanislav Šuškevič e Boris El’cin dopo gli accordi di Belaveža del dicembre 1991
Il presidente ucraino Leonid Kravčuk, il presidente del Soviet supremo bielorusso Stanislav Šuškevič e il presidente russo Boris El’cin dopo gli accordi di Belaveža del dicembre 1991, che sancirono la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Foto: Yuriy Ivanov / RIA Novosti archive, CC BY-SA 3.0.

12 giugno 1990

Russia: Dichiarazione di sovranità

La Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR) di El’cin proclama la propria sovranità: vuole “uno Stato democratico governato dal diritto in un’URSS rinnovata”. Cittadinanza russa accanto a quella sovietica. Nessun accenno a forze armate proprie o a politica estera autonoma: la Russia di El’cin non vuole ancora uscire dall’URSS, vuole prenderne il posto, riposizionandosi come la vera erede sovrana del patrimonio sovietico contro Gorbačëv.

16 luglio 1990

Ucraina: Dichiarazione di sovranità

Sei settimane dopo, la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (RSSU) va molto oltre. Si attribuisce diritto a forze armate proprie, a una politica estera autonoma, a sistema bancario e fiscale separati, a una valuta nazionale, a una propria quota dell’oro e dei diamanti dell’URSS. Dichiara l’intenzione di diventare “Stato permanentemente neutrale, non allineato, denuclearizzato”. Le parole “indipendente” e “indipendenza” ricorrono nove volte nella dichiarazione. Russia e Ucraina sono già due paesi diversi.

19 novembre 1990

Trattato Russia-Ucraina

A Kyiv, El’cin e il presidente ucraino Leonid Kravčuk firmano un trattato bilaterale di dieci anni. L’articolo 6 riconosce reciprocamente l’integrità territoriale “entro i confini attualmente esistenti nell’URSS”. Il giorno dopo El’cin dichiara: “Respingo categoricamente l’accusa che la Russia rivendichi un ruolo speciale. La Russia non vuole diventare il centro di un nuovo impero”. Il documento viene firmato e ratificato dai due paesi.

Marzo-luglio 1991

Rottura comune con Gorbačëv

Russia e Ucraina sono le due Repubbliche più riluttanti del referendum sull’URSS rinnovata. Smettono di versare contributi al bilancio dell’Unione, si rifiutano di applicare le tariffe doganali centrali, sono le ultime a firmare il piano anticrisi del primo ministro Valentin Pavlov.

17 agosto 1991

El’cin ad Almaty: “Niente revisione dei confini”

Due giorni prima del putsch, El’cin incontra il presidente kazako Nūrsūltan Nazarbaev ad Almaty. Si dichiara categoricamente contrario a qualsiasi revisione dei confini russo-kazaki e russo-ucraini: “Se ridisegniamo i confini, non ci sarà fine, ci saranno ostilità e sangue”. È una posizione che durerà esattamente nove giorni.

19-21 agosto 1991

Il putsch e la scelta ucraina

Il 19 agosto il generale Valentin Varennikov insiste per inviare truppe a Kyiv contro l’Ucraina ribelle. Kravčuk, chiamato da El’cin la mattina stessa, rifiuta di sostenere il putsch. Il 20 agosto il Presidium della Verchovna Rada dichiara invalido sul territorio ucraino qualsiasi atto della giunta golpista. Il 24 agosto, fallito il golpe, l’Ucraina proclama l’indipendenza e sancisce l’istituzione delle proprie Forze Armate.

26 agosto 1991

Le prime rivendicazioni territoriali russe

Il portavoce di El’cin, Pavel Voščanov, dichiara che la Russia “si riserva il diritto di rivedere i confini” con le Repubbliche che escono dall’URSS, in particolare Ucraina e Kazakistan. Il sindaco di Mosca Gavriil Popov definisce “russi” Crimea, Donbas, Charkiv, Odessa, Transnistria. Il vicepresidente russo Aleksandr Ruckoj dichiara di essere “indignato dall’aspirazione dell’Ucraina a separarsi”. El’cin non smentisce.

1° dicembre 1991

Referendum di indipendenza ucraino

Il 90,3% degli ucraini vota per l’indipendenza, con maggioranze in tutte le regioni, anche in Crimea (54%) e a Sebastopoli (57%). Lo stesso giorno Kravčuk viene eletto primo presidente con il 61,5% (90% dei voti in Crimea). Una settimana dopo, gli accordi di Belaveža firmati anche da El’cin sciolgono l’URSS: senza l’Ucraina, l’Unione è indifendibile, e El’cin sceglie la dissoluzione per non perdere il proprio potere a Mosca.

Risultati del referendum ucraino sull’indipendenza del 1° dicembre 1991
Referendum ucraino del 1° dicembre 1991 (risultati – grafica fatta con AI).

1992–1999

Gli anni Novanta: la Crimea come ferita aperta

La dissoluzione dell’Unione non chiude la questione dei confini. Crimea, Sebastopoli e Flotta del Mar Nero diventano il terreno su cui si misura il nuovo rapporto fra Mosca e Kyiv.

Navi russe nella base navale di Sebastopoli, in Crimea
Navi russe a Sebastopoli, in Crimea. Foto: Vyacheslav Argenberg, “Russian navy (2005-08-026)”, Flickr, CC BY 2.0.

Gennaio 1992

“La Flotta del Mar Nero è russa”

El’cin proclama: “La Flotta del Mar Nero era, è e sarà russa”. È il primo passo di una battaglia decennale: la flotta sovietica del Mar Nero, basata a Sebastopoli in territorio ucraino, va divisa fra i due Paesi. La questione si intreccerà subito con quella della stessa Crimea, di cui il sistema legislativo russo comincerà sistematicamente a contestare la separazione.

24 gennaio 1992

Risoluzione del Soviet Supremo russo sulla Crimea

Il Parlamento russo dichiara “illegale” la cessione della Crimea all’Ucraina del 1954. Nella nota esplicativa, il deputato Vladimir Lukin scrive che la mossa serve a “mostrare un pugno di ferro all’Ucraina per renderla più conciliante sulla questione della flotta, e per fare in modo che il mondo intero rispetti la Russia come potenza forte”. È la dottrina-base: rivendicazioni territoriali come strumento negoziale.

1992

La nota Karaganov

Il politologo Sergej Karaganov, vicino al potere russo, redige una nota strategica sull’Ucraina. Tre direttrici: massimo isolamento politico-diplomatico possibile dell’Ucraina; creare l’immagine di un “regime autoritario-nazionalista”; limitare la crescita economica e l’indipendenza ucraina. È un documento programmatico che traccia la cornice della politica russa verso Kyiv per i tre decenni successivi, fino al 2022.

21 maggio 1992

Risoluzione “Sulla Crimea”

Il Soviet Supremo russo formalizza con una nuova risoluzione la dichiarazione di “illegittimità” del trasferimento della Crimea del 1954. El’cin si dissocia ufficialmente, ma non blocca i suoi parlamentari. Si delinea un modello che durerà fino al 2014: la presidenza russa firma trattati che riconoscono i confini ucraini, mentre il Parlamento e i media tengono aperta la “questione”.

Gennaio 1993

Le manovre di Lavrov

Sergej Lavrov, allora viceministro degli Esteri, scrive in un documento interno che la rivendicazione territoriale sulla Crimea serve a costringere l’Ucraina a entrare nella Comunità degli Stati Indipendenti (CSI): “Il fatto che la Crimea appartenga all’Ucraina è un’ingiustizia storica. Nulla, nessun documento OSCE esclude che i confini cambino pacificamente sulla base della volontà della popolazione. Non chiuderemo mai questa questione”.

9 luglio 1993

Il Soviet Supremo russo dichiara “russa” Sebastopoli

Risoluzione del Parlamento russo che proclama Sebastopoli “città russa”. El’cin dichiara: “Mi vergogno di questa decisione”. L’Ucraina ricorre al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che con dichiarazione del 20 luglio 1993 (S/26118) riafferma l’integrità territoriale ucraina e dichiara la risoluzione del Parlamento russo contraria alla Carta ONU.

1994-1995

Crisi della Crimea

Il presidente filorusso della Crimea Jurij Meškov tenta una secessione di fatto, sostenuto dal sindaco di Mosca Jurij Lužkov. Il neopresidente ucraino Leonid Kučma riprende il controllo abolendo la Costituzione crimeana del 1992 e la presidenza locale (marzo 1995). Il deputato russo Konstantin Zatulin scrive apertamente che “i problemi di Crimea e della Flotta del Mar Nero permettono alla Russia di trattenere l’Ucraina nella sua orbita di influenza”.

5 dicembre 1994

Memorandum di Budapest

A Budapest, Russia, USA e Regno Unito firmano un memorandum con cui l’Ucraina si impegna a rinunciare al terzo arsenale nucleare al mondo (1900 testate ereditate dall’URSS) in cambio del rispetto della sua integrità territoriale, della sua indipendenza politica, dell’inviolabilità dei suoi confini. Le testate vengono trasferite alla Russia entro il 1996. Il documento, non essendo un trattato vincolante, non prevede meccanismi di enforcement: Mosca lo violerà nel 2014 e nel 2022.

Bill Clinton, Boris El’cin e Leonid Kravčuk a Mosca il 14 gennaio 1994
Bill Clinton, Boris El’cin e Leonid Kravčuk a Mosca il 14 gennaio 1994, dopo la firma della dichiarazione trilaterale sul disarmo nucleare ucraino, una delle tappe che precedettero il Memorandum di Budapest. Foto: William J. Clinton Presidential Library / U.S. Government.

31 maggio 1997

Trattato di Amicizia

A Kyiv, El’cin e Kučma firmano il “Grande Trattato” di Amicizia, Cooperazione e Partenariato. L’articolo 2 afferma “il rispetto reciproco dell’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini esistenti”. L’articolo 6: “Nessuna delle Parti permetterà che il proprio territorio sia usato a danno della sicurezza dell’altra Parte”. Kučma definisce il problema della Crimea “inesistente”. Lo stesso giorno si firma l’accordo sulla divisione della Flotta del Mar Nero.

Febbraio 1999

Ratifica russa del Trattato

Dopo lunghe resistenze del Parlamento russo, il Consiglio della Federazione ratifica il “Grande Trattato”. Il ministro degli Esteri Igor Ivanov dichiara: “Lo affermo ufficialmente: non ci sono basi legali per restituire Sebastopoli”. È la chiusura formale, almeno apparente, della partita territoriale degli anni Novanta. Sebastopoli ospita la flotta russa con un contratto d’affitto fino al 2017.

2000–2009

L’epoca Putin: dalla coabitazione alla pressione

Con Putin la relazione si sposta sempre più verso strumenti di pressione economica, energetica e politica, mentre l’Ucraina oscilla fra integrazione con la Russia e apertura occidentale.

Vladimir Putin e il presidente ucraino Leonid Kučma al Palazzo Mariinskij di Kyiv nell’aprile 2000
Vladimir Putin e il presidente ucraino Leonid Kučma al Palazzo Mariinskij di Kyiv, nell’aprile 2000, alla vigilia di colloqui russo-ucraini. Presidential Press and Information Office / Kremlin.ru.

Maggio 2001

Černomyrdin ambasciatore a Kyiv

Putin nomina Viktor Černomyrdin, ex primo ministro russo e fondatore di Gazprom, ambasciatore a Kyiv e proprio “rappresentante speciale” (figura unica in tutta la diplomazia russa). I media lo definiscono “il governatore generale russo dell’Ucraina”. È il segnale del nuovo approccio: trasformare la dipendenza energetica in leva politica. Černomyrdin nel 2002 affermerà: “L’Ucraina prima o poi metterà fine alla sua politica multivettoriale”.

2002

L’espansione del capitale russo in Ucraina

LUKOIL e TNK controllano 800 stazioni di servizio in Ucraina; il 70-85% del mercato dei prodotti petroliferi finisce in mani russe (raffinerie di Odessa, Lisičans’k, Kremenčuk, Cherson). Alfa Group acquista quote di Kievstar GSM, MTS compra UMC. Wimm-Bill-Dann acquista latterie a Kyiv e Charkiv, Basic Element l’alluminio di Mykolaïv. La banca Alfa controlla il canale TV New Channel. È un processo di colonizzazione economica che Mosca leggerà come “integrazione naturale”.

Settembre 2003

Incidente di Tuzla

La Russia inizia a costruire una diga verso l’isola ucraina di Tuzla, nello Stretto di Kerč fra Crimea e Russia, senza alcuna comunicazione a Kyiv. Kučma rientra precipitosamente da un viaggio in America Latina, l’aviazione ucraina avvia esercitazioni. È la prima crisi territoriale aperta dell’era Putin, e una prefigurazione in piccolo di quello che avverrà undici anni dopo: prova di forza unilaterale, fatti compiuti, ambiguità diplomatica.

Il presidente ucraino Leonid Kučma sull’isola di Tuzla il 23 ottobre 2003
Il presidente Leonid Kučma sull’isola di Tuzla il 23 ottobre 2003. Foto: ArmyInform / Ministero della Difesa ucraino, CC BY 4.0.

Novembre-dicembre 2004

Rivoluzione arancione

Le elezioni presidenziali ucraine vedono la vittoria del candidato filorusso Viktor Janukovyč. Putin gli telefona per congratularsi prima ancora del completamento del voto, e gli invia un messaggio ufficiale subito dopo l’annuncio dei risultati. All’immediata denuncia di brogli elettorali, appoggiata anche dagli osservatori internazionali, e alle proteste di massa a Kyiv (Maidan), segue il ricorso alla Corte Suprema che annulla i risultati. Il nuovo turno elettorale porta alla vittoria di Viktor Juščenko. Il governatore di Charkiv Jevgen Kušnar’ov minaccia: “Sono solo 40 km dalla frontiera russa”.

Piazza Maidan a Kyiv il 22 novembre 2004 durante la Rivoluzione arancione
Piazza Maidan a Kyiv il 22 novembre 2004, nelle prime ore della Rivoluzione arancione. Foto: Serhiy, CC BY-SA 3.0.

Marzo 2005

Sbarco russo a Capo Opuk (Crimea)

Tre giorni dopo una visita ufficiale di Putin a Kyiv, la nave russa “Nikolaj Filčenkov” fa sbarcare senza coordinamento con Kyiv un battaglione anfibio (128 uomini, 58 mezzi corazzati) in Crimea. Il ministro degli Esteri ucraino denuncia la violazione del “Grande Trattato” del 1997. Seguirà un’operazione simile, con dispiegamento ancora maggiore di forze, nel mese di settembre. Nel dicembre 2005 il ministro della Difesa russo Sergej Ivanov afferma che “sottoporre i passati accordi a revisione equivale alla morte”.

25 aprile 2005

Il discorso di Putin all’Assemblea Federale

Nel suo messaggio annuale al Parlamento russo, Putin pronuncia la frase che diventerà iconica: “Il crollo dell’Unione Sovietica è stata la più grande catastrofe geopolitica del secolo. Per il popolo russo è stato un vero dramma. Decine di milioni di nostri connazionali si sono ritrovati al di fuori del territorio russo”. Non è invocazione a ricostituire l’URSS, ma il manifesto della dottrina del “compatriota russo” all’estero, che giustificherà gli interventi futuri.

Aprile 2006

Prima guerra del gas

Mosca taglia per la prima volta le forniture di gas all’Ucraina, accusata di “furto” del gas in transito verso l’Europa. Effetto a catena su mezzo continente nel pieno dell’inverno. Si replicherà in modo ancora più drammatico nel gennaio 2009. L’episodio convince Berlino a cercare soluzioni alternative: nasce così il progetto Nord Stream attraverso il Baltico, che disinnesca il potere ucraino di transito.

Febbraio 2007

Discorso di Putin a Monaco

Alla Conferenza sulla sicurezza, Putin tiene il primo discorso apertamente anti-occidentale. Accusa la NATO e gli USA di aver creato un mondo “unipolare”. Non parla direttamente dell’Ucraina, ma il sottinteso è chiaro: ogni espansione occidentale verso est sarà considerata come una mossa ostile. Gli storici Timothy Snyder e Serhij Plochij leggono l’intervento come la chiave della svolta imperiale.

Aprile 2008

Vertice NATO di Bucarest

La NATO dichiara che Ucraina e Georgia “diventeranno membri”, senza però offrire un Membership Action Plan (l’iter formale). È il peggior risultato possibile: si offende Mosca senza proteggere Kyiv e Tbilisi. Putin reagisce con violenza inusuale: in un colloquio con George W. Bush dichiara che “l’Ucraina non è un vero Stato”. Quattro mesi dopo: guerra di Georgia. È il momento che molti analisti considerano la svolta strategica.

George W. Bush e Jaap de Hoop Scheffer al vertice NATO di Bucarest del 2 aprile 2008
George W. Bush e il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer al vertice di Bucarest del 2 aprile 2008. Foto: Tech. Sgt. Jerry Morrison / U.S. Department of Defense.

Gennaio 2009

Seconda guerra del gas

Mosca taglia di nuovo le forniture all’Ucraina, e di conseguenza all’Europa, in piena ondata di freddo. È il secondo round dell’uso del gas come arma politica: Mosca punisce il governo arancione Juščenko-Tymošenko. Diversi paesi UE rimangono per giorni con le scorte ridotte. L’episodio accelera Nord Stream e segna il declino politico definitivo della “rivoluzione arancione” in Ucraina.

2010–2015

La via per il 2014

Dalla presidenza Janukovyč a Maidan, l’equilibrio si rompe. L’annessione della Crimea e la guerra nel Donbas trasformano una crisi politica in un conflitto aperto.

Piazza Maidan a Kyiv il 21 febbraio 2014, con barricate e segni degli scontri
Piazza Maidan a Kyiv il 21 febbraio 2014, nelle fasi conclusive delle proteste di Euromaidan. Sono visibili le barricate e i segni degli scontri dei giorni precedenti. Foto: Amakuha, CC BY-SA 3.0.

Febbraio 2010

Vittoria di Janukovyč

Sconfitta l’opposizione arancione, Janukovyč vince le elezioni presidenziali ucraine. Kyiv sembra rientrare nell’orbita di Mosca: cooperazione su tutti i tavoli, riconoscimento del russo come lingua regionale, abbandono dell’aspirazione ad aderire alla NATO.

21 aprile 2010

Accordi di Charkiv

Janukovyč firma con Dmitrij Medvedev gli “Accordi di Charkiv”: estensione dell’affitto della base navale russa di Sebastopoli fino al 2042 (in scadenza nel 2017), in cambio di sconti sul gas. Per la prima volta dal 1991 Mosca sembra aver “stabilizzato” l’Ucraina nella propria orbita. L’illusione durerà tre anni e mezzo. Dietro l’apparente stabilizzazione, la società ucraina si polarizza.

Novembre 2013

Janukovyč rinuncia all’Accordo UE

Sotto pressione diretta di Putin (incontro segreto a inizio novembre), Janukovyč rinuncia a firmare l’Accordo di Associazione con l’UE che era stato preparato per anni ed era considerato cosa fatta. La sera del 21 novembre cominciano le proteste in piazza Maidan a Kyiv. Crescono fino a diventare la “Rivoluzione della Dignità” (Revoljucija Hidnosti), con migliaia di persone che occupano in modo permanente la piazza.

Manifestanti di Euromaidan a Kyiv il 24 novembre 2013
Manifestanti di Euromaidan a Kyiv il 24 novembre 2013, pochi giorni dopo la decisione del governo ucraino di sospendere la firma dell’accordo di associazione con l’Unione Europea. Foto: Šymans’kyj Vasyl’, CC BY-SA 3.0.

Febbraio 2014

Maidan, fuga di Janukovyč

Il 18-20 febbraio i cecchini sparano sui manifestanti a Kyiv: oltre 100 morti, ricordati come la “Centuria Celeste”. Janukovyč fugge a Mosca nella notte fra il 21 e 22 febbraio. Il Parlamento ucraino lo destituisce. Mosca dichiara il nuovo governo “illegittimo” e “frutto di un colpo di Stato neonazista”. Inizia in parallelo l’operazione segreta in Crimea.

Marzo 2014

Annessione della Crimea

Forze speciali russe, come Putin ammetterà un anno dopo, occupano i punti chiave della Crimea. Il 16 marzo, sotto occupazione militare, un referendum-lampo sancisce l’annessione alla Russia. È la prima modifica forzata dei confini in Europa dopo il 1945. La decisione era stata presa nella cerchia ristretta dei silovikí: Aleksandr Bortnikov (Servizi segreti), Sergej Šojgu (Difesa), Nikolaj Patrušev (Sicurezza), Sergej Ivanov (Capo di Gabinetto).

Soldati russi senza insegne occupano il parlamento della Crimea nel marzo 2014
Soldati russi senza insegne occupano il parlamento della Crimea.

Aprile-luglio 2014

Donbas e MH17

Gruppi separatisti armati da Mosca proclamano le “repubbliche popolari” di Donetsk e Luhansk. Inizia la guerra del Donbas, che durerà otto anni e farà 14.000 vittime fino al 2022. Il 17 luglio un missile antiaereo russo Buk, lanciato dal territorio occupato, abbatte un aereo di linea della Malaysia Airlines (volo MH17 Amsterdam-Kuala Lumpur): 298 morti, in gran parte olandesi.

Investigatori sul luogo dello schianto del volo Malaysia Airlines MH17 nell’Ucraina orientale il 3 agosto 2014
Investigatori olandesi e australiani sul luogo dello schianto del volo Malaysia Airlines MH17 nell’Ucraina orientale, 3 agosto 2014. Foto: Ministero della Difesa dei Paesi Bassi.

Settembre 2014-febbraio 2015

Accordi di Minsk I e II

Per fermare l’avanzata russa nel Donbas, Kyiv firma a Minsk due accordi mediati da Germania e Francia (formato Normandia). Promettono autonomia speciale al Donbas in cambio del cessate il fuoco e del ritiro russo. Vengono violati continuamente da entrambe le parti per anni: di fatto congelano il conflitto senza risolverlo, lasciando alla Russia il 7% del territorio ucraino.

2014

Risovietizzazione del discorso russo sull’Ucraina

La propaganda russa adotta un lessico familiare alla generazione sovietica: “fascisti”, “colpo di Stato”, “governo illegittimo”, “neo-nazisti”. Si afferma la narrativa per cui l’Ucraina “non è un vero Stato”, evocata da Putin a Bucarest nel 2008. Sondaggi del 2014 ne mostrano l’efficacia interna: il 64% dei russi attribuisce all’Ucraina la responsabilità del deterioramento dei rapporti, contro il 2% che dà la colpa alla Russia.

2014–2026

La trasformazione dell’Ucraina, l’invasione e la guerra

Dopo il 2014 Russia e Ucraina seguono traiettorie sempre più divergenti. La rottura culmina nell’invasione su larga scala del 2022 e in una guerra che prosegue negli anni successivi.

Civili ucraini nella stazione Žytomyrs'ka della metropolitana di Kyiv durante i bombardamenti russi del 26 febbraio 2022
Civili ucraini trovano riparo nella stazione Žytomyrs’ka della metropolitana di Kyiv durante i bombardamenti russi, 26 febbraio 2022. Foto: Mr.Rosewater, CC BY-SA 4.0.

2014-2021

L’Ucraina si trasforma

Otto anni di trasformazioni profonde. Riforma e modernizzazione dell’esercito (decisiva nel 2022), promozione della lingua e cultura ucraina (il russo perde lo status di lingua regionale nel 2018), riforme anti-corruzione, riconoscimento dell’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina da parte del Patriarcato di Costantinopoli (e conseguente rottura di quest’ultimo con Mosca), bando di canali TV e social russi (83 emittenti). La società ucraina si stacca culturalmente dalla Russia.

2018-2021

La Russia si chiude

La Russia consolida una traiettoria opposta. La riforma costituzionale del 2020 azzera i mandati di Putin, le leggi sugli “agenti stranieri” si moltiplicano, l’opposizione viene neutralizzata (avvelenamento di Aleksej Naval’nyj nell’agosto 2020, suo arresto nel gennaio 2021). Memorial viene dissolta dalla Corte Suprema nel dicembre 2021. Il sistema si prepara internamente alla guerra.

Giugno 2021

Vertice Biden-Putin a Ginevra

I due presidenti si incontrano in un summit definito “test di resilienza”. Dopo il caotico ritiro USA dall’Afghanistan nell’agosto successivo, la lettura del Cremlino sarà che Washington è in fase di ritirata strategica e non interverrà in modo deciso. Calcolo che si rivelerà sbagliato.

Luglio 2021

Saggio di Putin “Sull’unità storica di russi e ucraini”

Il presidente russo pubblica sul sito del Cremlino un saggio in cui sostiene che russi e ucraini sono “un unico popolo”, che l’Ucraina è una creazione artificiale di Lenin, che lo Stato ucraino indipendente è “anti-Russia”, che “la vera sovranità ucraina è possibile solo in partenariato con la Russia”. È il manifesto ideologico dell’invasione che si prepara, anche se ciò non viene immediatamente compreso.

Autunno 2021-febbraio 2022

Concentrazione di truppe

L’intelligence americana e britannica rendono pubblico l’ammassamento di oltre 150.000 soldati russi ai confini ucraini. Putin avanza richieste massimaliste: ritiro della NATO alle posizioni del 1997, neutralità ucraina, “denazificazione”. L’Occidente avverte pubblicamente Kyiv. Zelens’kyj minimizza per non causare il panico. Il 21 febbraio Putin riconosce le “repubbliche popolari” di Donetsk e Luhansk come Stati indipendenti.

Esercitazioni militari Allied Resolve 2022, 11 febbraio 2022. Video: Wikimedia Commons.

24 febbraio 2022

Invasione su larga scala

Attacco coordinato da nord (Bielorussia, asse verso Kyiv), est (Charkiv, Donbas) e sud (Crimea verso Cherson e Mariupol’). Il piano del Cremlino prevede tre giorni per la presa di Kyiv: cattura di Zelens’kyj, governo fantoccio, “denazificazione”. L’operazione fallisce. Il presidente ucraino rimane a Kyiv: “Ho bisogno di munizioni, non di un passaggio”. L’esercito ucraino, riformato dopo il 2014, blocca l’avanzata russa attorno alla capitale.

Mappa delle tre direttrici dell’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022
Le tre direttrici dell’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio 2022: attacco da nord, est e sud.

Aprile 2022

Buča, ritirata da Kyiv

All’inizio di aprile l’esercito russo si ritira dalle regioni di Kyiv e Černihiv. A Buča, nelle vicinanze della capitale, vengono trovati centinaia di corpi di civili giustiziati. È il primo grande caso di crimini di guerra documentati su larga scala. Saranno poi accertati stupri di massa, torture, deportazioni di bambini. La Corte Penale Internazionale emetterà un mandato d’arresto contro Putin nel marzo 2023 proprio per la deportazione di minori.

Buča il 6 aprile 2022 dopo la ritirata delle forze russe
Buča il 6 aprile 2022, dopo la ritirata delle forze russe dalla città. Foto: Vitalij Sarancev e Roman Drapak / ArmyInform.

Aprile-maggio 2022

Mariupol’

Assedio di tre mesi alla città-porto sul Mar d’Azov. Il bombardamento del teatro (16 marzo, 600 morti tra cui molti bambini), dell’ospedale pediatrico e di un reparto di maternità sono documentati da Mstyslav Černov in 20 Days in Mariupol. La città cade dopo la resa dell’acciaieria Azovstal’. Almeno 25.000 civili uccisi. È il simbolo della guerra: una città ucraina di lingua russa, rasa al suolo dalla Russia per “liberare i russofoni”.

Veduta aerea del centro di Mariupol’ durante l’assedio il 28 marzo 2022
Veduta aerea del centro di Mariupol’ durante l’assedio, 28 marzo 2022. Foto: Mvs.gov.ua; fotografia della 12ª Brigata Azov della Guardia nazionale ucraina, CC BY 4.0.

Settembre 2022

Controffensive ucraine

Charkiv (settembre 2022) e Cherson (novembre 2022): due controffensive ucraine recuperano migliaia di chilometri quadrati. Mosca annuncia in fretta l’annessione di quattro regioni ucraine (Donetsk, Luhansk, Zaporižžja, Cherson), senza averne il pieno controllo. È la prima rivendicazione di sovranità su di un territorio non controllato nella recente storia europea.

Ottobre 2022

Premio Nobel per la Pace

Viene assegnato a Memorial (Russia, già dissolta), al Centro per le libertà civili (Ucraina) e ad Ales’ Bjaljacki/Centro per i diritti umani Viasna (Bielorussia, in carcere). Il riconoscimento simbolico consacra l’esistenza di una società civile post-sovietica che il regime di Putin sta cercando di distruggere in tutti e tre i paesi. È anche il riconoscimento del nesso fra repressione interna russa e aggressione esterna.

Giugno 2023

Marcia del gruppo Wagner su Mosca

Evgenij Prigožin si ribella ai vertici militari russi e muove la sua compagnia di mercenari verso Mosca. La marcia si ferma a 200 km dalla capitale dopo una mediazione lampo di Aleksandr Lukašenko. Due mesi dopo, l’aereo che trasporta Prigožin e altri membri del gruppo Wagner esplode in volo, provocando il decesso di tutti i passeggeri. È il segnale più chiaro della fragilità del sistema putiniano sotto la pressione della guerra, che non si traduce però in uno sgretolamento immediato.

Febbraio 2024

Morte di Naval’nyj

Aleksej Naval’nyj muore nella colonia penale artica IK-3, in circostanze mai chiarite. Decine di migliaia di persone partecipano ai funerali a Mosca: ultima manifestazione di massa visibile dell’opposizione interna russa. La giornalista Anna Zafesova ha definito la sua morte “la fine di un’epoca”: era l’ultimo politico russo che credeva ancora possibile un cambio di regime dall’interno e per via pacifica.

Persone a Mosca per l’ultimo saluto ad Aleksej Naval’nyj il 1° marzo 2024
Persone accorse a Mosca per dare l’ultimo saluto ad Aleksej Naval’nyj alzano i fiori nei pressi del cimitero Borisovskoe, 1° marzo 2024. Foto: Прикли, CC BY 4.0.

2025-2026

Trattative congelate, guerra di logoramento

A oltre tre anni dall’invasione, il fronte si è stabilizzato senza vincitori. La Russia controlla circa il 18% del territorio ucraino. L’economia russa regge sotto sanzioni grazie al petrolio venduto a Cina e India, ma con segnali di affaticamento (inflazione, tassi alle stelle, mancanza di manodopera). La questione del “dopo Putin” comincia a essere dibattuta apertamente tra gli analisti politici: l’espressione “nuovi Torbidi” ha iniziato a ricorrere per significare l’instabilità di sistema della Russia.

1990 → 2026

Una relazione rimasta aperta dopo la fine dell’Unione

La storia dei rapporti tra Russia e Ucraina dopo l’URSS è una successione di accordi, crisi territoriali, pressioni economiche, rotture politiche e scelte strategiche. Rileggerne la cronologia permette di vedere come questioni aperte fin dagli anni Novanta (confini, Crimea, sicurezza e appartenenza internazionale) siano tornate, trasformate, al centro del conflitto, fino ad oggi.

© Riproduzione riservata