Approfondimenti · 25 Luglio 2026

Firenze 1345: anatomia di una bancarotta

Nel Trecento i banchieri fiorentini erano protagonisti della finanza europea. Poi il sistema entrò in crisi, trascinando grandi compagnie e istituzioni cittadine. Nel suo nuovo libro, Lorenzo Tanzini ricostruisce le cause del crollo e le strategie con cui Firenze riuscì a ripartire

di Caterina Cappuccio

Che cosa succede quando a crollare non sono soltanto alcune grandi compagnie finanziarie, ma la fiducia su cui si regge un intero sistema economico? E come ci si può risollevare da una crisi di questo tipo?

Sono le domande che stanno alla base dell’ultimo libro dello storico Lorenzo Tanzini: La bancarotta di Firenze del 1345, ora riproposto da Carocci in una nuova edizione. Il libro ricostruisce una delle grandi crisi economiche del Trecento, seguendo il dissesto delle potenti compagnie mercantili-bancarie fiorentine e le conseguenze che investirono l’intera città, fino alle finanze del Comune.

Perché quella di Firenze fu una crisi locale solo in apparenza. I suoi mercanti e banchieri operavano ormai su scala europea, tra il Regno di Napoli, la monarchia inglese e il papato, in una rete in cui affari e politica erano strettamente intrecciati. Ed è anche per questo che una vicenda di quasi sette secoli fa conserva qualcosa di familiare anche oggi: mostra quanto un sistema economico dipenda dalla fiducia e quanto rapidamente una crisi finanziaria possa diventare anche politica e sociale.

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Firenze al centro della finanza europea

La potenza economica raggiunta dai banchieri fiorentini era tale che Bonifacio VIII arrivò a definirli il «quinto elemento» dell’universo. Un’immagine che restituisce bene il peso assunto da Firenze nei grandi circuiti economici del tempo e, di conseguenza, lo shock provocato dal crollo.

La crisi, però, non esplose all’improvviso. A raccontarlo è un testimone d’eccezione: Giovanni Villani, cronista guelfo e uomo d’affari, che fu a sua volta vittima della bancarotta. Dalle sue pagine emerge un dissesto maturato nel tempo, alimentato da difficoltà accumulate negli anni e aggravato, nel 1345, da condizioni climatiche avverse, cattivi raccolti e carestie. Di fronte a una successione tanto impressionante di eventi negativi, Villani finì per cercarne una spiegazione nell’astrologia. Ma la sua testimonianza, al di là di questo aspetto, restituisce con grande efficacia la profondità dello smarrimento provocato dalla crisi.

Partendo proprio da Villani, Tanzini ricostruisce il mondo dei mercanti-imprenditori fiorentini, ormai inseriti in reti di dimensione europea. I loro principali interlocutori erano il Regno di Napoli, l’Inghilterra e il papato, in un sistema in cui affari, politica ed equilibri internazionali erano strettamente intrecciati.

Ne emerge un Medioevo molto lontano dall’immagine stereotipata di un’economia chiusa e immobile. Le compagnie fiorentine mostrano anzi una notevole capacità di iniziativa e una grande abilità nel muoversi dentro reti commerciali e finanziarie sempre più ampie. È uno dei fili che attraversano l’intera vicenda: la creatività imprenditoriale della società medievale e la capacità dei suoi protagonisti di operare in uno spazio che, per molti aspetti, aveva già una dimensione europea.

La strada verso il crollo

Come si arrivò, allora, alla crisi del 1345? È la domanda che guida la prima parte del libro. Tanzini procede seguendo un percorso cronologico e mostra come la bancarotta non possa essere spiegata con una sola causa. Le sue radici vanno cercate soprattutto tra il 1336 e il 1343, dentro una fitta trama di decisioni politiche, interessi economici e mutamenti negli equilibri internazionali. Tra gli elementi presi in esame c’è anche la scelta di sostenere Ludovico il Bavaro.

In primo piano ci sono naturalmente le grandi famiglie fiorentine e le loro compagnie. Ma la loro storia non viene mai isolata dal contesto. Sullo sfondo restano sempre visibili le trasformazioni politiche ed economiche che riguardano i principali interlocutori di Firenze e che condizionano le scelte dei mercanti.

Quando le grandi compagnie dei Bardi e dei Peruzzi entrarono in crisi, gli effetti si propagarono a cascata. Il dissesto colpì anche famiglie e operatori più piccoli, soprattutto perché venne meno la fiducia nei confronti dei mercanti-banchieri fiorentini.

Ed è proprio la fiducia uno dei nodi centrali del racconto. Una volta incrinata, la crisi non rimane confinata ai bilanci delle singole compagnie: si allarga, coinvolge altri soggetti e finisce per mettere in discussione il funzionamento dell’intero sistema.

Quando la crisi investe il Comune

Anche il Comune di Firenze aveva costruito negli anni un sistema finanziario sempre più complesso. Da una parte imponeva dazi rilevanti ai mercanti; dall’altra, fin dal 1315, faceva ricorso alle «prestanze», cioè prestiti richiesti ai cittadini. Il risultato era la crescita di un consistente debito pubblico.

La crisi delle grandi compagnie finì così per intrecciarsi con quella delle finanze cittadine. Bardi, Peruzzi e Acciaiuoli non furono gli unici protagonisti del dissesto: anche il Comune ne venne travolto. Il 22 febbraio 1345 Firenze dichiarò la bancarotta.

Il quadro che emerge è dunque molto più ampio di quello di un semplice fallimento privato. La crisi riguarda insieme le grandi famiglie, il credito, il debito pubblico e le istituzioni cittadine. Economia e politica appaiono strettamente connesse.

È anche per questo che il 1345 rimase impresso nella memoria dei contemporanei come un anno particolarmente nefasto. Alla crisi finanziaria si aggiunsero i problemi dei raccolti e le conseguenti carestie. Un quadro così infausto, che è facile capire perché Villani cercò di dare la colpa anche alle stelle.

Dopo la bancarotta

Ma ogni crisi apre anche il problema di ciò che viene dopo. Come riuscì Firenze a reagire? E soprattutto: come fu possibile ricostruire la fiducia dopo un crollo di quella portata?

Anche in questa fase emerge la capacità di adattamento del sistema politico fiorentino. Non ci fu una soluzione unica, ma una serie di tentativi, aggiustamenti e nuovi strumenti messi alla prova nel tempo. Il Comune dovette riorganizzare le proprie finanze, affrontare il peso del debito e, insieme, recuperare credibilità agli occhi dei cittadini.

La sfida, infatti, non era soltanto economica. Dopo il 1345, in un clima segnato dalla sfiducia, occorreva dimostrare che le istituzioni fossero ancora in grado di governare la crisi e garantire il funzionamento della città.

Anche gli equilibri sociali cambiarono. Le grandi famiglie poterono inizialmente contare sui patrimoni fondiari e immobiliari accumulati nel tempo, mentre si affacciavano nuovi gruppi di medi imprenditori, tra cui gli Alberti del Giudice e gli Strozzi. La crisi aveva ridisegnato anche la società fiorentina.

La ricostruzione

Un ruolo importante ebbero poi le nuove politiche monetarie, amministrative e contabili adottate dal Comune.

Al centro di questo processo vi fu il Monte, nato nel 1343 e successivamente sviluppato come strumento per la gestione del debito pubblico. La documentazione relativa al Monte permette di seguire l’andamento dei prestiti e dei crediti, ma anche di osservare i cambiamenti che attraversavano la società cittadina.

Il debito pubblico diventa così, nel libro di Tanzini, molto più di una questione contabile. Attraverso di esso si possono leggere i rapporti tra i gruppi sociali, le trasformazioni della ricchezza e le strategie con cui il Comune cercò di recuperare la fiducia perduta.

La ripresa fu favorita anche dai cambiamenti demografici successivi alla peste del 1348 e da una serie di provvedimenti politici che produssero effetti non soltanto a Firenze, ma anche nei centri minori del contado.

Il percorso osservato da Tanzini si spinge fino al Quattrocento. La ricostruzione successiva alla crisi, infatti, non riguardò soltanto le finanze. Negli anni che seguirono la bancarotta Firenze mise a punto nuovi linguaggi politici, nuove forme di legittimazione e nuove strategie di costruzione del consenso.

È un passaggio decisivo, perché proprio alcune delle soluzioni elaborate in questa fase contribuiranno a preparare il terreno per lo sviluppo politico della Firenze rinascimentale.

Una crisi economica, politica e sociale

Il libro di Tanzini mostra, in definitiva, che la bancarotta del 1345 non può essere spiegata attraverso una sola causa e che neppure la ripresa può essere ricondotta a una singola misura.

Alla crisi contribuirono fattori economici, scelte politiche, trasformazioni internazionali e problemi delle finanze pubbliche. Allo stesso modo, Firenze riuscì a reagire combinando strumenti economici, riforme amministrative e nuove strategie politiche.

Il rapporto tra finanza e politica è dunque una delle chiavi principali del libro. Ma lo è anche quello tra potere e fiducia. Per uscire dalla crisi non bastava rimettere in ordine i conti: occorreva ricostruire la credibilità delle istituzioni e ridefinire il rapporto tra il Comune e la società cittadina.

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Caterina Cappuccio

È collaboratrice scientifica in storia medievale presso l’Istituto Storico Germanico a Roma con il progetto: ID-NET: Ideali, discorsi, reti. L’Impero e il regno italico nel XIV secolo. Dopo gli studi all’Università Cattolica del Sacro Cuore e alla Ludwig Maximilians Universität di Monaco di Baviera, ha conseguito nel 2021 il dottorato presso la Bergische Universität Wuppertal. I suoi ambiti di ricerca riguardano il papato nel pieno medioevo e l’impero tardo medievale.

Tra le pubblicazioni recenti: Die päpstliche Kapelle (1046-1241). Geistliche Funktionseliten in den Kirchenprovinzen Mailand und Salzburg, Köln 2025 (Papsttum im mittelalterlichen Europa, 14); L’impero e le sue narrazioni nel pieno e tardo medioevo (XIII–XIV sec.), in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 105 (2025)

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