Approfondimenti · 27 Giugno 2026
Quando anche il Medioevo cercava la pace
Dietro l’immagine di un’epoca dominata da spade, assedi e crociate, Ermanno Orlando ritrova le tracce di una lunga ricerca di un’alternativa alla guerra: fragile, contraddittoria, spesso incompiuta, ma sorprendentemente vicina alle domande del nostro presente
Nelle sue riflessioni sulla storia, scritte durante gli anni bui della seconda guerra mondiale, Marc Bloch osservava che il peccato più grande per uno storico è l’anacronismo: giudicare il passato usando le idee, le sensibilità e le conoscenze del presente, proiettando all’indietro concetti che all’epoca non esistevano ancora. Allo stesso tempo, lo storico francese ricordava però che le domande che rivolgiamo al passato nascono inevitabilmente dalle preoccupazioni del presente.
È su questo delicato equilibrio che si muove Ermanno Orlando nel suo nuovo libro, Pace, pace, pace! Donne e uomini contro la guerra nel Medioevo (Il Mulino, Roma 2026). Orlando non evita il rischio dell’anacronismo: lo accetta pienamente, cercando nelle pieghe del mondo medievale le prime vere scintille di una sensibilità “pacifista”, un anelito simile al nostro.
Registrati al Circolo della Storia e non perderti più alcun contenuto!
Hai già letto almeno un articolo: registrati gratuitamente al Circolo della Storia per continuare a leggere i contenuti di approfondimento dedicati agli iscritti.
In un mondo pieno di guerra
Scrivere una storia della pace nel Medioevo è una sfida complicata. La nostra idea di quell’epoca è quasi sempre legata al dramma spettacolare della guerra: il rumore delle spade, gli assedi, le crociate, l’ardore dello scontro. La pace, al contrario, sembra un argomento debole e poco drammatico per un racconto. Raramente è definitiva, si tratta piuttosto di un percorso faticoso, fatto di dialoghi e compromessi, una tregua fragile definita solo dalla temporanea assenza dei combattimenti.
Il progetto di Orlando non è quello di tracciare la storia di una grande idea astratta, ma di recuperare una serie di storie particolari: le vicende concrete di uomini e donne che tentarono di proporre un’alternativa alla violenza quotidiana.
Il viaggio dell’autore inizia verso l’anno 1000 in Aquitania, «una polveriera, pronta a esplodere a ogni minima scintilla». In un’Europa frammentata, dove i signori locali litigavano continuamente e mancava un forte potere centrale, la Chiesa cercò di imporre l’ordine attraverso le cosiddette paci di Dio.
Si trattò di una grande iniziativa pubblica: i vescovi convinsero i cavalieri a giurare che non avrebbero toccato i civili e i loro beni. Dal 1027 questo fenomeno si diffuse a partire dalla Francia, trasformandosi nelle tregue di Dio, che vietavano l’uso delle armi in certi giorni della settimana e nei periodi di festa. Insomma, gli scontri erano vietati per gran parte dell’anno. Orlando ci mostra come il compito di mantenere la pace sia passato lentamente dai giuramenti dei religiosi ai doveri dei re, chiamati a bloccare le vendette private e a proteggere i più deboli.

La “guerra giusta”
Eppure, come il libro dimostra molto bene, il rapporto tra la fede cristiana e la guerra fu tutt’altro che semplice. Il pacifismo dei primi cristiani era stato da tempo messo da parte a favore della teoria della “guerra giusta”, elaborata da diversi pensatori.
In base a questa idea, il conflitto era considerato certamente un male, ma diventava giustificabile se serviva a difendersi, a ristabilire la giustizia e se era guidato da un’autorità legittima, senza portare sentimenti di odio e di vendetta. Il fine ultimo della guerra, in fondo, doveva essere il ritorno della pace.
Su questo punto, Orlando racconta un’Europa cristiana divisa da pareri molto diversi. Da un lato c’è la posizione, durissima, di Bernardo di Chiaravalle – secondo cui uccidere un infedele nelle crociate non era un omicidio, ma l’eliminazione del male – e dall’altro la visione di san Tommaso d’Aquino, convinto che il Vangelo non giustificasse nessuno scontro armato.
Le crociate sono proprio uno dei momenti più tormentati ma interessanti di questa storia. Sebbene alla fine del Duecento le voci critiche contro la violenza sacralizzata fossero diventate più forti, per la maggior parte dei pensatori del tempo la guerra santa e la missione pacifica per convertire gli infedeli non erano in contraddizione, ma facevano parte dello stesso disegno. Una non poteva fare a meno dell’altra.
Gli ordini mendicanti
La vera svolta in questo racconto arriva con la nascita degli ordini mendicanti all’inizio del Duecento. Francesco d’Assisi non si limitò a predicare la povertà, ma propose una visione rivoluzionaria della pace. D’altronde, Francesco viveva in un mondo contraddistinto dalle lotte tra fazioni, dalle guerre tra città e dagli scontri armati tra famiglie e partiti. Portando il suo messaggio direttamente nelle piazze, alla gente comune e in lingua volgare, Francesco ruppe con le abitudini del tempo, parlando di una fraternità che abbracciava tutto il Creato.
Orlando analizza il famoso incontro del 1219 tra il frate e il sultano d’Egitto non come una semplice favola religiosa, ma come un gesto concreto e coraggioso: l’annuncio del Vangelo senza alcuna aggressività. Un atteggiamento, appunto, rivoluzionario, al di là degli esiti.
Nello stesso periodo, nel sud della Francia – una regione devastata dalla sanguinosa crociata contro gli eretici catari – Domenico da Guzmán cercò di combattere l’eresia con la persuasione e la parola, invece che con la spada.
I frati francescani e domenicani trasformarono così l’idea di pace in un valore politico fondamentale per le città europee. Nei comuni italiani l’armonia divenne un bene pubblico essenziale, promosso da associazioni di cittadini e dalle autorità attraverso una vera e propria educazione alla pace.

Paci militanti
Orlando è uno storico attento e non nasconde le contraddizioni del periodo. Incontriamo per esempio Federico II, lo “stupor mundi”, l’imperatore da cui tutti attendevano un’era di pace, e che invece passò la vita a fare la guerra al papato. Eppure, la sua crociata del 1229 si concluse con un accordo pacifico con il sultano: Gerusalemme fu restituita ai cristiani senza versare una sola goccia di sangue. Questo accordo diplomatico, però, creò più scandalo che felicità nel mondo cristiano, disturbato da una vittoria ottenuta grazie a un trattato pacifico con l’infedele. Molti gridarono al tradimento, in un’Europa divisa sull’approccio tra pace e guerra.
Il libro è efficace nel descrivere i movimenti religiosi popolari che attraversarono il tardo Medioevo. Durante il movimento dell’Alleluia del 1233, tra i flagellanti del 1260, nel movimento dei Colombini del 1335 e dei Bianchi del 1399, folle enormi di persone invasero le strade d’Italia dietro a leader carismatici, riuscendo a mettere pace tra famiglie rivali e fazioni politiche nemiche.
Si trattava di esplosioni emotive brevi, che però dimostravano quanto la gente fosse stanca della violenza quotidiana. Nelle città la pace veniva celebrata con veri e propri riti pubblici: gesti concreti come l’abbraccio, lo scambio di regali, i pranzi insieme e, soprattutto, il bacio della pace.
Se nel Quattrocento questa armonia era dipinta anche sulle pareti dei palazzi pubblici – come nel famoso affresco del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti a Siena – Orlando ci ricorda che si trattava pur sempre di una “pace militante”, pronta a prendere le armi pur di difendere l’ordine cittadino.
Il senso del libro
Negli ultimi capitoli il volume esamina le teorie di filosofi e pensatori, dalla monarchia universale di Dante ai progetti di Pierre Dubois per un’unione dei sovrani europei, fino alle critiche radicali alla guerra del teologo John Wyclif. Il libro si chiude con le utopie di Nicolò da Cusa e Juan de Segovia, che nel Quattrocento cercarono di immaginare una pace basata sul dialogo e sul rispetto delle altre religioni, in particolare dell’Islam.
Orlando dedica uno spazio importante anche alle donne del Medioevo, raccontando alcune personalità esemplari, come Caterina da Siena, Christine de Pizan e Giovanna d’Arco. In questo caso, dobbiamo stare attenti a non giudicarle con gli occhi di oggi: queste donne non rifiutavano la guerra in modo assoluto, ma la consideravano un mezzo tragico, sebbene necessario, per raggiungere la concordia, ma da evitare finché possibile.
Il libro è incredibilmente ricco di storie, eventi, momenti di svolta, sebbene lo sguardo dell’autore rimanga molto concentrato sull’Europa occidentale. Sarebbe interessante aprire queste riflessioni agli altri mondi che si affacciavano sullo stesso Mediterraneo: anche nel mondo islamico o in quello bizantino vi era lo stesso desiderio di pace? Questa fame di concordia era una caratteristica solo del cristianesimo latino, o era una storia condivisa anche dai popoli vicini di fede diversa?
Questo è un libro che va letto oggi. Orlando ammette di essersi lasciato affascinare da questo Medioevo pacifico perché rifiuta di rassegnarsi alle guerre dei nostri giorni. Il risultato è un libro forte, che lancia al lettore un grido che viene da lontano: pace, pace, pace.
© Riproduzione riservata