Approfondimenti · 9 Ottobre 2026
La tratta degli schiavi rimasta ai margini della memoria
Il mercato degli schiavi di Zanzibar in un’illustrazione ottocentesca di Émile Bayard.
Per oltre un millennio, milioni di africani furono deportati verso il mondo arabo-musulmano. Il saggio di Tidiane N’Diaye riporta alla luce una storia rimasta a lungo in ombra, tra mercati di esseri umani, violenze e domande ancora aperte
Era il 2 marzo 1866 quando il famoso esploratore scozzese David Livingstone scrisse: «Abbiamo visitato oggi il mercato degli schiavi. Circa trecento individui erano in vendita: il maggior numero proveniente dallo Shire e dal Nyassa». Seguiva una descrizione di come i poveri prigionieri erano esaminati e «trascinati in mezzo alla folla», mentre veniva «gridato incessantemente il prezzo» proposto agli acquirenti.
L’audace missionario si trovava quel giorno nell’arcipelago di Zanzibar, oggi regione della Tanzania, all’epoca piccolo sultanato arabo che si era staccato cinque anni prima dall’Oman. Un luogo dove la compravendita degli esseri umani si praticava da secoli e proseguiva nella seconda metà dell’Ottocento, anche se quel traffico crudele era stato messo al bando da convenzioni internazionali. La Gran Bretagna, la maggiore potenza coloniale che si era impegnata a debellare il fenomeno, preferiva chiudere un occhio, a volte due, per tutelare i suoi interessi in Africa orientale.

La tratta
La lunga durata non solo della schiavitù, ma della tratta negriera praticata da mercanti arabo-musulmani fino a tempi molto recenti è il tema poco esplorato su cui punta i riflettori un saggio di Tidiane N’Diaye, antropologo senegalese scomparso nel 2025 all’età di 75 anni.
Il suo libro, che ha anche un forte carattere di denuncia e mette sotto accusa la tradizione religiosa islamica, s’intitola in francese Le génocide voilé, letteralmente «Il genocidio velato», per dare l’idea di una tragedia immensa su cui è calato un sostanziale silenzio.
Ma l’editore e curatore italiano Roberto Massari ha preferito intitolarlo La tratta arabo-musulmana (traduzione di Gaetano Trionfi) per chiarire immediatamente l’argomento, ma soprattutto perché, come spiega nella premessa, a suo avviso lo scopo dei trafficanti era asservire le loro vittime, non eliminarle fisicamente come etnia. In questo caso l’uso del temine «genocidio» sarebbe dunque improprio.
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Una storia dimenticata
Che le razzie di africani neri da parte di avventurieri islamici sia stata trascurata dalla storiografia è un parere condiviso anche da autori la cui impostazione è più accademica rispetto all’indignazione che vibra nel testo di N’Diaye. Per esempio Olivier Pétré-Grenouilleau, docente universitario in Bretagna e a Parigi, scrive nel saggio di storia globale La tratta degli schiavi (edito dal Mulino nel 2006 nella traduzione di Rinaldo Falcioni) che «le tratte orientali meritano ben più delle poche righe che sono loro abitualmente consacrate nella maggior parte delle storie generali dell’Africa».
Innanzitutto bisogna considerare i tempi, perché le incursioni arabe a sud del Sahara, a caccia di prede umane, cominciano poco dopo l’espansione iniziale dell’Islam, nell’Alto Medioevo. N’Diaye a tal proposito rievoca una vicenda poco nota in Occidente.
Nell’869 scoppiò nell’attuale Iraq una rivolta degli zendj (o zanj, gli schiavi neri), che portò alla creazione di un territorio ribelle comprendente anche la città di Bassora. Gli insorti conseguirono numerose vittorie sulle truppe del califfato Abbaside e resistettero strenuamente per ben 14 anni. Secondo alcuni storici arabi, riferisce l’autore, quel conflitto spietato «provocò in terra d’Islam tra cinquecentomila e due milioni di vittime».
Se tali cifre sono attendibili, si tratta di proporzioni nettamente superiori alle guerre servili dell’antichità, compresa quella che vide protagonista il leggendario gladiatore Spartaco contro la Repubblica di Roma.

Più di un millennio
Un dato da tenere presente, sottolinea N’Diaye, è che la schiavitù era largamente praticata da tempi immemorabili tra le popolazioni dell’Africa nera, ma presentava caratteristiche ben diverse rispetto al trattamento riservato alle loro vittime dai razziatori stranieri. Lo schiavo era di solito integrato nella famiglia del proprietario e fruiva di alcuni diritti fondamentali: «Generalmente doveva al padrone cinque giorni di lavoro alla settimana e poteva lavorare liberamente, per proprio conto, nel tempo restante».
Si verificò insomma, secondo l’autore, un enorme salto di qualità: «Quali che fossero state le forme di asservimento nella maggior parte delle società nero-africane, non potrebbero essere paragonate agli orrori delle tratte arabo-musulmana e transatlantica: in altre parole, a pratiche che sfociavano in deportazioni massive e trattamenti mutilanti, traumatizzanti o cruenti». Basti pensare a che cosa significhi sotto il profilo psicologico essere strappati con la violenza dall’ambiente in cui si è sempre vissuti e ritrovarsi in un contesto estraneo.
Se il discorso si sposta al paragone tra i due traffici, colpisce il divario di continuità. La tratta transatlantica verso le Americhe, studiata con ben maggiore attenzione, durò secondo gli storici dal 1519 al 1867, mentre quelle dirette al mondo islamico si svilupparono, anche se a ritmo meno intenso, su un arco di tempo superiore al millennio. E secondo D’Diaye esse «furono per l’Africa nera ben più devastanti».
Sul piano dei numeri Pétré-Grenouilleau valuta un totale di «17 milioni di deportati nell’insieme delle tratte orientali», mentre per il traffico verso il Nuovo Mondo la stima più accreditata ammonta a circa 11 milioni. Cifre assolutamente spaventose. Ma qui sorge un interrogativo inquietante. Perché nelle Americhe oggi si contano a decine di milioni i discendenti degli schiavi neri, mentre una presenza così vistosa non si riscontra affatto nei paesi islamici?

Pratiche crudeli
N’Diaye non ha dubbi: evitare che gli individui deportati dall’Africa subsahariana procreassero era «lo scopo ricercato sin dall’inizio» dai loro oppressori musulmani. L’autore senegalese indica «il razzismo, il disprezzo, la condizioni disumane di sfruttamento, l’infanticidio e la pratica generalizzata della castrazione» come «i principali fattori» che impedirono agli schiavi di avere una discendenza significativa.
C’è da considerare che l’eunuco era merce pregiata nel mercato islamico degli esseri umani: era ritenuto più docile e poteva frequentare gli harem dei dominatori senza creare problemi con le loro donne. Quindi si procedeva spesso all’evirazione dei prigionieri, con tecniche rudimentali che non di rado ne provocavano la morte. Nel contempo le concubine nere dei notabili musulmani erano di frequente indotte all’aborto, oppure si ricorreva all’infanticidio.
Abitudini raccapriccianti, che N’Daye depreca nelle sue pagine appassionate e trovano una sostanziale conferma nella ricostruzione di Pétré-Grenouilleau, il quale cita a sua volta «la forzata assenza di prole degli eunuchi» e «la fortissima mortalità tra i bambini».
Aggiunge poi che – in mancanza delle grandi piantagioni esistenti nei Caraibi, nel Nord America e in Brasile – nell’ambiente islamico la diffusione della proprietà di schiavi e la loro dispersione nei territori dell’Impero ottomano può aver contribuito a impedire la formazione delle popolose comunità nere presenti oggi oltre l’Atlantico. Lo storico francese nota peraltro che negli Stati Uniti, «dove gli arrivi di schiavi non furono mai massicci», la rilevanza della componente demografica afro-americana «si spiega soprattutto con la tendenza all’endogamia e con la forte natalità dopo la guerra di Secessione».
Naturalmente, come scrive Pétré-Grenouilleau, non avrebbe alcun senso «volere classificare i vari sistemi schiavistici su un’ipotetica scala Richter dell’oppressione». Ma è significativo, osserva lo stesso autore, che sul problema di quanto il lavoro servile abbia influito sulla vicenda complessiva del mondo musulmano «non sembra che sia stato mai neppure aperto il dibattito», mentre molto si è indagato circa la «funzione della tratta attraverso l’Atlantico nello sviluppo dell’Occidente».
Da questo punto di vista il lavoro di N’Diaye squarcia effettivamente un velo e apre la strada per auspicabili ricerche più specifiche e approfondite: c’è tutto un territorio da esplorare con la dovuta attenzione.
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