4 Luglio 2026

Il lodo Moro e l’ombra del terrorismo palestinese

Un accordo segreto, nato per evitare attentati sul suolo italiano, attraversò gli anni più inquieti della Repubblica lasciando dietro di sé domande ancora aperte

di Vladimiro Satta

Quando si racconta la storia della prima Repubblica, poche vicende costituiscono una miscela di geopolitica segreta e di ragion di Stato quanto il cosiddetto “lodo Moro”.

Questa locuzione indica l’accordo clandestino stretto nei primi anni Settanta dall’Italia con i principali attori del terrorismo mediorientale: un patto di sicurezza, fondato sul principio del do ut des, in base al quale le organizzazioni combattenti palestinesi si sarebbero astenute da attacchi contro il nostro Paese in cambio di libertà di movimento e di traffici, anche illeciti, sul nostro territorio. Fu in vigore per oltre un decennio, intervallato da una crisi profonda tra l’autunno del 1979 e l’estate del 1981, ed ebbe fondamentale importanza per la nostra sicurezza nazionale. Tuttavia, ebbe dei costi, che non vanno ignorati.

Se nel 1989 un pionieristico libro di Stelio Marchese (I collegamenti internazionali del terrorismo italiano, Japadre) non era stato sufficiente per portare il “lodo Moro” all’attenzione generale, oggi invece l’apertura degli archivi e la progressiva declassificazione di documenti riservati hanno trasformato questa materia in uno dei filoni di ricerca più fecondi e inquietanti della storia recente. Una fioritura editoriale alla quale ultimamente si sono aggiunti la monografia di Giacomo Pacini, L’Italia e il lodo Moro (Einaudi, 2026), e il volume di Valentine Lomellini, Carlos lo sciacallo. Storia del più temuto terrorista internazionale (Laterza, 2026), che dedica ampio spazio al biennio in cui il “lodo” attraversò la crisi suddetta.

Gli storici sono ormai tutti concordi nell’affermare che il lodo Moro esistette, e pesò. L’autorità giudiziaria, invece, spesso manifesta scetticismo sul fatto stesso che il lodo sia esistito o, quando in via subordinata lo riconosce, sfuma i contorni del patto riducendolo a una convergenza tra le parti contraenti circa le possibili soluzioni della questione arabo-israeliana. Al contempo, il dibattito si infiamma su una seconda, drammatica questione: la crisi di quel patto ebbe a che fare con la strage di Bologna del 2 agosto 1980, e magari anche con il disastro di Ustica del 27 giugno precedente o con la gestione delle indagini sulla sparizione dei giornalisti Toni e De Palo avvenuta a Beirut nel settembre successivo?

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Origini e lineamenti del lodo Moro

La genesi del patto risiede nella necessità per ciascun Paese dell’Europa occidentale di tutelare la propria sicurezza nazionale a fronte della svolta strategica impressa alla fine degli anni Sessanta dalle organizzazioni guerrigliere palestinesi, decise a internazionalizzare il conflitto con Israele colpendo il suolo europeo. L’episodio più eclatante, singolarmente preso, fu l’assalto del 5 settembre 1972 contro gli atleti israeliani partecipanti alle Olimpiadi di Monaco di Baviera.

Ci furono però numerosi altri attacchi. Anche l’Italia era vulnerabile, e nel 1972 e 1973 era stata ripetutamente colpita. Per avere un’idea della situazione, basti ricordare che: nella notte fra 3 e 4 agosto 1972, un ordigno aveva gravemente danneggiato un importante oleodotto nei pressi di Trieste; il 16 agosto, esplose una bomba all’interno di un aereo decollato da Fiumicino, fortunatamente risultata molto meno devastante di quanto avrebbero voluto gli attentatori; il 4 aprile 1973, nell’aeroporto di Fiumicino furono arrestati due arabi che indossavano armi, e altri due furono bloccati il 17 giugno a Roma, dove stavano confezionando una bomba; nel frattempo, il 27 aprile, sempre nella Capitale, era stato ucciso un italiano ebreo, Vittorio Olivares; il 5 settembre furono arrestati a Ostia cinque palestinesi che progettavano lo sparo di un missile terra-aria contro un aereo in fase di decollo da Fiumicino.

Di qui, la scelta di fare segretamente un accordo con i terroristi mediorientali. Invero, prima ancora di fare l’accordo, l’Italia era stata incline a lasciare andare i terroristi che di volta in volta venivano arrestati, sicché in buona parte il lodo sistematizzò e regolò prassi già in uso. Il nostro Paese non fu il solo a percorrere la via del compromesso: le carte rivelano che altre cancellerie occidentali si mossero lungo binari analoghi, ciascuna all’insaputa dell’altra.


La strategia del lodo fu impostata a livello politico da Aldo Morodominus degli Esteri o di Palazzo Chigi quasi ininterrottamente tra il 1969 e il 1976, e leader della Democrazia Cristiana fino al suo assassinio nel 1978 – mentre l’esecuzione sul campo fu affidata a uomini della sua stretta cerchia, primo fra tutti il colonnello dei servizi segreti Stefano Giovannone.

La controparte dell’Italia era l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina guidata da Yasser Arafat, un insieme di gruppi le cui principali componenti erano la relativamente moderata Fatah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habbash, più radicale (tanto che uscì dall’OLP nei momenti in cui Arafat sembrava più conciliante verso Israele e Stati Uniti).

Il lodo Moro fu concepito nel 1972, definito nell’autunno del 1973, e nel 1974 fu esteso anche alle fazioni palestinesi inizialmente rimaste estranee. Non è stato rinvenuto un testo ufficiale del “lodo Moro”, che probabilmente si preferì concordare in forma orale (c’è un margine di dubbio in proposito, data la recente scoperta del testo scritto di un analogo patto fatto dall’Italia nel 1980 con i terroristi armeni dell’ASALA).

In ogni caso, le testimonianze e le tracce del “lodo Moro” reperibili attraverso molteplici fonti permettono di vedere con chiarezza le linee portanti della sua architettura: i palestinesi si impegnavano a risparmiare il territorio italiano da attentati e, in cambio, ottenevano libertà di transito per uomini e armi, unitamente alla garanzia di rapide scarcerazioni qualora fossero incappati nelle maglie della giustizia italiana. Inchieste giudiziarie e riscontri storici inducono a ritenere che il nostro Paese fece ulteriori concessioni, persino più onerose: finanziamenti occulti camuffati da tangenti su commesse commerciali nei paesi arabi, o addirittura forniture belliche.

Il patto clandestino tra Roma e i guerriglieri mediorientali si armonizzava con i formali accordi bilaterali commerciali ed energetici stretti dall’Italia con i regimi arabi, ma non va confuso con essi, che erano di dominio pubblico e riguardavano altro. Piuttosto, si può dire che gli intensi e buoni rapporti di affari tra Italia e Paesi arabi che appoggiavano i palestinesi inducevano questi ultimi a vedere di buon occhio il partner dei governi loro amici; vicendevolmente, il “lodo Moro” metteva l’Italia in buona luce agli occhi dei Paesi arabi che ne erano al corrente, come la Libia di Gheddafi.

Il “lodo Moro” funzionò fino alla metà degli anni Ottanta. Se ne scorge un ultimo e drammatico riflesso nella crisi di Sigonella del 1985, prima che il declino dell’OLP e del FPLP ne causasse l’esaurimento naturale. Al giorno d’oggi, vicende quali quella del comandante libico Almasri, che nel 2025 fu rilasciato dall’Italia, fanno sospettare che siano in vigore nuovi accordi sotterranei tra Italia ed entità mediorientali.

Silenzi e riluttanze in sede giudiziaria

Gli appartenenti ai servizi segreti dell’epoca hanno lungamente oscillato tra dinieghi, silenzi e dissimulazioni. Per decenni fece loro da scudo il segreto di Stato opposto da Giovannone nel 1984, confermato dai governi fino alla sua scadenza legale nel 2014. Le loro reticenze sono comprensibili, poiché chi ebbe parte nella implementazione del lodo, qualora ne confermasse i profili sotto i quali era illegale, si autoaccuserebbe di fronte alla giustizia italiana. Comunque, testimonianze e documenti, tra cui le lettere scritte da Moro stesso durante la sua prigionia, non lasciano spazio a dubbi.

Sebbene la storiografia abbia ormai svelato il lodo, l’autorità giudiziaria appare tuttora riluttante a recepire la verità storica. Nella sentenza Cavallini del 2021 sulla strage di Bologna, i giudici liquidavano il lodo Moro come una «voce corrente» mai provata, un’affermazione che Pacini definisce «ampiamente superata» alla luce della documentazione emersa.

Nel 2024 il pm Amelio, chiedendo l’archiviazione di un nuovo procedimento penale per Ustica, ha sostenuto l’ardita tesi secondo cui il lodo Moro non prevedeva alcuna immunità penale, perché giuridicamente ciò non sarebbe stato lecito. Come se gli illeciti, essendo tali, non potessero esistere nella realtà… A detta del pm, il lodo Moro, fatto nel 1973, implicava soltanto un sostegno politico dell’Italia all’autodeterminazione palestinese, concretizzatosi ben sette anni dopo, nella Dichiarazione di Venezia della CEE del giugno 1980.

L’interpretazione di Amelio si fa addirittura controfattuale: la verità è che i leader palestinesi e la Siria bocciarono la Dichiarazione di Venezia, replicando con una contro-dichiarazione congiunta siglata a Damasco.

Ortona e la faglia del 1979-1981

L’8 novembre 1979, a Ortona, fu sequestrato un carico di missili trasportati da tre esponenti dell’Autonomia Operaia (Baumgartner, Nieri, Pifano), che furono arrestati. A ruota, fu arrestato e mandato a processo il massimo rappresentante dello FPLP in Italia, Abu Anzeh Saleh, collegato ai corrieri italiani. In una circostanza del genere, i meccanismi del lodo Moro avrebbero dovuto scattare. E invece no. Roma non fece nulla per soccorrere gli imputati. Perché questo mutamento di rotta?

La risposta sta in un cortocircuito tra terrorismo interno e internazionale. Dopo la strage di via Fani e il sequestro Moro, le Brigate Rosse erano apparse agli occhi dei palestinesi come un partner logistico credibile per depositi e traffici d’armi. Ma dal punto di vista italiano, dal 1978 le BR erano diventate il pericolo pubblico numero uno: quindi, impedire che le BR si rafforzassero collaborando con i guerriglieri palestinesi era la nuova priorità.

Riservatamente, il FPLP protestò subito per la violazione del lodo da parte italiana. Il governo di Roma però scelse la linea dura, e ignorò le pressioni dei terroristi mediorientali. Allora, a gennaio 1980 FPLP inviò una lettera al tribunale di Chieti, dove era in corso il processo a Saleh e agli autonomi, ma il governo negò pubblicamente di avere impegni con FPLP e tirò dritto.

Gli imputati furono condannati in primo grado e da quel momento, fino a luglio, i nostri servizi segreti furono latori di un crescendo di minacce palestinesi, In particolare, secondo un appunto del SISMI datato 12 maggio 1980, si legge che il FPLP era intenzionato a riprendersi la «libertà di azione» contro interessi e cittadini italiani, prefigurando operazioni capaci di «coinvolgere anche innocenti». La crisi rientrò nell’estate del 1981, quando la magistratura scarcerò Saleh (gli italiani no). A quel punto, i palestinesi si dichiararono soddisfatti.

La strage di Bologna

Lodo Moro, strage di Bologna e non solo…

È in questo contesto di alta tensione tra Italia e FPLP, durato parecchi mesi, che si collocano tre sanguinose vicende, in larga misura tuttora oscure: la strage di Ustica (27 giugno 1980), l’eccidio alla stazione di Bologna (2 agosto 1980) e la scomparsa dei giornalisti De Palo e Toni a Beirut (settembre 1980). Esiste un nesso di causa-effetto tra le minacce del FPLP e questi eventi?

Su questo punto, la comunità degli storici si divide. Lomellini liquida le minacce palestinesi come un mero bluff negoziale di cui Giovannone conosceva la inconsistenza. Tuttavia, tale ricostruzione avrebbe avuto una sua plausibilità se nel 1980 non fosse successo niente all’Italia. Invece si ebbero Ustica e Bologna, accadimenti congruenti con l’ipotesi che FPLP facesse sul serio, e non con quella del bluff.

Per giunta, le testimonianze di ufficiali del SISMI ci dicono che Giovannone e tutto l’ambiente dei nostri servizi segreti erano preoccupatissimi. Dopo la strage di Bologna, i palestinesi ottennero la scarcerazione di Saleh, cui precedentemente le nostre autorità si erano opposte nonostante le intimidazioni. L’inversione di marcia da parte italiana è difficilmente spiegabile se non con un cedimento dopo che FPLP aveva dato prova di non bluffare affatto.

Pacini, pur riconoscendo la gravità inaudita delle minacce dal Medio Oriente, esclude nessi con Bologna (e Ustica). Egli si basa su relazioni del SISMI del 1981-1982 in cui si affermava che, dal 1973, i palestinesi non avevano più colpito in Italia. Per Pacini, l’ipotesi delle stragi di innocenti per ritorsione reggerebbe solo dimostrando che i nostri servizi abbiano mentito sistematicamente per proteggere l’OLP o il FPLP.

Eppure, le prove di tale attitudine protettiva e mendace da parte dei servizi abbondano: dalle mosse di Giovannone per cercare di alleggerire la posizione di Saleh, alle manovre depistanti dello stesso Giovannone e del capo del SISMI Santovito sulla fine di Toni e De Palo, giunte fino al compimento di reati ai danni dell’ambasciatore a Beirut D’Andrea (il quale riteneva i palestinesi responsabili della sorte dei due giornalisti), fino alla totale acquiescenza del generale Lugaresi nel 1982 di fronte alle palesi falsità palestinesi circa i legami tra loro e le BR.

Inoltre, sembra che né Pacini né Lomellini abbiano tenuto conto di documentazione cruciale già evidenziata nel libro di G.P. Pelizzaro, Il lodo Moro. Gli accordi segreti con i palestinesi e le indagini sulla strage di Bologna (Settimo Sigillo, 2024): un cablogramma del SISMI spedito poche ore dopo la bomba di Bologna indirizzato «con particolare riguardo» agli agenti che avevano rapporti con gli ambienti del terrorismo arabo, e un telex del settembre 1981 in cui il magistrato Aldo Gentile pregava i colleghi abruzzesi di autorizzare Saleh a recarsi a Roma proprio ai fini delle indagini sulla strage del 2 agosto 1980.

Piaccia o non piaccia, il lodo Moro esistette e servì a prevenire attacchi terroristici per mezzo di un baratto giuridicamente illegale, ma politicamente ispirato al principio della Ragion di Stato. Inevitabilmente, comportò un certo grado di abdicazione a verità e giustizia, ed è comprensibile che ancora oggi qualcuno possa avere paura di andare fino in fondo nell’esplorazione. Forse 30 anni di segreto di Stato sono stati troppo brevi. Ma indietro non si torna, ormai.

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Vladimiro Satta

Storico contemporaneista italiano e documentarista del Senato della Repubblica, tra i principali studiosi degli anni di piombo e del terrorismo in Italia. Laureato in Filosofia con indirizzo storico nel 1984, ha iniziato la sua attività di ricerca occupandosi di storia del socialismo riformista, collaborando con riviste come Clio e contribuendo al Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani.

Dal 1987 lavora presso il Senato, dove ha operato nell’ufficio stampa e soprattutto nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi (1989–2001), maturando una conoscenza diretta delle fonti documentarie su terrorismo e violenza politica. Attualmente è in servizio presso il Servizio Studi del Senato.

È autore di numerosi saggi e volumi dedicati in particolare al caso Moro e alla storia della Repubblica italiana tra anni Sessanta e Ottanta. Tra le sue opere principali: Odissea nel caso Moro (2003), Il caso Moro e i suoi falsi misteri (2006) e soprattutto I nemici della Repubblica. Storia degli anni di piombo (2016, nuova edizione aggiornata 2024), con cui ha vinto il Premio Acqui Storia e il Premio Friuli Storia.

Dal 2023 scrive sul quotidiano La Ragione. È di prossima uscita un suo ampio scritto riguardante il Piano Solo, che farà parte di un volume collettaneo intitolato “Verità distorte. Dietrologie e falsi misteri nella storia d’Italia”, curato da Gianremo Armeni.

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