Approfondimenti · 7 Agosto 2026

Ossezia del Sud, la guerra in Georgia che anticipò l’Ucraina

Nel 2008 il conflitto tra Russia e Georgia durò appena pochi giorni, ma mise alla prova la determinazione degli Stati Uniti e dell’Europa. La debole risposta occidentale contribuì a preparare il terreno per l’annessione della Crimea, la guerra nel Donbass e l’invasione dell’Ucraina

di S. Neil MacFarlane

In questo articolo parliamo della guerra in Georgia, un conflitto molto piccolo, e dunque: perché dovrebbe interessarci?

Anzitutto, perché ebbe, e continua ad avere, conseguenze umanitarie significative. In secondo luogo, perché influenzò la politica interna georgiana. Infine, perché anticipò ciò che sarebbe accaduto nella politica estera e di sicurezza della Russia: fu un banco di prova concreto attraverso il quale Mosca misurò la determinazione degli Stati Uniti e dell’Europa. E noi non superammo quella prova.

Si potrebbe anzi sostenere che la guerra in Ucraina affondi le proprie radici nel conflitto in Ossezia.

Per affrontare il tema, ricostruirò anzitutto il contesto storico della guerra. Analizzerò poi le origini del conflitto del 2008, ne descriverò brevemente lo svolgimento e, infine, ne esaminerò le conseguenze per la Georgia, per lo spazio postsovietico e per la comunità internazionale.

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Le origini del conflitto

Da tempo l’Ossezia del Sud rappresenta un problema per la Georgia. Il primo governo georgiano nato dopo il crollo dell’Impero russo, nel 1917, dovette affrontare disordini nella regione e reagì con la forza. Nel 1921 l’Armata Rossa sovietica invase la Georgia, sfruttando il risentimento degli osseti del Sud nei confronti della nuova repubblica georgiana indipendente. Quest’ultima cessò di esistere nello stesso anno, travolta dall’Armata Rossa e indebolita dall’azione sovversiva interna dei bolscevichi georgiani. Il nuovo regime sovietico istituzionalizzò l’autonomia dell’Ossezia del Sud.

Facciamo un salto in avanti, fino al 1990-1991. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il governo georgiano guidato da Zviad Gamsakhurdia, primo presidente dopo l’indipendenza, sostenne che gli osseti fossero «ospiti» non graditi in Georgia. La Georgia, si affermava, era «dei georgiani».

Seguaci di Gamsakhurdia arrivarono da diverse parti del paese con l’obiettivo di spingere gli osseti oltre le montagne, nell’Ossezia del Nord, che faceva parte del nuovo Stato russo indipendente. Ne scaturì la prima guerra georgiana contemporanea in Ossezia del Sud.

Nessuna delle due parti disponeva però delle capacità necessarie per vincere. Alla fine, la Guardia nazionale georgiana guidò una rivolta popolare che destituì Gamsakhurdia e lo sostituì con un consiglio militare composto da tre persone: il comandante della Guardia nazionale, Tengiz Kitovani; Jaba Ioseliani, capo della milizia Mkhedrioni; e Tengiz Sigua, un ingegnere che aveva svolto un ruolo importante nel governo di Gamsakhurdia. I tre invitarono Eduard Shevardnadze a unirsi a loro, ed egli accettò.

Il conflitto in Ossezia fu temporaneamente risolto con gli accordi di Dagomys del 1992-1993, mediati dal presidente russo Boris El’cin.

Poco dopo scoppiò una nuova guerra regionale in Abkhazia, un’altra entità autonoma abitata da una minoranza all’interno della Georgia. La regione era particolarmente importante per il suo accesso al Mar Nero. Ma questa è un’altra storia.

Le origini della guerra del 2008

Facciamo un altro salto in avanti, fino al 2007-2008.

Il primo elemento da considerare è l’arrivo al potere di Vladimir Putin, tra il 1999 e il 2000. Putin era – e continua ad essere – visceralmente contrario all’allargamento della Nato, e anche dell’Unione Europea, nella presunta sfera d’influenza della Russia.

Aveva inoltre davanti a sé un vasto programma di ricostruzione, necessario per risollevare l’economia russa e restituire al paese una posizione di primo piano nello scenario internazionale. Una delle sue principali priorità nei primi anni fu il ripristino della potenza militare russa. Un’altra fu la restaurazione del dominio di Mosca sul cosiddetto «estero vicino».

Putin era anche particolarmente sensibile agli «effetti di contagio» della democratizzazione. Nel 2003 la Rivoluzione delle rose aveva rovesciato Shevardnadze e lo aveva sostituito con Mikheil Saakashvili, un russofobo formatosi negli Stati Uniti. A questa seguirono rivoluzioni analoghe in altre parti dell’ex Unione Sovietica: la Rivoluzione arancione in Ucraina e la Rivoluzione dei tulipani in Kirghizistan.

Questi tre fattori confluirono nel 2008 in Ossezia.

Putin al leggio con i leader occidentali in platea durante la Conferenza di Monaco del 2007. Foto: Kremlin.ru

Già nel 2007, durante un intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Putin aveva assunto un tono apertamente combattivo. In particolare, si era chiesto quale fosse lo scopo dell’allargamento della Nato.

Non stava rimettendo in discussione l’ingresso nell’Alleanza degli ex membri del Patto di Varsavia situati lungo i confini occidentali dell’ex Urss, né quello delle repubbliche baltiche. La sua domanda riguardava gli ulteriori allargamenti.

Putin considerava una nuova espansione verso est ostile alla Russia e incompatibile con il ruolo di grande potenza che Mosca rivendicava nelle relazioni internazionali.

Al vertice del Consiglio Atlantico tenuto a Bucarest nell’aprile del 2008, dopo una discussione molto difficile, l’Alleanza dichiarò che la Georgia e l’Ucraina sarebbero diventate membri della Nato una volta soddisfatte le condizioni richieste. La precisazione finale – «quando avranno soddisfatto le condizioni per l’adesione» • indicava però che ciò non sarebbe avvenuto in tempi brevi. Nessuno dei due paesi era infatti in grado di rispettare i requisiti.

Uno di questi prevedeva che il nuovo membro contribuisse alla sicurezza dell’Alleanza. Un altro richiedeva il pieno controllo del proprio territorio sovrano e, dunque, l’assenza di conflitti interni attivi. In quel momento né l’Ucraina né la Georgia soddisfacevano tali criteri.

La decisione del Consiglio fu estremamente imprudente. Indusse i georgiani a credere di avere davanti a sé una via rapida verso una garanzia di sicurezza, alimentando le loro ambizioni nei confronti della Russia e dei due conflitti interni in Abkhazia e Ossezia del Sud.

Allo stesso tempo, offrì ai russi un incentivo ad agire rapidamente per impedire un esito che non volevano: l’allargamento della Nato fino al confine meridionale della Russia.

In altre parole, mise le due parti su una rotta di collisione.

La guerra

È evidente che, attraverso una serie di esercitazioni militari denominate Kavkaz, condotte nel Caucaso settentrionale, la Russia stesse valutando la possibilità di un’offensiva oltre la catena montuosa, in territorio georgiano.

Nel 2008, al termine delle esercitazioni, le forze russe rimasero nelle loro posizioni. Si determinò così una concentrazione militare lungo il confine settentrionale della Georgia.

Aumentarono anche le incursioni degli aerei russi nello spazio aereo georgiano. Vi furono attacchi contro l’ultima porzione dell’Abkhazia ancora controllata dalla Georgia, la valle di Kodori, e un’incursione aerea interferì persino con la visita in Georgia del segretario di Stato americano nel luglio del 2008.

Paradossalmente, il segretario di Stato si era recato nel paese proprio per invitare le autorità georgiane a non aggravare la situazione in Ossezia del Sud.

All’inizio di agosto si intensificarono gli scontri nella regione. Si trattava soprattutto di attacchi condotti con fucili e armi di precisione contro i villaggi abitati da georgiani sulle colline attorno a Tskhinvali, la capitale dell’Ossezia del Sud.

Soldati georgiani durante la guerra russo-georgiana, nei pressi di Gori, il 9 agosto 2008.
(Foto di Giorgi Abdaladze / Divisione comunicazione dell’Amministrazione del presidente della Georgia)

Il presidente georgiano reagì ordinando un attacco su vasta scala contro la città. L’offensiva iniziò con un intenso bombardamento di artiglieria, che distrusse parte dell’abitato e causò vittime tra i membri delle forze di pace e la popolazione civile.

Le truppe georgiane occuparono poi ciò che restava della capitale. Il loro controllo durò circa mezza giornata.

I russi erano pronti. Avevano già schierato alcune forze all’interno dell’Ossezia del Sud e fecero affluire altre truppe attraverso il tunnel di Roki, sotto le montagne del Caucaso.

Il risultato fu la sconfitta della Georgia e il collasso del suo esercito. In un’azione di pulizia etnica, le forze russe attaccarono poi la popolazione georgiana locale, costringendola ad abbandonare le proprie case.

Un edificio residenziale distrutto a Gori durante la guerra russo-georgiana dell’agosto 2008
Foto di Lorenz King e Beso Kalandadze

Avanzando verso sud, oltre i confini della regione, i russi interruppero la principale arteria stradale della Georgia e iniziarono a dirigersi verso la capitale, Tbilisi. Incontrarono una resistenza limitata e bombardarono obiettivi militari e infrastrutture di comunicazione.

La loro capacità di entrare e assumere il controllo della città era però limitata dalla scarsità di uomini e mezzi. Oppure, più semplicemente, non volevano impegnarsi in un combattimento urbano all’interno di una grande città. Qualunque fosse la ragione, si fermarono.

La guerra in Ossezia del Sud faceva parte di un quadro georgiano più ampio. L’attenzione russa si spostò quindi sull’Abkhazia.

Le forze abkhaze e russe superarono verso est e verso sud la linea di controllo sorvegliata dalle Nazioni Unite, mettendo da parte la missione di osservazione dell’Onu, l’UNOMIG.

In breve tempo assunsero il controllo di Poti, il principale porto della Georgia, interrompendo le linee di rifornimento per gli 1,1 milioni di abitanti di Tbilisi.

Le ostilità furono infine sospese attraverso un memorandum d’intesa accettato dalle parti. A favorire l’accordo contribuirono sia la mediazione del presidente di turno dell’Unione Europea, Nicolas Sarkozy, sia i limiti delle capacità militari russe.

Le truppe di Mosca si ritirarono in Ossezia del Sud e in Abkhazia. Il successivo cessate il fuoco venne sorvegliato da una missione dell’Unione Europea, l’EUMM.

Pochi giorni dopo, il governo russo riconobbe le due regioni come Stati sovrani e firmò con entrambe accordi di cooperazione economica e militare. Si trattò di un’evidente violazione dei principi delle Nazioni Unite relativi alla sovranità, all’integrità territoriale e alla non ingerenza.

Nonostante ciò, l’aggressione russa suscitò una risposta internazionale molto limitata da parte dell’Onu, dell’Unione Europea, della Nato e degli Stati Uniti.

Soldati georgiani accanto a un civile durante la guerra russo-georgiana, l’8 agosto 2008
Foto di Giorgi Abdaladze / Divisione comunicazione dell’Amministrazione del presidente della Georgia

Le conseguenze per la Georgia

Le conseguenze umanitarie

Sul piano umanitario, la guerra fu segnata da violazioni del diritto internazionale umanitario e delle leggi di guerra.

Il bombardamento georgiano di Tskhinvali provocò numerose uccisioni indiscriminate di civili e la distruzione di infrastrutture non militari. Una struttura delle forze di pace subì gravi danni e furono segnalate alcune vittime.

Anche i russi e i loro alleati osseti commisero violenze contro i civili georgiani e ne distrussero le proprietà. Queste azioni provocarono lo sfollamento di un gran numero di georgiani dai loro villaggi.

Le conseguenze politiche

Se l’obiettivo finale della Russia era rovesciare Saakashvili, Mosca ci andò molto vicina. Diversi membri del governo georgiano fuggirono dal paese.

Saakashvili, tuttavia, rimase al proprio posto e ottenne il sostegno della popolazione. L’aggressione russa contro la Georgia potrebbe anzi aver attenuato una parte della profonda ostilità popolare nei confronti del governo, cresciuta dopo la brutale repressione delle manifestazioni contro la disoccupazione e la povertà alla fine del 2007.

Saakashvili poté presentarsi, e si presentò, come il salvatore della nazione.

Alla lunga, tuttavia, la guerra del 2008, insieme alle prove della cattiva condotta del governo georgiano – violazioni dei diritti umani e corruzione sistemica – creò un terreno fertile per la nascita di un’opposizione.

Questa si raccolse attorno a un nuovo movimento politico fondato dall’uomo più ricco della Georgia, Bidzina Ivanishvili. Aveva il denaro e acquistò la protezione necessaria.

La sua coalizione, «Sogno georgiano», vinse le elezioni parlamentari del 2011 e spodestò il presidente Saakashvili alle elezioni presidenziali del 2012.

Un orsacchiotto tra le macerie di Gori, il 25 agosto 2008, dopo la fine dei combattimenti tra Georgia e Russia
Foto di Jim Hoeft / U.S. Navy

Le conseguenze economiche

Sul piano economico, la guerra provocò la distruzione su larga scala delle infrastrutture e compromise la fiducia degli investitori privati.

Gli Stati Uniti, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, la Banca Mondiale e l’Unione Europea misero tuttavia a disposizione fondi per ricostruire le infrastrutture e proseguire lo sviluppo industriale e agricolo.

Le conseguenze internazionali

La prima conseguenza generale fu l’inosservanza, da parte della Russia, del diritto internazionale e delle norme relative alla sovranità degli Stati e al principio di non ingerenza.

L’invasione comportò inoltre operazioni di pulizia etnica e gravi violazioni dei diritti umani. Eppure, l’attacco russo contro la Georgia non suscitò alcuna risposta significativa da parte dell’Onu, dell’Unione Europea, dell’Osce o della Nato.

In sostanza, invece di reagire diplomaticamente all’aggressione russa, pagammo per riparare i danni provocati da Mosca in Georgia.

Queste violazioni hanno prodotto un effetto di contagio, e non soltanto nello spazio postsovietico.

In secondo luogo, la guerra influenzò la valutazione russa della disponibilità dell’Occidente a contrastare l’affermazione di potenza di Mosca.

Dal punto di vista della Russia – e di Putin – l’invasione della Georgia fu un caso di prova: servì a verificare fino a che punto il resto del mondo fosse disposto a tollerare la violazione di norme alle quali la stessa Russia aveva aderito.

Fu, in qualche modo, un test della determinazione occidentale. Poiché non comprendemmo né la situazione in Ossezia né Putin, fallimmo quella prova.

I resti di un missile all’interno della camera da letto di un’abitazione di Gori, il 25 agosto 2008.
Foto di Jim Hoeft / U.S. Navy

La guerra in Ossezia del Sud anticipò l’annessione russa della Crimea e l’intervento nell’Ucraina orientale nel 2014. Anche in quel caso non vi fu una risposta occidentale sostanziale.

Quando nel 2015 la Russia intervenne in Siria per sostenere Bashar al-Assad nel suo sanguinoso tentativo di restare al potere, gli Stati Uniti alzarono i toni e tracciarono una linea rossa sull’uso delle armi chimiche contro i civili.

Le forze siriane utilizzarono armi chimiche. Gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo complesso non reagirono.

La nostra indifferenza contribuì a rafforzare la fiducia di Putin. In seguito, quella fiducia si trasformò in eccessiva sicurezza. È una dinamica che ricorda il periodo precedente alla Seconda guerra mondiale.

Oggi abbiamo la guerra in Ucraina e il riarmo dell’Europa.

Un aereo C-130 dell’Aeronautica statunitense consegna aiuti umanitari all’aeroporto di Tbilisi nell’agosto 2008.
Foto di Scott Wagers / U.S. Air Force, via DVIDS

Conclusione

Torniamo al punto di partenza.

L’Ossezia del Sud è un territorio molto piccolo e quella del 2008 fu una guerra molto piccola. Ma talvolta le piccole cose producono conseguenze enormi.

Nel 2010 Ron Asmus pubblicò un breve libro dal titolo profetico: A Little War that Shook Georgia, Russia, and the Future of the West, «Una piccola guerra che sconvolse la Georgia, la Russia e il futuro dell’Occidente».

Quel titolo era corretto.

L’aggressione russa e l’assenza di una risposta sostanziale da parte dell’Occidente contribuirono a innescare una serie di processi che hanno avuto conseguenze profonde per la Georgia, per l’Europa, per l’Occidente nel suo complesso e, infine, per la stessa Russia.

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S. Neil MacFarlane

È professore emerito di Relazioni internazionali all’Università di Oxford e senior research fellow allo St Anne’s College. Dal 1996 al 2022 ha ricoperto la cattedra Lester B. Pearson di Relazioni internazionali e, tra il 2005 e il 2010, ha diretto il Dipartimento di Politica e Relazioni internazionali dell’ateneo. I suoi studi riguardano soprattutto la politica estera e di sicurezza della Russia, i rapporti di Mosca con gli Stati dell’ex Unione Sovietica, il Caucaso, l’Asia centrale e il ruolo delle organizzazioni internazionali nella gestione dei conflitti. Continua a occuparsi delle politiche della Nato e dell’Unione Europea verso i paesi vicini alla Russia e della sicurezza nell’area del Mar Nero.

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