Approfondimenti · 7 Agosto 2026

La trappola dello spazio. Autocrazia e integrità territoriale nella storia russa

La vastità della Russia rende inevitabile un potere forte e centralizzato? Lo storico Alberto Masoero ricostruisce la lunga storia di un’idea che, da Pietro il Grande a Putin, ha legato l’unità dello Stato alla concentrazione del potere. Ma nella storia russa sono esistite anche alternative federali, amministrative e democratiche

Intervista a Alberto Masoero

L’idea ritorna periodicamente nel dibattito sulla Russia: governare uno spazio così vasto richiederebbe necessariamente un potere centrale forte, capace di impedire la disgregazione dello Stato. L’autocrazia, in questa prospettiva, non sarebbe tanto una scelta politica quanto una conseguenza quasi naturale della geografia.

Ma quanto c’è di inevitabile in questo rapporto? E quanto, invece, è il risultato di una costruzione storica?

Ne abbiamo discusso con lo storico Alberto Masoero, ripercorrendo tre secoli di storia russa: dalla formulazione dell’autocrazia sotto Pietro il Grande e Caterina II alle riforme dell’Ottocento, dalle alternative federaliste e populiste alla rivoluzione del 1917, fino al modo in cui il rapporto tra sovranità, spazio e potere continua a riemergere nella Russia contemporanea.

Kartograficheskoe Zavedenīe A. Il’ina / Library of Congress, pubblico dominio

Professore, partiamo da un cliché che riaffiora ciclicamente nel dibattito pubblico occidentale e russo: la Russia non può essere una democrazia perché la sua stessa estensione geografica richiede un uomo forte, un potere centralizzato che le impedisca di andare in pezzi. È un’idea fondata o siamo di fronte a un mito auto-assolutorio?

È quella che nel mio studio definisco “la trappola dell’archetipo”. Quando i russi analizzano la propria storia, usano spesso l’espressione osobyj put’, la “via speciale”. Riflettere sulla propria diversità è un punto di partenza non solo legittimo, ma necessario e potenzialmente fecondo. Nessuna comunità politica può fondarsi sull’imitazione di un altro, inevitabilmente idealizzato.

Ma nell’attuale cultura politica russa la ricerca ossessiva dell’unicità è diventata una prigione metodologica e indirettamente politica. Non facciamo un buon servizio ai nostri amici russi se riprendiamo acriticamente e usiamo nei nostri libri di storia formule verbali come “civilizzazione” o “eurasia” o “mondo russo”. Se guardiamo ai fatti storici, scopriamo che questo legame tra la vastità del territorio e la necessità di un potere autocratico non è un dato di natura, un destino immutabile.

È, al contrario, il frutto di una costruzione storica. Il nesso tra “autocrazia” (samoderžavie) e “integrità” (celostnost’) dello Stato è stato elaborato dai sovrani e dai loro intellettuali di corte nell’arco di tre secoli proprio per legittimare la concentrazione del potere in un’unica persona. La tesi ricorre in molte forme: se il potere si frammenta, lo spazio si dissolve; se lo spazio si dissolve, la Russia muore.

Pietro il Grande, zar dal 1682 e primo imperatore di Russia dal 1721

Quando nasce, storicamente, questa equazione tra spazio sterminato e autocrazia?

Un momento di svolta, la vera “politicizzazione” della sovranità, avviene con Pietro il Grande. Prima di lui, l’alternanza al trono era regolata da usanze spurie, consuetudini e precetti morali o religiosi: il sovrano doveva essere pio e ortodosso. Nel 1722 Pietro introduce una legge nuova: il sovrano regnante ha la libertà assoluta (volja) di designare chi vuole come erede, e persino di cambiare idea a propria discrezione.

Per giustificare questa permanente discrezionalità legislativa, Pietro e il suo ideologo Feofan Prokopovič usano un argomento spaziale: lo Stato è come una proprietà immobiliare indivisibile. Pietro dichiara esplicitamente che questo potere assoluto serve a «tutelare l’integrità di tutto il Nostro Stato che si è grandemente esteso» con le recenti conquiste. La Russia intera viene vista come una statua plasmata personalmente dall’autocrate, e i sudditi – di ogni rango – devono firmare le suppliche definendosi «umilissimi schiavi». Non era una formula di cortesia.

Registrati al Circolo della Storia e non perderti più alcun contenuto!

Hai già letto almeno un articolo: registrati gratuitamente al Circolo della Storia per continuare a leggere i contenuti di approfondimento dedicati agli iscritti.

Se Pietro getta le basi, è però un’imperatrice illuminata, Caterina II, a formalizzare questo concetto usando addirittura i testi della filosofia occidentale. Come ci riesce?

Il caso di Caterina II dimostra la duttilità di questa ideologia. Nel suo celebre Nakaz (l’Istruzione) del 1767, Caterina prende le tesi di Montesquieu e compie un vero e proprio slittamento semantico. Montesquieu, nell’Esprit des lois, aveva scritto che la vastità dello spazio richiede un governo di tipo dispotico. Caterina copia letteralmente le sue parole, ma sostituisce la parola “despota” con “autocrate”.

Nel testo, l’imperatrice elenca i gradi di latitudine e longitudine dell’Impero e stabilisce un rapporto matematico di causa-effetto: un territorio così immenso richiede che la rapidità delle decisioni centrali supplisca alla lentezza delle comunicazioni dalle periferie remote. Qualunque altra forma di governo, scrive Caterina, porterebbe la Russia alla rovina. Lo spazio geografico assume così una funzione meta-costituzionale: è la geografia stessa che impone l’autocrazia come unica forma di governo possibile per la Russia.

Caterina II di Russia in un ritratto di Dmitrij Levickij del 1782
(Dmitrij Levickij, 1782, pubblico dominio)

Questa logica non serviva anche a giustificare l’espansionismo imperiale? Penso alle spartizioni della Polonia.

Certamente. Se lo Stato deve essere integro, l’espansione non viene vissuta come una conquista coloniale aggressiva, ma come la “raccolta delle terre russe”. Quando la Russia spartisce la Polonia nel 1793, Caterina fa coniare una medaglia commemorativa con il motto «ha restituito il maltolto». L’annessione viene descritta nei manifesti imperiali come la riunificazione di territori precedentemente strappati al loro “corpo autentico”. In queste autorappresentazioni l’autocrazia non è un arbitrio, è la custode di uno stato di natura geografico originario.

L’imperatore Nicola I di Russia in un ritratto di Franz Krüger
(Franz Krüger, pubblico dominio)

Arriviamo all’Ottocento, il secolo delle grandi rivoluzioni europee. Come reagisce il potere zarista alle spinte costituzionali che provengono dall’Occidente?

Reagisce blindando il concetto. Storici come Nikolaj Karamzin elaborano l’idea dell’autocrazia come “Palladio della Russia”. Karamzin argomenta che la Russia è stata fondata dall’unità del potere, è perita quando si è frammentata, ed è stata salvata dalla saggia autocrazia. In epoca napoleonica, l’ambasciatore russo a Londra, Semën Voroncov, scriveva privatamente che introdurre una costituzione in un impero così vasto avrebbe provocato la dissoluzione immediata dello Stato.

Con Nicola I, dopo la paura della rivolta decabrista del 1825 e l’insurrezione polacca del 1830, si arriva all’apogeo dell’autocrazia, nel senso che il principio viene sancito da Leggi fondamentali. Speranskij, nel codificare le leggi dell’Impero nel 1832, scrive chiaramente all’art. 1 che l’Imperatore è un monarca “autocratico e illimitato”. “Illimitato” significa che nessun potere esterno o interno può porre limiti alla sua azione; “autocratico” significa che la sovranità risiede interamente e senza divisioni nella sua persona. L’integrità territoriale e l’indivisibilità dello Stato richiedono l’indivisibilità del potere.

Ma la Russia non era solo grandi proclami ideologici. Come funzionava concretamente la macchina dello Stato in un territorio così immenso?

Qui emerge una tensione profonda, direi quasi paradossale, perché quella di Nicola I è effettivamente un’epoca in cui si costruirono le istituzioni dello stato, codici, regolamenti, statuti sulla carta impersonali.

Da un lato c’era il mito del legame sentimentale e fisico tra lo Zar e la sua terra. I futuri zar facevano lunghi viaggi rituali fino in Siberia o in Estremo Oriente per mostrare la propria presenza fisica, che simbolicamente “trasformava” quei territori in Russia. Dall’altro lato, però, il concetto di una sovranità personalizzata condizionava la forma e il funzionamento delle istituzioni. I ministri non facevano gioco di squadra; non esisteva un vero consiglio dei ministri collegiale con un premier, ma ogni ministro faceva rapporto individualmente allo Zar.

Questo alimentava rivalità che lo stesso monarca spesso coltivava per mantenere l’opacità delle proprie intenzioni e agire con totale discrezionalità. Lo Zar aggirava costantemente gli organi legislativi che la sua stessa legge aveva stabilito. Per governare l’immenso spazio, il potere centrale non usava leggi rigide, ma la sfera più flessibile del diritto amministrativo. Questo permetteva alla burocrazia di deportare persone, chiudere giornali o spostare intere popolazioni senza dover passare per la sentenza di un tribunale. L’arbitrio e la frammentazione istituzionale erano prodotti dallo stesso potere che diceva di voler preservare l’unità fondata sulla legge.

Eppure, nel corso del XIX secolo, l’Impero tenta delle grandi riforme. Penso ad Alessandro II, lo “Zar liberatore”. Nemmeno lui riesce a scardinare questo dogma?

No, anzi, lo rafforza: il sovrano deve restare autocrate proprio per poter essere libero di emancipare il popolo dai vecchi vincoli. Quando le forze progressiste gli chiedono una costituzione, Alessandro II risponde con una frase che sintetizza il cuore della nostra discussione: «Firmerei qualunque costituzione se fossi convinto che questo sia utile alla Russia. Ma so che se lo facessi oggi, domani la Russia cadrebbe a pezzi».

Anche dopo il suo assassinio nel 1881, Alessandro III ribadisce l’unione indissolubile tra l’incrollabilità dell’autocrazia e l’integrità della terra russa.

Parliamo adesso di “alternative possibili”. Ci sono stati scienziati, politici e intellettuali che hanno provato a immaginare un’integrità della Russia sganciata dalla figura del monarca assoluto?

Questa è una parte affascinante e oggi spesso sottovalutata della storia russa. Esistevano modi diversi di intendere la comunità politica, generati autonomamente dall’esperienza storica russa e non per forza scimmiottando un Occidente che nella realtà era assai eterogeneo. Prendiamo un gigante della scienza, Dmitrij Mendeleev, l’inventore della tavola periodica.

Nel 1905, Mendeleev compie uno studio statistico e demografico monumentale basato sul censimento del 1897. Calcola scientificamente il “centro demografico” e il “centro spaziale” della Russia, ipotizzando che l’asse del paese si stia spostando verso gli Urali e la Siberia. Mendeleev propone una nuova cartografia dello Stato orientata nord-sud, non più est-ovest, per mostrare un’interezza omogenea.

La cosa nuova è che per Mendeleev il baricentro della Russia non risiede più nel Palazzo d’Inverno dello Zar a San Pietroburgo, né nella Mosca ortodossa degli slavofili. Risiede nella popolazione. Dice che per preservare l’integrità dello Stato bisogna attribuire a ogni abitante lo stesso peso aritmetico. Pur senza attaccare la monarchia, Mendeleev comincia a scardinare il nesso tradizionale tra spazio e autocrazia: lo Stato sta in piedi grazie alla sua popolazione standardizzata, non grazie al potere del sovrano.

Pëtr Stolypin, primo ministro dell’Impero russo dal 1906 al 1911 e promotore di un vasto programma di riforme, tra cui quella agraria
(autore sconosciuto / George Grantham Bain Collection, Library of Congress)

E sul piano propriamente politico? Ci furono tentativi di creare uno “Stato di diritto” o una federazione?

Ci furono tentativi di segno politico diverso. Uno fu quello della stessa burocrazia riformatrice, la linea che va da Nikolaj Bunge a Sergej Vitte fino a Pëtr Stolypin. Loro prefiguravano un “impero amministrativo spersonalizzato”, unito da leggi e amministratori, più che dalla persona dell’autocrate. Bunge proponeva di regolarizzare le leggi, dare peso al Consiglio di Stato e creare istituzioni capaci di mediare i conflitti sociali indipendentemente dal paternalismo dello Zar.

Stolypin, con la sua imponente riforma agraria, cercò di distruggere la comune contadina tradizionale per creare una classe di contadini proprietari legati a confini catastali certi e a diritti civili uniformi. Non erano dei liberali, né invocavano la sovranità popolare. Il loro obiettivo era un governo forte ed efficiente dove la burocrazia faceva funzionare lo Stato, un’ipotesi di evoluzione in cui la persona del monarca avrebbe potuto evaporare in un simbolo unificante, come in molte corone europee moderne.

Tuttavia, questo progetto fallì perché si scontrò con l’ostinazione di Nicola II, che continuava a vedere l’assetto quasi-costituzionale concesso dopo la rivoluzione del 1905 come un insulto alle sue prerogative autocratiche. Nicola II finì per vedere in Stolypin un usurpatore del suo monopolio politico e lo isolò.

Lo storico e pubblicista russo Afanasij Ščapov (1831-1876), teorico di una lettura «regionale» della storia russa alternativa alla centralizzazione moscovita

Vi erano alternative che nascevano dal basso o dai movimenti radicali?

Fu l’opzione federalista e socialista. Già a metà Ottocento, uno storico di provincia e “ibrido” (figlio di un russo e di una donna buriata siberiana), Afanasij Ščapov, teorizza il “principio regionale” della storia russa. Ščapov ribalta Caterina II e Montesquieu: lo spazio sconfinato della Russia non è una maledizione che richiede il dispotismo, ma l’opportunità materiale per la libertà.

La vera Russia non è la centralizzazione moscovita, ma la storia delle sue popolazioni regionali e delle libere comunità di villaggio che nei secoli sono nate colonizzando il territorio. Questa idea viene ereditata dal movimento populista e dal partito Terra e Libertà nel 1878. Nel loro programma si legge una proposta che, alla luce del ricorrente binomio autocrazia-integrità dello stato, ci appare per molti aspetti rivoluzionaria: la Russia deve essere un’unione di comunità regionali autonome che decidono liberamente quali poteri delegare al centro.

I populisti scrissero che era loro dovere accettare la scomposizione dell’Impero, permettendo la secessione di regioni come l’Ucraina, la Polonia o il Caucaso. Per loro, il distacco di una periferia non era il tragico smembramento dell’organismo statale, ma un atto di liberazione accettabile, perché l’integrità russa risiedeva nell’associazione di libere comunità, non nel controllo poliziesco di un centro burocratico.

L’apertura della prima Duma dell’Impero russo nella sala del trono del Palazzo d’Inverno, nel maggio 1906. A sinistra i membri del Consiglio di Stato, a destra i deputati eletti alla Duma

Se queste alternative erano così strutturate e profonde, perché alla fine ha vinto di nuovo la centralizzazione autoritaria, prima con il collasso dell’Impero e poi con la dittatura sovietica?

Quando nel 1917 l’Impero zarista crolla e si tengono le prime e per molto tempo uniche libere elezioni a suffragio universale per l’Assemblea Costituente, il popolo russo vota in massa – oltre il 60% – proprio per i Socialisti Rivoluzionari, gli eredi di quella tradizione populista, federale e comunitaria. L’ipotesi di una Russia democratica e federale non era l’utopia di pochi esaltati. In quei mesi era il progetto costituente del paese.

Ma fu spazzato via dalla catastrofe materiale della guerra mondiale e dalla gravissima crisi dei rifornimenti del 1917. I linguaggi democratici avanzatissimi e plurali del Febbraio, non solo socialisti, anche ecclesiali (l’elezione dei vescovi) o famigliari (la contestazione della famiglia patriarcale) o regionali (autonomie locali), intersecarono la crisi del potere a ogni livello e la frantumazione delle relazioni di scambio (di mercato o di ogni altro tipo). Si manifestava nella paralisi dei rifornimenti più che in una “lotta di classe”.

Da qui la fragilità delle istituzioni nuove o rimaste, non solo l’Assemblea costituente, ma anche il Governo provvisorio o gli zemstva, le assemblee locali elettive, la rete delle cooperative o la stessa burocrazia imperiale. In quel vuoto di potere e poi nel caos della guerra civile, i Bolscevichi presero il controllo e finirono per riprodurre una nuova struttura piramidale e un nuovo tipo di integrità territoriale dell’ex impero.

Quindi lei vede continuità tra l’integrità territoriale dell’Impero e quella dell’Urss?

Sì e no. L’anacronismo è il peccato mortale degli storici. Non mi convincono le interpretazioni che sovrappongono alla complessità tumultuosa degli eventi formule generate da altre epoche come Impero, Eurasia o Mondo russo. Dobbiamo sempre partire dalle parole dei contemporanei e dal significato che essi vi attribuirono, dall’intenzionalità degli attori. I bolscevichi non si definirono mai Impero o Eurasia, se è per questo nemmeno l’Impero degli zar si definiva eurasiatico.

I contemporanei percepirono il 1917 come una rottura epocale. L’ideologia del nuovo stato era una combinazione altamente originale dei tre filoni più anti–imperiali prodotti dall’Ottocento, cioè socialismo, nazionalismo e democrazia (nella variante consiliare). Eppure ciò che davvero distingueva Lenin dagli altri politici del 1917, a mio parere, non era la radicalità dei propositi, la tensione utopica o l’uso delle categorie marxiane, tutti fenomeni diffusi ampiamente in varie declinazioni, dentro e fuori Europa, ma una sensibilità direi più intuitiva che dottrinaria per tutto ciò che poteva produrre l’eversione del potere (“spezzare l’apparato dello stato”) o, viceversa, rafforzarlo.

E quindi la determinazione ferrea a “prendere e mantenere il potere”. Non tanto l’utopia al potere, ma quella, tra le tante utopie che circolavano, decisa a farsi potere e poi volontà di potenza. Sicché (sono parole leniniane del settembre 1917) “quando lo stato sarà proletario … noi saremo completamente e incondizionatamente per un potere forte e per il centralismo”. Da qui partiva la ricostituzione di una integrità – ma nuova, originale, moderna – che Stalin avrebbe definito, nel 1937, “uno stato unitario e indivisibile” in cui “ogni parte che si staccasse dal comune Stato socialista, non solo procurerebbe un danno allo Stato, ma non potrebbe esistere autonomamente”. Più che la seconda vita o afterlife di un impero, l’Urss fu un progetto interamente nuovo, un esito molto diverso da quelli emersi dalla fine della monarchia asburgica o dell’Impero ottomano.

Il presidente russo Vladimir Putin nel dicembre 2025
(Foto Kremlin.ru, CC BY 4.0)

È rilevante oggi questa relazione tra potere unico e integrità territoriale dello stato, termini che sembrano alimentarsi reciprocamente?

Gli stati russi sono come le famiglie infelici di Tolstoj, ciascuno è autoritario a modo suo. Dobbiamo sempre studiarli nei loro propri termini e contesti. Dobbiamo sempre tenere conto, nella ricostruzione storica, delle alternative che si sono presentate di volta in volta, seppure sconfitte, con il rispetto e anche l’ammirazione dovuti ai russi coraggiosi che hanno sacrificato la vita per perseguirle.

Nemmeno Vladimir Putin descrive lo stato che governa ininterrottamente dal 1999 come Impero o come Eurasia. La formula di una “Grande Eurasia” è usata oggi per descrivere un sistema di relazioni internazionali di cui la Federazione russa ambisce a rappresentare l’architetto, un progetto in cui, almeno nelle intenzioni, all’Europa è riservato il ruolo di promontorio della gigantesca Eurasia. Putin parla piuttosto, in modo coerente fin dal 1991, di una Russia intesa come spazio unitario naturale, artificiosamente smembrato con la fine dell’Urss (la famosa “catastrofe geopolitica”), e della sua “sovranità” perduta da riconquistare. Alcune affermazioni recenti diventano comprensibili solo alla luce di questa relazione tra spazio e potere.

Ad esempio, sostenere che “la cosa più importante che è successa durante l‘Operazione militare speciale è che la Russia ha riottenuto la piena sovranità, diventando in tutti i sensi un paese sovrano” (parole putiniane del dicembre 2025), acquista senso solo se si presuppone che l’esistenza statuale della Federazione russa richieda l’invasione di uno stato confinante e il disciplinamento mobilitante della società intorno a leader. Le continuità esistono, ma proprio per questo, a mio parere, il lavoro dello storico deve cercare di mostrarne il carattere costruito e non naturale. Più che a un Lenin immaginario, dobbiamo tornare alle tante possibilità emerse dall’Ottocento russo. È l’unico modo per fare i conti con un passato che non vuole passare.

© Riproduzione riservata