Approfondimenti · 11 Settembre 2026

11 settembre, venticinque anni dopo: che ne è stato della guerra al terrorismo?

Dagli attentati di al Qaeda al ritorno dei talebani in Afghanistan: com'è andata davvero la guerra globale al terrorismo, tra obiettivi raggiunti, costi umani e conseguenze delle scelte americane. Un bilancio che aiuta a comprendere come è cambiata la politica estera degli Stati Uniti

di Mark Kramer

George W. Bush divenne presidente degli Stati Uniti nel gennaio 2001, dopo che l’esito delle elezioni del novembre 2000 era stato duramente contestato. Le polemiche si trascinarono per diverse settimane e si conclusero soltanto nel dicembre 2000, quando la Corte suprema degli Stati Uniti emise una controversa sentenza che favorì il repubblicano Bush rispetto al suo rivale democratico, Al Gore, allora alla fine del mandato di vicepresidente nell’amministrazione di Bill Clinton.

Le promesse di Bush

George W. Bush e i suoi nuovi collaboratori in politica estera, in particolare la consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice, si insediarono proclamando una visione rigorosamente realista, simile a quella di Richard Nixon e del suo consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger.

In una certa misura, queste dichiarazioni rispecchiavano una tendenza generale della politica presidenziale americana, che incoraggia i nuovi presidenti a enfatizzare quanto si distingueranno dalle amministrazioni precedenti, soprattutto quando queste erano espressione del partito rivale.

Durante la campagna elettorale, tanto Bush quanto Rice avevano sottolineato pubblicamente la propria avversione agli interventi di «nation-building», volti a costruire le istituzioni di uno Stato, come quelli intrapresi dall’amministrazione Clinton ad Haiti e nell’ex Jugoslavia.

Nel denigrare gli sforzi dell’amministrazione Clinton, avevano però omesso di ricordare che uno dei tentativi più disastrosi di nation-building, quello in Somalia, era stato avviato dal padre di Bush, George H. W. Bush, all’inizio degli anni Novanta, prima dell’insediamento di Clinton.

Poco dopo il suo insediamento, l’amministrazione Bush adottò diverse misure unilaterali, in particolare ritirando gli Stati Uniti dal Protocollo di Kyoto e dalla Corte penale internazionale (CPI).

Quest’ultima decisione non rappresentava un cambiamento così marcato, dal momento che l’amministrazione Clinton aveva accompagnato la firma dello Statuto di Roma, istitutivo della Corte, con una riserva sostanziale. Rice e altri alti funzionari dell’amministrazione Bush presentarono tuttavia il rifiuto della CPI come un segno del nuovo «realismo» che stavano introducendo nella politica estera americana.

Queste misure provocarono attriti con alcuni alleati degli Stati Uniti nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), ma tensioni analoghe si erano già manifestate durante l’amministrazione Clinton.

Il giorno degli attentati

In circostanze ordinarie, l’amministrazione Bush avrebbe potuto proseguire con una politica estera dal profilo relativamente basso. Ma tutti gli aspetti delle sue politiche di sicurezza nazionale furono sconvolti l’11 settembre 2001, quando diciannove terroristi islamisti sostenuti da al Qaeda compirono attentati contro New York e il Pentagono, sede del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

I terroristi si finsero normali passeggeri e dirottarono quattro aerei di linea, facendo schiantare due velivoli contro le Torri gemelle del World Trade Center, nella parte meridionale di Manhattan, e un altro contro il Pentagono.

I terroristi che si erano impadroniti del quarto aereo intendevano presumibilmente farlo schiantare contro il Campidoglio, l’edificio principale del Congresso degli Stati Uniti. Il piano fu però sventato dopo che i passeggeri vennero a conoscenza degli attentati precedenti attraverso messaggi ricevuti sui cellulari. Un gruppo di loro si precipitò verso la parte anteriore dell’aereo e sopraffece i dirottatori: il velivolo finì così per schiantarsi in una zona scarsamente popolata della Pennsylvania.

New York, 14 settembre 2001. George W. Bush parla ai soccorritori a Ground Zero, affiancato dal vigile del fuoco in pensione Bob Beckwith. Foto: Eric Draper / George W. Bush Presidential Library

Nel complesso, gli attentati causarono quasi 3.000 morti e molte migliaia di feriti gravi. Tra le vittime ci furono anche diverse centinaia di soccorritori, vigili del fuoco e agenti di polizia, che avevano cercato di salvare i sopravvissuti nei luoghi colpiti.

In un primo momento le torri del World Trade Center rimasero in piedi. Ma l’enorme forza dell’impatto degli aerei, che si erano schiantati ad alta velocità, innescò incendi devastanti che indebolirono rapidamente le strutture e ne provocarono il crollo.

Le immagini dei drammatici attentati al World Trade Center, compreso il crollo delle due torri, furono trasmesse in continuazione dai notiziari di tutto il mondo. L’orrore degli attacchi spinse il Consiglio Nord Atlantico della NATO a riunirsi il 12 settembre 2001 e a invocare, per l’unica volta nella storia dell’Alleanza, l’articolo 5 in difesa di uno Stato membro: gli Stati Uniti.

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L’inizio della guerra al terrorismo

Gli attentati avevano colto di sorpresa l’amministrazione Bush, che reagì però rapidamente, attivando per la prima volta nella storia degli Stati Uniti il piano d’emergenza per il controllo di sicurezza del traffico aereo e degli ausili alla navigazione aerea.

Il provvedimento bloccò a terra tutti i voli interni fino a nuovo ordine e chiuse lo spazio aereo americano a tutti i voli internazionali. Decine di migliaia di passeggeri rimasero bloccati e la programmazione dei voli in tutto il mondo fu gettata nel caos.

Lo stesso 11 settembre, il presidente Bush pronunciò un discorso televisivo alla nazione, nel quale disse agli americani che «i nostri concittadini, il nostro modo di vivere, la nostra stessa libertà sono stati attaccati con una serie di atti terroristici deliberati e letali».

Sottolineò che «le immagini degli aerei che si schiantano contro gli edifici, degli incendi, di enormi strutture che crollano ci hanno riempito di incredulità, di una tristezza terribile e di una rabbia silenziosa e irriducibile». Il presidente annunciò l’inizio di una «guerra al terrorismo» per «difendere la nostra libertà» e chiamare a rispondere delle proprie azioni gli autori degli attentati.

L’Afghanistan e la fuga di bin Laden

I servizi di intelligence americani stabilirono quasi immediatamente che gli attentati erano stati orchestrati dal leader di al Qaeda, Osama bin Laden, e dal suo principale vice, Ayman al-Zawahiri. Il loro gruppo terroristico fondamentalista islamico aveva trovato un rifugio sicuro in Afghanistan dopo che i talebani avevano conquistato il potere nel paese nel 1996.

Bush avvertì i talebani che, se non avessero consegnato rapidamente bin Laden e al-Zawahiri, gli Stati Uniti avrebbero inviato truppe in Afghanistan per rovesciarli e catturare i capi di al Qaeda. Di fronte al loro rifiuto, Bush ordinò l’invasione del paese, affidandosi soprattutto alla potenza aerea e alle forze speciali, affiancate dalle operazioni terrestri dell’Alleanza del Nord, una coalizione afghana contraria ai talebani.

Gli Stati Uniti cacciarono rapidamente i talebani dall’Afghanistan, suscitando grande gioia tra gli afghani. Le forze americane riuscirono anche a intrappolare bin Laden, al-Zawahiri e altri esponenti di primo piano di al Qaeda a Tora Bora, una rete fortificata di grotte nell’Afghanistan orientale.

Afghanistan, 4 settembre 2003. Soldati della 10ª Divisione da montagna americana si dirigono verso un elicottero Chinook dopo un’operazione nel distretto di Daychopan. Foto: Kyle Davis / U.S. Army

L’amministrazione Bush, tuttavia, non aveva inviato un numero sufficiente di truppe di terra americane per catturare direttamente i capi terroristi e dovette quindi affidare questo compito all’Alleanza del Nord. La decisione si rivelò estremamente imprudente: i comandanti dell’Alleanza del Nord raggiunsero un accordo con al Qaeda e permisero a bin Laden e ai suoi complici di fuggire.

Nei mesi e negli anni successivi, le forze armate e i servizi di intelligence americani riuscirono comunque a catturare la maggior parte dei principali responsabili della pianificazione degli attentati del settembre 2001. Questi terroristi furono rinchiusi in strutture di massima sicurezza nella base militare americana di Guantánamo e alcuni furono infine processati.

Anche attraverso interrogatori coercitivi dei prigionieri, i funzionari americani acquisirono molte più informazioni sulle modalità con cui erano stati realizzati gli attentati. Bin Laden e Ayman al-Zawahiri, tuttavia, restavano in libertà.

Le contraddizioni della ricostruzione

Dopo aver disprezzato i progetti di «nation-building» durante la campagna presidenziale del 2000, Bush e Rice avviarono in Afghanistan un imponente intervento dello stesso tipo, cercando di stabilizzare il paese e consolidare il governo eletto di Hamid Karzai.

Alcuni di questi sforzi produssero progressi considerevoli, almeno inizialmente. Ma, ancora una volta, il problema era l’insufficienza delle truppe di terra americane necessarie a garantire una stabilità duratura.

In un primo momento l’amministrazione Bush aveva respinto le offerte dei paesi della NATO di contribuire con proprie truppe alle operazioni militari in Afghanistan. Nel 2003, però, mentre l’amministrazione spostava la propria attenzione sulla sua disastrosa invasione dell’Iraq, i funzionari americani trasferirono alla NATO il controllo della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (ISAF) in Afghanistan.

Gli Stati Uniti e l’ISAF ottennero risultati considerevoli in Afghanistan, ma non ebbero mai nel paese truppe sufficienti a impedire il riemergere degli insorti filotalebani, soprattutto nel sud e nel sud-ovest. Spesso, per cercare di mantenere l’ordine, le forze occidentali dovettero affidarsi a signori della guerra e criminali locali.

Quando Bush lasciò la presidenza, nel gennaio 2009, una pace e una stabilità durature in Afghanistan restavano ancora fuori portata. Inoltre, né bin Laden né al-Zawahiri erano stati assicurati alla giustizia.

Washington, 1° maggio 2011. Barack Obama, Joe Biden e i membri della squadra per la sicurezza nazionale ricevono aggiornamenti sull’operazione contro Osama bin Laden nella Situation Room della Casa Bianca. Foto: Pete Souza / The White House

Obama e l’uccisione di bin Laden

Quando Barack Obama divenne presidente degli Stati Uniti nel gennaio 2009, spinse per aumentare il numero delle truppe americane in Afghanistan. Ridimensionò però la portata di questa scelta fissando una data, il 2011, per l’avvio del ritiro delle forze statunitensi sia dall’Afghanistan sia dall’Iraq.

Obama fu criticato perché, in sostanza, aveva offerto ai talebani rimasti un incentivo ad attendere che gli Stati Uniti se ne andassero, prima di intensificare l’insurrezione per riconquistare il potere.

Nonostante queste critiche, nel maggio 2011 l’amministrazione Obama riuscì a ottenere un successo nella guerra al terrorismo che fu accolto con grande favore, grazie anche al minuzioso lavoro svolto per diversi anni dai servizi di intelligence americani e alleati.

Nell’agosto 2010, l’intelligence americana aveva individuato con precisione il luogo in cui si trovavano Osama bin Laden e la sua famiglia: un complesso residenziale nel Pakistan settentrionale. Nel maggio 2011, dopo ulteriori verifiche e la pianificazione dell’operazione, Obama ordinò alle forze speciali americane un’incursione fulminea contro il complesso di bin Laden.

L’operazione fu condotta in modo impeccabile e bin Laden venne ucciso, mettendo fine ai suoi lunghi anni di atroce terrorismo e omicidi di massa.

Al Qaeda e l’ascesa dello Stato islamico

La morte di bin Laden inflisse un duro colpo ad al Qaeda, ma l’organizzazione terroristica riuscì a sopravvivere, seppure ridimensionata, sotto la guida di Ayman al-Zawahiri, che fu subito designato suo successore.

A quel punto, tuttavia, diversi fattori cominciarono a erodere il ruolo di al Qaeda nella rete terroristica globale. In particolare, l’ascesa dello Stato islamico, una brutale organizzazione terroristica nota fino al giugno 2014 come Stato islamico dell’Iraq e del Levante, rappresentò una sfida diretta alla linea politica e alla preminenza di al Qaeda.

Al-Zawahiri voleva porre lo Stato islamico sotto il controllo di al Qaeda, ma i suoi capi si rifiutarono. Le due organizzazioni terroristiche si affrontarono così in una lunga serie di scontri feroci nelle guerre civili di vari paesi, tra cui Yemen, Siria, Libia, Mali e Nigeria.

Obama compì alcuni progressi nel contrasto allo Stato islamico, ma questo impegno assunse un’urgenza molto maggiore durante il primo mandato di Donald Trump, che mirava a eliminare l’organizzazione una volta per tutte.

Sebbene al Qaeda continuasse a esistere e a sostenere nuovi attentati terroristici, i conflitti interni alla rete jihadista islamica globale e i colpi inferti dalle operazioni antiterrorismo americane ne indebolirono drasticamente il peso. Quando al-Zawahiri fu ucciso in un attacco aereo americano nel luglio 2022, durante la presidenza di Joe Biden, al Qaeda era ormai ridotta all’ombra di ciò che era stata.

Il terrorismo internazionale panislamista resta una minaccia seria, ma non assorbe più quasi interamente l’attenzione della politica estera americana, come era avvenuto per due decenni.

15 agosto 2021. Cittadini afghani a bordo di un C-17 dell’aeronautica statunitense durante l’evacuazione da Kabul. Foto: Air Mobility Command Public Affairs / U.S. Air Force

Il ritorno dei talebani

Quanto all’Afghanistan, la volontà di Obama, Trump e Biden di ritirare le truppe americane si rivelò gravemente dannosa per la popolazione afghana. Nel febbraio 2020, con le elezioni presidenziali americane ormai in vista, l’amministrazione Trump firmò un accordo con i talebani, tornati nel frattempo a rafforzarsi. L’intesa spense in larga misura ogni speranza che l’Afghanistan potesse evitare il ritorno al dominio tirannico esercitato dai talebani fino all’autunno del 2001.

L’accordo prevedeva il ritiro di tutte le forze americane dall’Afghanistan entro agosto 2021 e lasciava intendere che ai talebani sarebbe stato poi consentito di assumere il controllo del paese, se il governo di Ashraf Ghani, sostenuto dagli Stati Uniti, non fosse riuscito a resistere alla loro offensiva.

Per Trump, concludere un accordo prima delle elezioni aveva contato più del benessere della popolazione afghana. L’amministrazione Biden ereditò quell’accordo e si trovò dunque senza buone alternative. Biden peggiorò però ulteriormente le cose, realizzando un ritiro frettoloso e mal pianificato.

Grazie a Trump e Biden, l’Afghanistan ripiombò sotto il dominio dei talebani.

New York, 19 agosto 2016. La vasca meridionale del Memoriale dell’11 settembre, nell’area dove sorgevano le Torri gemelle. Foto: Paul Sableman, via Wikimedia Commons, licenza CC BY 2.0

Venticinque anni dopo

Oggi, a venticinque anni dagli attentati terroristici del settembre 2001, l’attenzione del mondo si è spostata sulla guerra della Russia contro l’Ucraina e su quella tra gli Stati Uniti e l’Iran. I giovani che non hanno un ricordo diretto degli attentati del settembre 2001 potrebbero sorprendersi nello scoprire quanto drasticamente, all’indomani di quegli attacchi, la politica estera americana sia stata riorientata per concentrarsi sull’eliminazione della rete jihadista islamica globale.

La guerra globale al terrorismo durò molti anni, costò complessivamente almeno 2.000 miliardi di dollari e comportò un pesante tributo di sangue, oltre a violazioni del diritto internazionale umanitario e delle libertà civili.

Nonostante tutto, riuscì infine a raggiungere la maggior parte dei suoi obiettivi iniziali. Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri furono rintracciati e uccisi. I terroristi che, sotto la loro supervisione, avevano pianificato gli attentati del settembre 2001 furono uccisi oppure catturati e assicurati alla giustizia.

Tra il 2014 e il 2019, i terroristi islamisti cercarono di scongiurare la propria sconfitta compiendo centinaia di attentati mortali in tutto il mondo. Negli anni successivi, però, il numero degli attentati è stato soltanto una frazione minima rispetto ad allora.

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Mark Kramer

È un esperto di studi sulla Guerra Fredda. Attualmente dirige il Cold War Studies Project presso il Davis Center della Harvard University e ha scritto numerosi libri e articoli sul controllo degli armamenti e sui movimenti di protesta nell’ex blocco sovietico.

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