Approfondimenti · 24 Settembre 2026

Gli uomini di Hitler

Gerarchi, militari, burocrati e collaboratori comuni: chi contribuì a trasformare l’ideologia del Führer in una macchina di potere, persecuzione e sterminio

di Gustavo Corni

La storia delle grandi dittature di massa del XX secolo, e in particolare quella del nazionalsocialismo, può essere spiegata solo attraverso la biografia del dittatore, mettendo al centro dell’analisi le sue fissazioni e il suo fanatismo quasi disumano? O non è più opportuno allargare lo sguardo alle élite tedesche, alla massa di complici che a differenti livelli hanno condiviso le decisioni del Führer e le hanno messe in atto, spinti dalla condivisione ideologica, o da altri motivi?

In parole povere: Hitler ha deciso tutto da solo? Quali responsabilità sono attribuibili ad esponenti di secondo-terzo piano del regime, ma anche a personalità non facenti parte del movimento nazionalsocialista: conservatori, nazionalisti, anti-comunisti, industriali, banchieri, grandi proprietari terrieri, generali, mossi da interessi o anche da comunanze di intenti?

La recente pubblicazione per Mondadori di un importante libro di Richard J. Evans, storico britannico ben noto anche al pubblico italiano per i suoi studi sul regime nazionalsocialista, dedicato ai “complici” di Hitler (il sottotitolo precisa “Gli aiutanti e i carnefici”), ci dà l’occasione di riprendere in esame uno degli aspetti più interessanti, ma anche controversi, della storia della dittatura tedesca.

Un dittatore solo al comando

Dopo la fine della guerra si è affermata una lettura del Terzo Reich imperniata sulla figura di Adolf Hitler, sul suo straordinario carisma, come chiave per interpretare la dittatura che, dopo aver soggiogato il popolo tedesco e distrutto le fragili istituzioni democratiche, si era resa protagonista di una guerra di conquista e di distruzione durata quasi sei anni. Peraltro, richiamare l’unicità della responsabilità di Hitler era una comoda via d’uscita per svincolarsi dalle proprie, ma anche dalla necessità di fare un’approfondita autocritica.

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Le “armate hitleriane” avevano conquistato mezzo continente europeo, sottomesso a duri regimi d’occupazione decine di milioni di civili nei territori conquistati e avviato uno sterminio capillare della popolazione ebraica d’Europa. Un livello di barbarie e di distruzioni senza precedenti, per il quale a guerra finita le potenze vincitrici sentivano il bisogno morale di individuare i colpevoli e punirli.

Alcuni degli imputati al processo di Norimberga, 1945-1946. In prima fila, da sinistra, Hermann Göring, Rudolf Hess, Joachim von Ribbentrop e Wilhelm Keitel; alle loro spalle Karl Dönitz, Erich Raeder, Baldur von Schirach e Fritz Sauckel. Foto: National Archives and Records Administration

Il tentativo fu compiuto imbastendo un grande processo a Norimberga davanti a una corte penale internazionale; questo si svolse fra il novembre del 1945 e l’ottobre dell’anno seguente. Hitler si era però sottratto al giudizio con il suicidio e lo stesso avevano fatto Joseph Goebbels, il “genio” della propaganda, e Heinrich Himmler, capo supremo delle SS.

Questi fu considerato il vero artefice dello sterminio e delle persecuzioni contro un’infinita schiera di nemici: dagli omosessuali ai sinti e rom, ai refrattari al lavoro e asociali, agli oppositori interni e agli esponenti della resistenza nei territori occupati, per non parlare della massa di prigionieri di guerra sovietici e polacchi, lasciati morire per ordine (o per voluta negligenza) dei comandi militari. I 24 imputati erano – a parte Göring – figure ministeriali o militari poco note al pubblico internazionale, oltre ad alcuni politici dell’età repubblicana (Franz von Papen e Hjalmar Schacht) che si erano adoperati per portare Hitler al cancellierato allo scopo di cancellare le istituzioni della democrazia.

Condotto rispettando le forme del processo anglosassone e seguito da un’ampia risonanza internazionale, il processo si concluse con la condanna a morte di dodici imputati, più tre ergastoli. Il condannato più in vista, Göring, delfino di Hitler, si sottrasse all’esecuzione suicidandosi nella notte precedente – come abbiamo visto di recente in un film di successo. Nel corso del processo tutti gli imputati (con l’eccezione di Speer, architetto prediletto dal Führer) si trincerarono dietro al dovere di obbedienza verso gli ordini del Fūhrer.

I pubblici ministeri di Norimberga cercavano dei colpevoli condannabili secondo le regole della giustizia; ma intendevano anche più in generale dare una lezione al popolo germanico, che in quel momento versava in condizioni molto difficili: la distruzione dei centri urbani, il mancato (o ritardato) ritorno dei prigionieri di guerra, gli invalidi e la massa di compatrioti, che si riversavano verso Occidente sospinti dal terrore e dalle violenze dell’Armata Rossa.

Il primo governo guidato da Adolf Hitler, fotografato alla Cancelleria del Reich il 30 gennaio 1933. Seduti, da sinistra, Hermann Göring, Hitler e il vicecancelliere Franz von Papen; in piedi compaiono, fra gli altri, Wilhelm Frick, Werner von Blomberg e il leader nazionalconservatore Alfred Hugenberg. Foto: Bundesarchiv, Bild 183-H28422 / CC BY-SA 3.0 DE.

Seguaci senza responsabilità

Negli anni immediatamente successivi, l’irrigidirsi del contrasto fra Unione Sovietica e alleati occidentali pose fine ai processi di denazificazione di massa, che erano stati avviati nelle quattro zone d’occupazione. Bene o male tutti finirono per essere considerati vittime del dittatore e si impose – sia a livello di storiografia che di opinione pubblica più larga – la visione di una dittatura personale ferrea, imperniata sulla suggestione carismatica del Führer, a cui una massa di “seguaci” aveva obbedito.

Il fuoco della storiografia era concentrato su Hitler; gli aspetti più minuti della sua biografia erano scandagliati e le fonti erano passate ai raggi X. Persino la psicologia era chiamata in causa, sebbene il dittatore non fosse mai stato esaminato in vita da uno psicologo.

Già nel 1952 usciva la prima grande biografia hitleriana, ad opera dello storico britannico Alan Bullock (in italiano: Hitler. Studio sulla tirannide). Forse il culmine di questa stagione di studi è rappresentato dagli anni Settanta, quando in Germania veniva pubblicata la grande biografia ad opera di Joachim C. Fest, esponente del giornalismo liberal-democratico (un Biagi, o un Montanelli – per capirci).

Questi realizzò anche un film documentario (lo si trova anche su Netflix), che valorizzava i giacimenti cinematografici per consolidare la lettura del regime nazionalsocialista focalizzata sulle scelte del Führer, unico vero decisore.

Intenzionalismo vs. funzionalismo

Sul piano storiografico, questo orientamento venne denominato “intenzionalismo” (o anche “hitlerismo”). Ciò che contavano erano le intenzioni del Führer, che erano frutto delle sue fissazioni ideologiche e della sua carismatica capacità di conquistare il consenso del “seguito”: il Führer e il suo seguito, cementati in una “comunità di popolo”.

Le interpretazioni in chiave “intenzionalistiche” prendevano piede soprattutto nei mezzi di comunicazione – la televisione in primo luogo. Ancora oggi “spopolano” sui canali televisivi e sul web documentari di più o meno pregevole fattura, che saccheggiando la documentazione visiva disponibile solleticano l’attenzione, magari superficiale, di un pubblico poco addentro alle questioni propriamente storiografiche, ma allettabile con le leggende sulla fuga di Hitler in sommergibile, o sul suo tesoro nascosto, per non parlare della sua sessualità.

In parallelo, nella storiografia internazionale si faceva strada una visione opposta a quella degli “intenzionalisti”; si parlava di “funzionalismo”. Questo si poneva dal punto d’osservazione dell’intreccio fra funzioni, individui che operavano con funzioni di comando in specifici contesti e la peculiarità delle circostanze, ovvero dei singoli contesti.

Questo filone di ricerca attribuiva giocoforza un peso ben maggiore ai funzionari di secondo e terzo rango, fossero essi civili, militari, poliziotti, burocrati, manager o ideologi. In particolare, al centro degli studi stavano i carnefici, che avevano messo in atto nei passaggi concreti la volontà del Führer nello sterminio degli ebrei.

Quest’ultimo tema assunse a partire dagli anni Settanta una rilevanza crescente nell’opinione pubblica internazionale, grazie soprattutto agli impulsi provenienti dagli Stati Uniti. La svolta era rappresentata senza dubbio dalla copertura mediatica internazionale dedicata al processo di Gerusalemme, intentato contro Adolf Eichmann, il carnefice della scrivania, l’organizzatore freddo della logistica, e in particolare dall’analisi acuta della filosofa ebraico-tedesca Hannah Arendt: La banalità del male, pubblicata in originale nel 1963. In quel periodo iniziarono a uscire studi biografici su figure di primo piano della classe dirigente nazionalsocialista.

Fino agli anni Ottanta le biografie dei protagonisti (o co-protagonisti) del regime erano state però poche. Da allora gli studi si sono moltiplicati e ad oggi tutte le principali figure sono state oggetto di una o più solide biografie: Göring, Himmler e Goebbels sono stati sicuramente i più studiati. Le biografie oggi disponibili collegano in modo efficace le biografie in senso stretto, intrecciando il ruolo specifico svolto dal biografato con le funzioni che ha esercitato, in dialettico rapporto con il Führer e con il complesso apparato del Terzo Reich. Pioniere di questa stagione di studi è stato ancora una volta Fest.

Adolf Eichmann davanti ai giudici a Gerusalemme, il 9 marzo 1961, poche settimane prima dell’apertura del processo. Foto: Herbert Behrens/Anefo, Nationaal Archief, Bestanddeelnummer 912-2014 / CC0.

Il volto del Terzo Reich

Questi pubblicava già nel 1963 un ampio volume, che nella versione italiana è intitolato Il volto del Terzo Reich. Profilo degli uomini chiave della Germania nazista. Il volume ristampato di recente dall’editore Mursia, si apre con un lungo saggio (oltre cento pagine) su Hitler. Seguono diciassette medaglioni biografici più brevi (quindici-venti pagine ciascuno) suddivisi in due grandi categorie: “tecnici e realizzatori del regime totalitario” (Göring, Goebbels, Heydrich, Himmler, Bormann e Röhm); e “I funzionari”. Nel primo gruppo sorprende che Heydrich (ucciso in un attentato nel maggio 1942) venga collocato prima del suo capo Himmler.

Fra i “compagni di strada” conservatori e antidemocratici troviamo il solo Papen, figura chiave nella nomina di Hitler a cancelliere a fine gennaio del 1933. C’è anche il generale von Icks, presentato come esempio della diffusa collaborazione dei vertici militari, conservatori e spesso nostalgici della monarchia. Un solo saggio è dedicato ai “carnefici”, precisamente a Rudolf Höß, il comandante di Auschwitz.

La sua famiglia e la sua villa, adiacente al muro di cinta del più grande campo di concentramento, sterminio e sfruttamento della forza-lavoro schiava, sono stati oggetto di una messa in scena cinematografica di grande efficacia: La zona d’interesse di Jonathan Glazer (2023), vincitore dell’Oscar.

Gli ultimi medaglioni sono delle biografie collettive, inevitabilmente brevi: gli intellettuali e le “donne e madri”. Sono i primi tentativi di costruire biografie collettive di spezzoni della società tedesca, e aprono lo sguardo verso gli studi dei decenni più recenti, focalizzati su campi più larghi: i contadini, la classe operaia, gli avvocati e giudici, i medici, e altre categorie.

Studi di settore che arricchiscono e complicano di molto una lettura schematica e semplicistica della dittatura, del tipo: il dittatore comanda, i suoi seguaci eseguono, la massa del popolo acclama, gli oppositori vengono eliminati. Nessuna dittatura, neppure la più feroce, può fare a meno di complici. Tutti i dittatori debbono gestire con polso fermo, ma anche con cautela un potere che non è indefinito e neppure garantito una volta per tutte. Si pensi – per fare un solo esempio – al “tradimento” del Gran Consiglio del fascismo nei confronti del Duce nella notte fra il 24 e il 25 luglio del 1943.

Gertrud Scholtz-Klink, responsabile delle organizzazioni femminili naziste con il titolo di Reichsfrauenführerin, conversa con il capo delle SS Heinrich Himmler nell’agosto 1943 Foto: Kurt Alber, Bundesarchiv, Bild 101III-Alber-174-14A / CC BY-SA 3.0 DE

L’élite bruna

Di natura differente è un’impresa editoriale, realizzata in due volumi e più volte rieditata, curata fra fine anni ’80 e inizio ’90 da Ronald Smelser, Enrico Syring e Rainer Zitelmann. Die Braune Elite – questo il titolo dei due volumi, raccoglie 43 saggi che hanno condensato in brevi medaglioni biografici gli studi su un’ampia platea di membri dell’élite.

Il primo dei due volumi dava spazio ai “protagonisti di prima fila”, il secondo aggiungeva figure di secondo piano; sono raccolti in ordine alfabetico e quindi senza nessuna gradazione di importanza o articolazione per categorie, come era nel libro di Fest, appena ricordato.

Allo stesso Hitler è dedicato un saggio, non più lungo degli altri (24 pagine) a opera di Zitelmann, che in quegli anni aveva scritto una discussa biografia, nella quale accreditava al dittatore l’intento di modernizzare il Reich sul piano economico e sociale. I due volumi propongono profili biografici di esponenti del partito, ministri, responsabili del riarmo (Speer e Todt), governatori di territori occupati durante la guerra, ma anche responsabili dell’apparato dello sterminio, come Odilo Globočnik ed Ernst Kaltenbrunner, e alleati come Schacht.

Ampio spazio è dedicato a figure importanti nella fase iniziale della vita politica di Hitler, come Gottfried Feder – un ideologo d’estrema destra ampiamente citato dal futuro dittatore nel “Mein Kampf”, o Ernst Hanfstaengel, suo protettore a Monaco, e i fratelli Strasser, sostenitori di un nazionalsocialismo “di sinistra” e fatti fuori da Hitler appena arrivato al potere. Fra i 43 medaglioni c’è solo una donna: Gertrud Scholtz-Klink, a capo della più grande organizzazione femminile di massa: la NS-Frauenschaft. Uno squilibrio che evidenzia la misoginia dei nazionalsocialisti.

Nel suo recente libro Evans propone quattro capitoli dedicati a donne: uno prende in esame una coppia di carnefici: la “strega” Ilse Koch e la “belva” Irma Grese, note con questi soprannomi per la loro efferatezza, gli altri sono dedicati rispettivamente alla grande regista Leni Riefenstahl, alla già citata Gertrud Scholtz-Klink e a Luise Solmitz.

In quest’ultimo caso, abbiamo a che fare con una persona qualunque, scelta da Evans a testimoniare l’«ampia varietà di atteggiamenti e convinzioni» (p. 526) impersonati dalla grande massa dei ceti medi, soprattutto protestanti, verso il regime; una varietà che era legata a innumerevoli fattori: la confessione religiosa, la famiglia di provenienza, l’appartenenza sociale, l’esperienza della guerra e delle successive drammatiche vicende della repubblica; atteggiamenti che si sono modificati nel corso del tempo, influenzati dalle vicende personali e generali.

Leni Riefenstahl al lavoro con il cameraman Walter Frentz durante le riprese di Olympia, nell’agosto 1936. Attraverso il cinema, la regista contribuì a trasformare il corpo, lo sport e il rito collettivo in un linguaggio visivo potentissimo al servizio del regime. Foto: Bundesarchiv, Bild 146-1988-106-29 / CC BY-SA 3.0 DE

Una varietà che nell’ormai ricca produzione biografica si riflette anche per i complici di Hitler, fossero essi accidentali compagni di strada, opportunisti o aderenti all’ideologia del nazionalsocialismo: l’odio verso la democrazia, la paura del comunismo, la visione elitaria del mondo, l’antisemitismo. A questo livello degli studi, è del tutto insufficiente la loro riduzione a “psicopatici, squilibrati, o pervertiti, o pazzi”, come spesso hanno fatto in passato i media e la letteratura storica.

Questa varietà emerge anche dalla scelta degli altri protagonisti del volume: accanto allo stesso Hitler e ai grandi gerarchi – Göring, Goebbels, Himmler, Ribbentrop, Rosenberg e Speer – Evans prende in esame figure molto diverse come Röhm, Hess, Papen, Ley, Streicher, Heydrich, Eichmann e Frank, fino al generale Wilhelm Ritter von Leeb, al medico Karl Brandt e ai carnefici Paul Zapp ed Egon Zill.

Le approfondite ricerche biografiche degli ultimi tre-quattro decenni hanno consentito di mettere in luce i margini, spesso ampi, che gli uomini del Führer avevano per agire in modo indipendente, seguendo un proprio personale progetto, cercando di dare concretezza a una peculiare visione del mondo, e non solo come esecutori più o meno zelanti, che “lavoravano verso il Führer” – come ha scritto il più importante biografo di Hitler, Ian Kershaw. In questo caotico attivismo erano all’ordine del giorno i conflitti di competenze, le rivalità personali. La dittatura nazionalsocialista può perciò essere definita come una “policrazia”, senza per questo ridimensionare il peso preponderante di Adolf Hitler, Senza questa massa di seguaci questi non sarebbe riuscito a tenere incatenato il popolo tedesco e a condurre una guerra così barbara contro il resto del mondo.

Ilse Koch depone a propria difesa davanti al tribunale militare statunitense di Dachau, l’8 luglio 1947, durante il processo al personale del campo di concentramento di Buchenwald. Foto: National Archives and Records Administration, via USHMM, fotografia n. 43014

Per saperne di più:

  • J. C. Fest, Il volto del Terzo Reich. Profilo degli uomini chiave della Germania nazista, Mursia, Milano, 2011 (ristampa). L’edizione originale tedesca risale al 1963
  • R.J. Evans, I complici di Hitler. Gli aiutanti e i carnefici del Terzo Reich, Mondadori, Milano, 2025 (edizione originale London, 2024)
  • H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano, 1964 (più volte ristampata)
  • J. C. Fest, Hitler, Rizzoli, Milano, 1974 (edizione originale, 1973), e I. Kershaw, Hitler, 2 voll., Bompiani, Milano, 1999-2001 (edizione originale London, 1998-1999)

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Gustavo Corni

Già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Trento, ha insegnato nelle Università di Venezia, Chieti e Trieste. È uno studioso di storia della Germania, delle dittature comparate e della storia sociale ed economica europea. Più volte borsista della Fondazione Alexander von Humboldt e nel 2008-2009 fellow del Freiburg Institute for Advanced Studies. Fra le pubblicazioni più recenti: Storia della Germania. Da Bismarck a Merkel (Il Saggiatore 2017); Weimar. La Germania dal 1918 al 1933 (Carocci 2020); Guglielmo II (Salerno, 2022). È autore di L’Italia occupata. 1917-1918. Friuli e Veneto orientale da Caporetto a Vittorio Veneto (Gaspari, 2024), finalista del premio Friuli Storia nel 2025.

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