Approfondimenti · 30 Ottobre 2026
La storia di Germana Stefanini, una donna del popolo nel mirino del terrorismo
Germana Stefanini fotografata dai sequestratori durante il cosiddetto «processo proletario», il 28 gennaio 1983, prima di essere assassinata
La vigilatrice penitenziaria fu assassinata nel 1983 dal "partito della guerriglia", nato da una scissione delle Brigate Rosse. Un delitto che rivela la distanza tra i proclami rivoluzionari della lotta armata e la vita delle persone che pretendeva di rappresentare
Sono oltre 350 le vittime dell’ondata di violenza terroristica che attraversò l’Italia tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento. Oltre mille i feriti, quasi 15.000 gli atti di violenza politica. Più di 4.000 le persone condannate in via definitiva. Per alcuni la guerra contro lo Stato non è mai finita: poco più di una decina si trova tuttora in carcere, da dove si dichiarano prigionieri politici rifiutando qualsiasi forma di dialogo con lo Stato.
I terroristi, di destra e di sinistra, colpirono semplici cittadini, rappresentanti dello Stato e forze dell’ordine, dirigenti di azienda, studenti e operai. Alla fine, però, la Repubblica ha vinto e del terrorismo e dell’ubriacatura ideologica dei suoi numerosi fiancheggiatori non è rimasto altro che una lunga scia di sangue.
La memoria di quella stagione si è inevitabilmente polarizzata sui nomi di alcune vittime eccellenti o che colpirono particolarmente l’opinione pubblica. Primo tra tutti il presidente della DC Aldo Moro, il cui omicidio nel 1978 segnò il culmine dell’offensiva delle Brigate Rosse. E poi l’operaio Guido Rossa, i magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli o il giornalista Walter Tobagi.
I nomi di altri invece sono sprofondati lentamente nel dimenticatoio. Tra questi vi è Germana Stefanini, vigilatrice penitenziaria a Rebibbia uccisa da un commando di “Potere proletario armato” e che detiene il triste primato di essere l’unica donna uccisa, in quanto vittima designata, nella storia del terrorismo di sinistra in Italia. A lei ha dedicato un nuovo libro Giovanni Bianconi, storico giornalista del Corriere della Sera e già autore di numerosi importanti libri sul terrorismo italiano.
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Chi era
Il dramma di Germana Stefanini si compie tutto il 28 gennaio 1983 ed è una finestra terribile attraverso la quale rivedere cosa sono stati quegli anni della storia d’Italia: la furia ideologica, la disumanizzazione dell’avversario, la spirale di violenza che caratterizza l’ultima fase della storia delle Brigate Rosse. Ma anche lo scollamento sempre maggiore tra i terroristi e quella base sociale che pure, in una prima fase, aveva guardato in parte con simpatia alle loro azioni.
Stefanini aveva 56 anni quando fu colpita. Aveva fatto solo la quinta elementare, non si era mai sposata e viveva con il fratello Carlo in un appartamento alla periferia Est della capitale. A Rebibbia era entrata qualche anno prima su raccomandazione di una zia suora, dopo la morte del padre, che la sosteneva con una pensione di invalidità. Un’artrite le impediva di svolgere altri lavori.
Dopo un primo periodo in cui si era occupata di accompagnare le detenute negli spostamenti fuori dal carcere, era stata messa al servizio di sorveglianza dell’orto di Rebibbia.
La farsa del tribunale del popolo
I suoi assassini invece erano poco più che ventenni, e facevano parte di un minuscolo gruppo di terroristi che stava cercando di accreditarsi con qualche azione eclatante presso il “partito della guerriglia”, nato nel 1981 da una scissione delle Brigate Rosse per portare la lotta armata nei contesti urbani.
Il 28 gennaio la aspettarono sul pianerottolo di casa in tre, e dopo averla costretta a farli entrare iniziarono la consueta parodia del “tribunale del popolo”. Sono due uomini e una donna, e Bianconi nel libro li ricorda solo con il loro nome di battaglia: “Emilio”, “Fabio” e “Marta”.
Prima la fotografano davanti a uno striscione con gli slogan di rito: “accerchiare smantellare distruggere il carcere!”, “Annientare il personale politico militare che lo attiva”, “Organizzare e diffondere la liberazione del PP”. Poi inizia l’interrogatorio, di cui è rimasta la registrazione fatta dai terroristi. Vogliono sapere i nomi di chi lavora in carcere con lei, l’accusano di essere un’aguzzina del proletariato.
La Stefanini è spaventata ma soprattutto non capisce cosa vogliano da lei, che ha fatto la quinta elementare e che lavora nell’orto con le detenute. «Fai la vigilatrice tu, fai la vigilatrice tu», la incalzano. Germana Stefanini, scriveranno nel volantino di rivendicazione, era parte integrante del progetto della borghesia imperialista per “devastare l’identità politica delle forze rivoluzionarie per recidere la saldatura vincente della loro iniziativa con quella del movimento di massa”.
L’ultima fase
Non c’è solo un totale scollamento dalla realtà, ma anche la contraddizione dell’ultima fase della lotta armata, che è la più cruenta per numero di morti anche se le organizzazioni perdono via via terreno davanti ai colpi della magistratura e ai primi pentiti.
Nella primavera del 1980 i carabinieri avevano arrestato Patrizio Peci, responsabile della colonna torinese delle Brigate Rosse. Il suo pentimento avrebbe provocato decine di arresti tra i brigatisti. Per l’eversione rossa è l’inizio di una crisi profonda, resa irreversibile dai profondi mutamenti del contesto sociale, dalla legge sui pentiti e poi sulla dissociazione e dalle scissioni interne allo stesso movimento.
Intanto però i terroristi continuano ad uccidere: dopo aver colpito nelle fabbriche e aver attaccato il cuore dello Stato, si apre il fronte delle carceri e l’offensiva contro la repressione. Il 1980 è l’anno più sanguinoso, con oltre 30 omicidi, tra cui quello del vicepresidente del CSM Vittorio Bachelet.
Nel giugno del 1981 viene rapito e ucciso per vendetta il fratello di Patrizio Peci, Roberto. Già nell’anno successivo il numero di morti inizia a calare. Nel gennaio del 1983, commemorando una vittima della mafia, il presidente della Repubblica Sandro Pertini poteva dichiarare che in Italia il terrorismo era stato sconfitto, «sconfitto per opera delle forze dell’ordine, della magistratura, ma anche perché il popolo italiano non ha ceduto, ma ha fatto barriera contro il terrorismo».
A mano a mano che l’obiettivo del rovesciamento dello Stato diviene sempre più irraggiungibile, la furia si scarica su obiettivi minori, a maggior ragione per piccole formazioni che non hanno le capacità militari per colpire più in alto.

Il precedente
L’interrogatorio di Germana Stefanini inscenato da “Emilio”, “Fabio” e “Marta” è una farsa, la sentenza è già scritta. Una volta completato il processo la portano via da casa, la fanno sdraiare nel bagagliaio di un’auto rubata e le sparano un colpo in testa. “La guerriglia metropolitana – scriveranno rivendicando l’azione – dialettizzandosi con i bisogni politici immediati della classe, ha ancora una volta mostrato la sua potenzialità di disarticolazione dei progetti nemici per la costruzione di nuovi rapporti sociali”.
Al tempo dell’omicidio Stefanini, i suoi tre esecutori avevano già colpito un’altra donna, che però era riuscita miracolosamente a salvarsi. Il 3 dicembre del 1982 si erano presentati nello studio di Giuseppina Galfo, una giovane dottoressa che era responsabile sanitario di un reparto a Rebibbia.
Qui, immobilizzati i pazienti in attesa, avevano seguito il solito copione. Dopo averla fotografata con alle spalle i soliti slogan l’avevano interrogata a lungo sul suo lavoro in carcere, accusandola di non fare il medico ma di “annientare i proletari”. Poi le avevano legato le mani dietro la schiena, le avevano messo un cappuccio in testa e l’avevano fatta sdraiare sul pavimento del bagno. Uno dei tre le aveva quindi sparato due colpi in testa.
La sera stessa, con un comunicato firmato “Potere proletario armato”, rivendicarono l’uccisione del “boia aguzzino dottoressa Giuseppina Galfo”. Solo il giorno seguente scoprirono che la dottoressa era miracolosamente sopravvissuta ai due proiettili, che l’avevano raggiunta alla fronte e al mento ma senza ucciderla. Dopo un ulteriore comunicato si assunsero “tutte le responsabilità di fronte al movimento rivoluzionario e al proletariato prigioniero di non essere riusciti ad annientarla” e promisero che “errori di questo tipo non si ripeteranno”. La dottoressa Galfo rimase sfigurata tutta la vita.
Poco meno di due mesi dopo i tre uccisero Germana Stefanini.

L’epilogo
La parabola di “Potere proletario armato” si compie qualche mese dopo l’omicidio della vigilante di Rebibbia. Nel maggio dello stesso anno grazie a una fuga di gas la polizia trova fortunosamente il covo dei tre terroristi e risale alle loro identità.
Poco dopo “Emilio” e “Fabio” vengono arrestati nel corso di una rapina a un ufficio postale. “Marta”, rimasta sola, si consegna poco dopo, precisando però di non avere alcuna intenzione di pentirsi o dissociarsi dalla lotta armata. Tutti e tre si dichiararono prigionieri politici e verranno condannati all’ergastolo, rifiutando fino a pochi anni fa qualsiasi forma di beneficio da parte dello Stato.
Marta, che ha messo per la prima volta piede fuori dal carcere nel 2023, ha scontato la pena nel braccio femminile di Rebibbia, che nel frattempo è stato intitolato proprio a Germana Stefanini.
Non solo una donna, scrive Bianconi, ma una donna del popolo “la cui fine strideva e continuò a stridere con i proclami ‘proletari’ di chi l’aveva sequestrata e uccisa”.
Da questo punto di vista il suo omicidio “segna un punto di rottura analogo a quello marcato nel 1979 dall’omicidio dell’operaio comunista Guido Rossa, per mano degli operai comunisti delle BR”, due esecuzioni a sangue freddo che “restano indissolubilmente legate alle contraddizioni di una sedicente avanguardia di classe che colpisce la stessa classe”.
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