Rassegna Stampa · 9 Luglio 2026

Giuseppe Di Vittorio

da "Di Vittorio, sindacalista glocal" di Antonio Carioti, Corriere della Sera, 6 luglio 2026

Leader storico della Cgil nel primo dopoguerra, protagonista dell’antifascismo e figura centrale del movimento operaio italiano, Giuseppe Di Vittorio (1892-1957) seppe coniugare un fortissimo radicamento nella sua terra d’origine, la Puglia, con una visione internazionale della lotta sindacale. È questa la chiave interpretativa proposta da Michele Colucci nella biografia Giuseppe Di Vittorio cittadino del mondo (Carocci), di cui ha scritto Antonio Carioti.

Nato a Cerignola, nel Foggiano, Di Vittorio conquistò una straordinaria popolarità tra i braccianti grazie alle battaglie sindacali condotte fin da giovanissimo. Pur restando sempre profondamente legato alla sua comunità, anche durante il lungo esilio imposto dal fascismo, guardò però ben oltre i confini italiani. Il suo obiettivo era costruire un movimento dei lavoratori di respiro internazionale, prospettiva che trovò espressione anche nella presidenza della Federazione sindacale mondiale, nata inizialmente come organismo unitario e poi progressivamente egemonizzata dai comunisti.

La biografia ripercorre l’intera parabola politica del sindacalista. Agli inizi aderì all’Unione Sindacale Italiana (Usi), di orientamento rivoluzionario, distinguendosi non solo nelle lotte contadine, ma anche nelle campagne antimilitariste e anticoloniali. L’appoggio all’intervento italiano nella Prima guerra mondiale, interpretato come opposizione all’imperialismo tedesco, non incrinò il suo internazionalismo, che anzi si rafforzò con l’entusiasmo per la Rivoluzione russa e con l’adesione, nel 1924, al Partito comunista d’Italia, negli anni dello scontro con lo squadrismo fascista.

L’esilio e il lavoro all’interno delle strutture del Partito comunista e del Comintern ampliarono il suo orizzonte politico, permettendogli di confrontarsi con i problemi del movimento operaio internazionale. Questa esperienza, osserva Carioti, ebbe però anche un limite evidente: la subalternità alle direttive di Stalin, che subordinava l’internazionalismo agli interessi geopolitici dell’Unione Sovietica.

Una tensione che emerse già nel 1939, quando Di Vittorio guardò con disagio al patto di non aggressione tra Urss e Germania nazista, e che esplose definitivamente nel 1956. In occasione della rivoluzione ungherese, infatti, il leader della Cgil espresse inizialmente solidarietà agli insorti prima di essere costretto a rientrare nei ranghi del movimento comunista internazionale dopo l’intervento militare sovietico.

Secondo Colucci, emerge così una figura attraversata da una profonda contraddizione: favorevole al modello sociale dei Paesi dell’Est europeo, ma sempre più diffidente verso la mancanza di libertà civili e politiche che li caratterizzava. Una tensione che Di Vittorio non riuscì mai a risolvere pienamente. La sua storia personale, segnata da decenni di militanza comunista e antifascista, gli impedì infatti di mettere radicalmente in discussione le basi ideologiche del sistema sovietico, pur manifestandone in più occasioni i limiti.

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