Rassegna Stampa · 27 Giugno 2026
La sconfitta del generale Custer
da "1876. La sconfitta di Custer" di Guido Olimpo, La Lettura, Corriere della Sera, 21 giugno 2026
Il 25 giugno 1876, sulle colline del Little Bighorn nel Montana, si consumò una delle battaglie più celebri e simboliche della storia americana. A renderla immortale nell’immaginario comune non fu soltanto la clamorosa vittoria dei nativi americani guidati da capi carismatici come Toro Seduto e Cavallo Pazzo, ma soprattutto la morte del generale George Armstrong Custer, figura tanto celebrata quanto controversa, al centro di un mito durato oltre un secolo di cui parla anche il libro Custer di Larry McMurtry, da poco tradotto in Italia da Einaudi.
Come racconta Guido Olimpio su La Lettura, persino il neonato Corriere della Sera diede notizia della battaglia pochi giorni dopo, il 9 luglio 1876, limitandosi a un breve trafiletto che registrava la “disastrosa disfatta inflitta alle truppe del generale Custer dagli Indiani nelle gole di Littlehorn”, con tanto di refuso geografico.
Eppure quella sconfitta, militarmente modesta rispetto ad altri grandi conflitti del XIX secolo, divenne presto un mito fondativo della frontiera americana. Attorno a Custer nacque addirittura una vera e propria “Custerologia”: una produzione sterminata di libri, studi e riletture dedicate a capire chi fosse davvero quell’ufficiale destinato a diventare uno dei personaggi più discussi della storia americana.
Custer inseguiva da sempre la gloria personale. Durante la guerra civile si era distinto per coraggio e aggressività tattica, ma anche per impulsività e scarso rispetto delle regole. Quel 25 giugno ricevette ordini precisi: localizzare il villaggio dei nativi, attendere i rinforzi e non attaccare. Ma aspettare non faceva parte del suo carattere.
Giunto nella valle del Little Bighorn, il generale decise di dividere il Settimo Cavalleggeri in tre colonne separate: una scelta che si sarebbe rivelata fatale. I suoi esploratori, appartenenti a tribù rivali dei Sioux, individuarono immediatamente le tracce di un enorme accampamento indigeno. Uno di loro, Mezza Faccia Gialla, avrebbe pronunciato una frase diventata leggendaria: “Oggi torneremo a casa per una strada che non conosciamo”. Era un presagio di morte.
Il problema principale fu la drammatica sottovalutazione del nemico. Custer disponeva di circa 650 uomini complessivi, ma le sue forze erano frammentate. Dall’altra parte si trovavano probabilmente oltre cinquemila nativi, di cui circa duemila guerrieri esperti. Inoltre i soldati americani avanzavano sotto un sole cocente, esausti e assetati.
Quando il maggiore Marcus Reno fu costretto a ripiegare sotto la pressione dei Sioux e il capitano Frederick Benteen non riuscì a intervenire efficacemente, Custer rimase isolato senza saperlo. Continuò ad avanzare fino a trovarsi improvvisamente davanti a quello che Olimpio definisce un “muro di nativi”.
Fu allora che affidò al trombettiere italiano Giovanni Martini l’ultimo messaggio disperato indirizzato a Benteen: una richiesta di soccorso. Ma era troppo tardi.
Accerchiato con circa duecento uomini, Custer tentò l’ultima resistenza sulle alture. I suoi soldati furono progressivamente annientati. Alcuni tentarono invano di rompere l’assedio. Alla fine tutti vennero uccisi.
Il corpo di Custer presentava due ferite da arma da fuoco; secondo alcune testimonianze, alcune donne Sioux gli perforarono i timpani come gesto simbolico di punizione verso chi non aveva saputo ascoltare gli avvertimenti ricevuti.
Paradossalmente, la grande vittoria dei nativi segnò anche l’inizio della loro fine. Washington reagì con una campagna militare durissima che in pochi anni portò alla definitiva sottomissione delle tribù delle Grandi Pianure.
Quanto a Custer, la morte non gli garantì la gloria che aveva inseguito. Dopo un iniziale processo di eroicizzazione, iniziarono a emergere giudizi severissimi sul suo comportamento. Fu accusato di aver agito per vanità personale, di aver ignorato deliberatamente gli ordini, di aver esposto inutilmente i suoi uomini a rischi enormi.
I detrattori lo descrissero come razzista, manipolatore, ossessionato dalla carriera, incapace di empatia verso i soldati. La sua reputazione fu ulteriormente segnata da episodi controversi della vita privata: una corte marziale, continue infrazioni disciplinari, la fama di giocatore d’azzardo, una presunta relazione con una donna nativa e perfino una malattia venerea trasmessa alla moglie Libbie, che dopo la sua morte dedicò il resto della vita a difenderne l’onore pubblico.
Anche gli ultimi momenti della battaglia alimentarono il mito. Secondo la testimonianza del soldato Thomas Coleman, uno dei primi ad arrivare sul luogo del massacro, il corpo del generale giaceva a terra “con un sorriso sul volto”.
C’è infine un dettaglio curioso che il cinema ha sempre ignorato: il celebre Custer dalla lunga chioma bionda, diventato iconico nei western hollywoodiani, quel giorno non aveva affatto i capelli lunghi. Se li era tagliati poco prima. Ma il mito, come spesso accade nella storia, ha preferito la leggenda ai fatti.
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