Approfondimenti · 17 Gennaio 2026
Il 7 ottobre e la crisi delle categorie dell’Occidente
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Dallo shock dell’attacco di Hamas alla messa in discussione di concetti come genocidio, diritti umani e ordine internazionale: Raffaele Romanelli riflette su come il presente stia riscrivendo le cornici storiche nate dopo il 1945
Il 7 ottobre 2023 è già entrato nel lessico del nostro tempo. Ma perché quella data – più di altre, nella lunga storia del conflitto israelo-palestinese – sembra oggi mettere in crisi categorie, linguaggi e assetti che credevamo consolidati? È davvero un evento di politica internazionale che obbliga a ripensare l’intero impianto storico e culturale dell’Occidente nato dal secondo dopoguerra?
Da queste domande prende le mosse Post-Occidente. Come il 7 ottobre riscrive la nostra storia (Laterza, 2025), l’ultimo libro dello storico Raffaele Romanelli, già professore all’Università di Pisa, all’Istituto Universitario Europeo di Firenze, alla Sapienza e alla Luiss di Roma.
In questa intervista esclusiva per il Circolo della Storia, Romanelli riflette sul significato storico del 7 ottobre, sulla tentazione di individuare “ferite originarie” nel conflitto mediorientale, sul ruolo delle Nazioni Unite e sui limiti del diritto internazionale, fino ad allargare lo sguardo alla crisi dell’Occidente e alla sua singolare capacità di rivolgere contro se stesso il proprio senso critico.
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Professor Romanelli, Lei ritiene che la data del 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas a Israele, sia una sorta di spartiacque nella storia del XXI secolo. Come mai?
Tra le tante stragi, tra i tanti massacri ai quali assistiamo senza soste (basti pensare a quello che sta succedendo in Sudan o in Ucraina), quello del 7 ottobre – la più grave e la più cruenta strage di ebrei dopo la Shoah –, a mio parere assume un significato epocale. Indica che l’equilibrio culturale e storico che si era creato dopo la Shoah – con l’idea che una simile tragedia non potesse più ripetersi – è venuto meno.
Come rivela l’uso del concetto di “genocidio”, alcuni princìpi e alcuni concetti fissati nel secondo dopoguerra sono stati rimessi in discussione. E con essi l’intero assetto politico internazionale costruito a metà Novecento.
In Medio Oriente esiste però una ferita originaria e più profonda, che in genere si fa risalire al 1948 e all’estromissione di un numero consistente di palestinesi dalle loro terre.
È evidente che quella terra è piagata da una ferita profonda. Eviterei però il termine “originaria”, perché ci troviamo di fronte a una storia estremamente complessa, nella quale i punti di vista cambiano a seconda di quale passato si assume come riferimento.
In che senso?
Si può ad esempio risalire al piano di partizione dell’Onu del 1947, che stabilì la nascita di due Stati – uno ebraico e uno arabo – la cui applicazione fu seguita dall’immediato attacco dei Paesi arabi (Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq). Ma nemmeno quella può dirsi una data “originaria”. In realtà potremmo tornare ancora indietro, per esempio alla Dichiarazione Balfour del 1917, agli insediamenti ebraici moderni e alla prima legittimazione internazionale del progetto sionista.
Oppure potremmo andare avanti, alle diverse Nakba (le catastrofi subite dai palestinesi), alla guerra dei Sei giorni (1967) o a quella del Kippur (1973).E ogni volta che si fissa un punto di origine, si assume inevitabilmente una posizione ideologica e un’interpretazione storica. Per questo suggerirei maggiore cautela.

In questa storia qual è stato il ruolo della comunità internazionale e dell’Onu in particolare?
Bisogna innanzitutto considerare la struttura dell’Onu. Nasce da un nucleo ristretto di grandi Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale, con l’obiettivo dichiarato di evitare il ripetersi delle catastrofi del passato. Anche a questo fine sono stati ideate le missioni di peace keeping e di peace enforcing. Ora, la struttura dell’Onu è formalmente democratica e assegna a ogni paese un voto, cosicché rispetto alle sue origini, il moltiplicarsi dei nuovi Paesi indipendenti, anche minuscoli, ha dato loro la maggioranza numerica, modificando assetti e orientamenti.
E fin dalla costituzione dello Stato di Israele, gli Stati dei cosiddetti “Sud del mondo” hanno per la gran parte assunto una combattiva posizione filopalestinese, e in questo senso si sono sempre ripetutamente espressi. Ma come nella Fattoria degli animali di George Orwell, tra eguali alcuni sono più eguali degli altri, e cinque potenze (che rappresentano i maggiori poteri di un tempo, ma solo in parte quelli di oggi: Stati Uniti, Unione Sovietica – oggi Russia -, Cina, Gran Bretagna e Francia) non possono decidere per tutti, ma hanno diritto di veto. È la perfetta situazione di stallo che vanifica il sogno delle Nazioni Unite come garanti della pace.
A questo proposito, nel suo libro scrive che conflitti come quello arabo-israeliano non possono essere ricondotti a un ordine giuridico. Questo significa che il diritto internazionale è di fatto inservibile?
Non sarei così tranchant. Ci sono momenti storici in cui prevalgono in modo incontrollabile i rapporti di forza tra le potenze, e altri in cui invece le azioni regolatorie funzionano. Si pensi al Congresso di Vienna, all’inizio dell’Ottocento: le potenze si riunirono e cercarono di costruire un ordine che, per alcuni decenni, riuscì anche a reggere. Così nel Novecento, dopo le due guerre mondiali, a tratti ha funzionato il tentativo di garantire un ordine internazionale, di tutelare la sovranità degli Stati e i diritti fondamentali degli individui, nonché di ribadire le regole che erano già stato teorizzate riguardo alla guerra.
È quello che si chiama ius ad bellum (quando è lecito muovere guerra?) e ius in bello (cosa è lecito e cosa non è lecito fare in guerra?). È poi nata la giustizia penale internazionale. Oggi però tutto questo è fortemente in crisi. Per vari motivi.
Perché quell’ordine internazionale riflette culture e tradizioni giuridiche estranee a molti Paesi del mondo; perché gli organi della giustizia internazionale soffrono le deformazioni cui è soggetta l’Onu; perché è cambiata la guerra stessa, che non è solo scontro tra Stati, ma anche azione dei gruppi terroristici, mentre le guerre sono combattute con metodi non tradizionali, fino al concetto più recente di guerra ibrida.

Non c’è anche il fatto che un ordine giuridico ha bisogno di un potere sovrano che lo faccia applicare in modo coercitivo, cosa che a livello internazionale è sostanzialmente impossibile, o richiederebbe una potenza del tutto egemone, come gli Stati Uniti a metà degli anni Novanta?
Sì, è anche così. L’Onu nasce proprio come tentativo di superare questo limite, sia concettuale sia reale. Il caso della Prima guerra del Golfo è forse l’esempio più evidente di un’Onu che sancisce la violazione del diritto internazionale avvenuta con l’invasione del Kuwait e legittima una missione militare. Ma si tratta di un caso eccezionale, che non si è ripetuto. Quando la Russia ha travolto le frontiere dell’Ucraina, con una azione quasi da manuale dei tempi andati, l’Onu non si è mossa.
Nel suo libro sostiene che la democrazia nel mondo sembra arretrare, dopo una fase di espansione seguita al crollo dell’Unione Sovietica. Oggi vediamo Paesi democratici che sembrano scivolare verso l’autocrazia.
Si pone il problema di che cosa intendiamo per democrazia. Se ci limitiamo all’idea che il potere sia legittimato da un voto universale ed egualitario, allora non si può parlare di regressione. Persino la Corea del Nord si definisce una “Repubblica democratica”. A essere in crisi è semmai la democrazia liberale: quella forma di Stato elaborata tra Sette e Ottocento nello spazio atlantico, fondata sull’idea che il potere debba essere bilanciato da un sistema di pesi e contrappesi e accompagnata dallo Stato di diritto.
È questo che oggi vacilla nelle democrazie populiste, o “illiberali”: i meccanismi di controllo, regolazione e articolazione del potere che stanno alla base dell’aggettivo “liberale”.
Nel libro parla anche di una fortissima reazione di rigetto verso la civiltà occidentale borghese, identificata con colonialismo, razzismo e altre colpe storiche. Da dove nasce una reazione così violenta proprio nei Paesi che sono stati la culla della democrazia liberale?
Anche questo fenomeno ha radici lontane. Prendiamo come riferimento il 1789, con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, seguita dalla Costituzione democratica del 1793, peraltro mai entrata in vigore: già allora qualcuno chiese dove mai fossero l’eguaglianza e la libertà proclamate, se una parte della popolazione non aveva nemmeno di che mangiare. Questo argomento risuona da allora in tutte le diverse ideologie sociali antiborghesi, antindividualistiche e anticapitalistiche.
Nasce da lì, al cuore della nostra cultura un radicato un elemento di condanna e di autocritica che è sempre stato attivo. Più recentemente, con la decolonizzazione e altri movimenti di liberazione, si è aggiunta una ulteriore profonda autocritica, che identifica l’Occidente e tutta la sua storia con il dominio coloniale, maschile, bianco e classista, quasi come un peccato originale indelebile. Gli effetti possono essere paradossali, come quando i movimenti femministi e omosessuali filopalestinesi trascurano i diritti fondamentali e i trattamenti riservati alle donne e agli omosessuali nei Paesi islamici.
Raffaele Romanelli – storico, ha insegnato presso l’Università di Pisa, l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, la Sapienza Università di Roma e la Luiss Guido Carli di Roma. Socio fondatore della Società per lo Studio della Storia Contemporanea (Sissco), ne è stato presidente dal 1999 al 2003. Ha fatto parte della redazione di “Quaderni storici” e ha diretto il Dizionario Biografico degli Italiani dell’Enciclopedia Italiana. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Duplo movimento. Ensaios de História (Livros Horizonte 2008); Importare la democrazia. Sulla costituzione liberale italiana (Rubbettino 2009); Gli imperi nell’età degli stati in Impero, imperi. Una conversazione (a cura di, L’ancora del Mediterraneo 2010); Ottocento. Lezioni di storia contemporanea (Il Mulino 2011); Novecento. Lezioni di storia contemporanea (Il Mulino 2014); Nelle mani del popolo. Le fragili fondamenta della politica moderna (Donzelli 2021). Per Laterza è autore di L’Italia e la sua Costituzione. Una storia (2023) e, appunto, Post-Occidente. Come il 7 ottobre riscrive la nostra storia (2025)
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