11 Aprile 2026
L’eterna ricerca del Santo Graal. Storia di una scoperta impossibile
Non sappiamo nemmeno cosa sia davvero il Graal: un calice o il sangue di Cristo trasmesso ai re merovingi? Di certo, la storia è costellata di uomini che lo hanno cercato, spesso fino all’ossessione.
Santo Graal. Un nome che evoca epiche avventure sulle tracce della reliquia più importante della cristianità: il calice in cui Cristo bevve nell’Ultima Cena. Ovviamente, o forse no. Perché Graal e calice non sono sempre stati considerati lo stesso oggetto: si può parlare, anzi, di tradizioni e leggende originariamente distinte, che solo dopo aver attraversato i secoli finiscono per intersecarsi e poi fondersi, fra storia e letteratura.
I vangeli menzionano tre recipienti: il calice usato per il vino, il piatto dell’agnello pasquale e la bacinella della lavanda dei piedi. Non si hanno notizie della sorte di questi oggetti nei primi secoli della cristianità, ma fra la fine dell’Antichità e l’alba del Medioevo si registra a Gerusalemme, già da tempo meta di pellegrinaggi cristiani, la presenza di alcune reliquie dell’Ultima Cena.
Alcune liste incluse nelle descrizioni della Terra Santa a uso dei pellegrini o nei racconti dei loro viaggi testimoniano, nonostante alcune incertezze e incoerenze nelle descrizioni, una venerazione relativamente precoce e documentata almeno fino all’inizio del secolo IX, quando Gerusalemme è sotto il dominio arabo già da duecento anni.
Fra gli oggetti elencati, viene spesso citato un calice: per alcune fonti dorato, per altre d’argento, per altre ancora di onice, talvolta ricoperto di argento. Sarebbe custodito, insieme ad altre reliquie, in una cappella della basilica del Santo Sepolcro. Dopo la prima crociata, alcuni fra i sacri oggetti custoditi nella basilica riappariranno a Costantinopoli, per poi raggiungere l’Europa occidentale dopo il sacco del 1204. Del calice, però, le fonti ormai da tempo non dicono più nulla.
E veniamo quindi al Graal, o meglio, un graal. Quello ammirato dal protagonista di un romanzo di Chrétien de Troyes, Perceval o Il racconto del Graal, scritto fra il 1180 e il 1191. Perceval, giovane cavaliere gallese di belle speranze, cuore puro e tanto coraggio, varca le soglie di un castello sconosciuto e osserva una misteriosa processione in cui compare un graal, portato da una bellissima dama.
Cos’è questo graal? Qual è la sua forma? Chrétien è avaro di dettagli, scrive solo che è decorato da pietre preziose e splende di una luce soprannaturale. S’intuisce che si tratti di una sorta di vassoio o un piatto, perché più avanti si aggiunge che contiene un’ostia, unico nutrimento di un altrettanto misterioso Re Menomato. Di più non è dato sapere, anche perché il romanzo resta incompiuto.
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Graal diversi
Si è lungamente speculato sulla possibilità che le remote origini di questa storia, e dell’oggetto intorno cui ruota, debbano essere cercate nelle leggende celtiche, in storie di cornucopie o calderoni prodigiosi, senza però poter approdare a conclusioni definitive. Quel che è certo, invece, per rimanere sul dato testuale, è che pur essendoci un legame tra graal ed eucarestia, non vi è nel racconto di Chrétien alcuna associazione con l’Ultima Cena.
Altri poeti si daranno da fare per immaginare un finale degno per il romanzo. Questa storia così avvincente verrà poi raccontata molte altre volte, con toni e sfumature sempre diverse. Iniziano quindi le metamorfosi del graal: vassoio, vaso, persino pietra e, finalmente, calice.
A identificarlo una volta per tutte col calice usato da Gesù Cristo sarà, intorno al 1200, Robert de Boron, un poeta originario della Borgogna, che con ogni probabilità trasse ispirazione anche da trattati liturgici e vangeli apocrifi per dar forma a una sorta di “preistoria” del Santo Graal, che spiegasse come e perché la reliquia fosse arrivata nel castello in cui l’aveva vista per la prima volta Perceval.
Si deve tornare allora indietro nel tempo, ai giorni immediatamente successivi alla crocefissione: il primo custode del Graal è Giuseppe di Arimatea, membro del sinedrio e discepolo di Gesù, citato nei vangeli. In quel calice viene raccolto il sangue di Gesù crocifisso e poi, tempo dopo e in seguito a varie peripezie, la sacra reliquia raggiungerà la Britannia, ma il luogo in cui viene custodita rimarrà a lungo segreto finché un cavaliere degno riuscirà a trovarlo e a diventarne l’ultimo custode. Una profezia che si realizza proprio quando la cavalleria vive la sua stagione più gloriosa, al tempo di re Artù.
Sono storie, queste, che esercitano da sempre un fascino straordinario, che catturano il lettore e lo trascinano quasi all’interno del castello del Graal, per assistere alla processione insieme a Perceval, o forse al suo posto, tanto si è portati a immedesimarsi col protagonista, provando così l’ebrezza di diventare un “cercatore” del Graal…

Ricerche
E in effetti – e qui si lascia la letteratura per tornare alla storia – non sono mancati dal Medioevo a oggi dei novelli Perceval pronti a giurare di aver trovato il “vero” Graal. Un recente libro di Claudio Lagomarsini, professore associato di filologia romanza all’Università degli Studi di Siena e scrittore, mette ordine tra le tante storie dei presunti Graal e, soprattutto, dei loro scopritori: Come scoprire il Graal. Storie di cavalieri, occultisti, cercatori (Einaudi, 2025, pp. 214, euro 22). Sei storie principali – sulle quali se ne innestano molte altre – per sei “Graal” che hanno forme e provenienza assai diverse.
Si inizia con il calice d’argento appartenuto a due antiquari, i fratelli Kouchakji, che sarebbe stato ritrovato ad Antiochia, centro importante per la cristianità delle origini, nel 1910 in circostanze non del tutto chiare. Deve la sua fama a Gustav Augustus Eisen, tuttologo svedese che visse buona parte della vita negli Stati Uniti, che lo datò al I secolo dopo Cristo e riconobbe nelle figure istoriate sul recipiente Cristo e i suoi apostoli. Il passo verso l’identificazione col Graal – inteso come il calice usato da Gesù Cristo – fu breve, e grande scalpore suscitò la sua esposizione a una mostra parigina del 1931. Ora si trova invece al Metropolitan Museum of Art di New York.

C’è poi un “Graal” in Italia, il Sacro Catino di Genova, custodito nella cattedrale di San Lorenzo. Di forma esagonale, fu a lungo ritenuto di smeraldo, per via del colore verde, ma è fatto, in realtà, di pasta vitrea. Bottino della Prima Crociata, giunto in mano genovesi dopo la conquista di Cesarea, già in epoca medievale venne identificato con il recipiente in cui Gesù Cristo consumò l’Ultima Cena e in cui poi fu raccolto il suo sangue.
Anche la terza storia ha un legame con la Liguria. Perché in questo caso il Graal ha la forma di una coppa di vetro blu acquistato da un medico inglese in un mercatino della Riviera. Verrà sepolto a Glastonbury – luogo legato alle figure di Giuseppe di Arimatea e di re Artù – seguendo le istruzioni fornite da una “voce disincarnata”, e sarà trovato in seguito da un commerciante, pure guidato da voci misteriose e aiutato da giovani chiaroveggenti.
Sullo sfondo, un’Inghilterra in cui l’occultismo e lo spiritismo prendono sempre più piede e si diffondono le dottrine metapsichiche: un clima che contribuisce a rendere credibile la vicenda dei “visionari di Glastonbury”.
In Spagna, poi, c’è un calice che è stato usato per una celebrazione eucaristica da ben due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: è il Santo Cáliz di Valencia, la cui storia è documentata a partire almeno dal XII secolo e che potrebbe però risalire a un’epoca ben più antica. Non si tratta dell’unico presunto “Graal” spagnolo.
A León c’è il calice di Urraca, figlia di Ferdinando I di Castiglia e Sancha I di León. Non era mai stato considerato un’antica reliquia fino a un recente colpo di scena: una ventina di anni fa sono stati ritrovati alcuni documenti arabi che testimonierebbero come nel Medioevo – nell’undicesimo secolo, per essere più precisi – venisse identificato da alcuni con il calice usato da Cristo nell’Ultima Cena e venisse per questo venerato dai cristiani.

Chiudono la ricca rassegna le vicende dei nazisti che, quasi come in un celebre film della saga di Indiana Jones, si mettono alla ricerca del Graal seguendo il Parzival di Wolfram von Eschenbach e le elucubrazioni di Otto Rhan, e infine la vicenda di Rennes-le-Château e delle improvvise fortune del parroco François Bérenger Saunière, che per la fervida immaginazione di alcuni sarebbero legate a una scoperta sensazionale: che il Santo Graal, cioè, non sarebbe un oggetto ma il “sangue reale”, la discendenza di Cristo all’origine della dinastia regale dei Merovingi. Se vi ricorda la trama di un discusso best-seller, siete sulla strada giusta.

La scoperta
Nel mezzo di questi capitoli densi di avventura e anche, appunto, di tante teorie a dir poco fantasiose, due intermezzi: quello storico, che esamina le testimonianze sulle reliquie dell’Ultima Cena e della Passione, e quello letterario, che illustra origine e sviluppo della leggenda del Graal nei romanzi cavallereschi. Due pilastri fondamentali che reggono l’edificio di questo articolato racconto delle “scoperte” del Graal e consentono al lettore, tenuto per mano dall’autore, di orientarsi fra le tante storie e anche di affinare il suo spirito critico.
Perché fra gli ingredienti che fanno apprezzare questo saggio – erudito e avvincente allo stesso tempo – non c’è solo la scrittura piacevole e una serie di vicende decisamente curiose. Tutte le storie dei presunti “Graal” e dei loro scopritori, infatti, vengono sottoposte a un rigoroso e capillare vaglio critico, che mette in luce, caso per caso, le incongruenze dei resoconti: datazioni sbagliate, circostanze di ritrovamento incerte, difficoltà oggettive nel ricostruire la storia delle presunte reliquie nei secoli. In tempi in cui la divulgazione storica rischia talvolta di appiattirsi su un livello esclusivamente narrativo, una bella lezione di metodo.
E del resto, scorrendo le pagine del saggio di Lagomarsini, si ha spesso la sensazione che tutti coloro che finiscono per trovare il Graal sappiano già in cosa stanno per imbattersi: il Graal non “si cerca”, ma “si scopre”, perché, in qualche modo e per qualche motivo, ci si sente chiamati a un simile destino. Ed è forse questo ciò che accomuna davvero i cercatori di ieri e di oggi: la sensazione di sentirsi degli “eletti” e la frenesia della scoperta. Al lettore non resta quindi che immergersi in questi sei capitoli per conoscere cosa ciascuno di loro ha contemplato all’interno di quel “sofisticato dispositivo in cui si specchiano un tempo e un’intera civiltà” che è il Graal.
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