Approfondimenti · 23 Ottobre 2026

Il 1956 e le contraddizioni del comunismo italiano

Settant’anni dopo la rivolta ungherese, la storia del Pci rivela una realtà più complessa delle tradizionali divisioni tra dissidenti e fedeli a Mosca. Una crisi che investì intellettuali, militanti e dirigenti, aprendo anche nuove strade al comunismo italiano

di Gregorio Sorgonà

Nel 1956, la denuncia dei crimini di Stalin al XX congresso del Partito comunista sovietico e la repressione della rivolta ungherese aprirono una crisi profonda nel comunismo internazionale e italiano. Sono passati settant’anni e l’anniversario è oggi quasi scomparso dalla memoria pubblica del nostro Paese, anche se il tema è costantemente dibattuto a livello storiografico.

La ricorrenza può dunque diventare anche l’occasione per riflettere su come si sia modificato il nostro rapporto con la storia del Novecento. E come una ricorrenza, così carica di significato, abbia modificato il suo peso nel corso del tempo.

Registrati al Circolo della Storia e non perderti più alcun contenuto!

Hai già letto almeno un articolo: registrati gratuitamente al Circolo della Storia per continuare a leggere i contenuti di approfondimento dedicati agli iscritti.

Il trentesimo anniversario

Nel 1986, il trentesimo anniversario della repressione della rivolta ungherese convogliò su di sé le tensioni tra socialisti e comunisti italiani, accumulatesi negli anni delle segreterie di Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer. Al centro dello scontro c’era l’accusa, rivolta dai primi ai secondi, di essere portatori di una cultura politica inconciliabile con la democrazia.

Ma il trentesimo anniversario portava alla luce anche le tensioni che attraversavano al proprio interno il comunismo italiano, sospeso tra spinte al rinnovamento e segnali di crisi. Possiamo trovarne una traccia nella corrispondenza privata dello storico comunista Paolo Spriano con Norberto Bobbio. Bobbio aveva più volte espresso dubbi sulla cultura democratica del comunismo italiano. Nel luglio 1964, in una lettera allo stesso Spriano, era arrivato a definire il Pci «il più grande e il più inutile partito comunista del mondo».

In una lettera dell’8 ottobre 1986, in vista dell’anniversario, Bobbio considerava però gli scontri tra Pci e Psi semplici «polemiche di partito», dalle quali bisognava «uscire fuori», perché gli sembravano soltanto «rimasticature sui fatti d’Ungheria».

Di tutt’altro tono era la risposta di Spriano, datata 2 novembre. Lo storico raccontava il proprio tormento di fronte a un mondo politico nel quale non riusciva più a riconoscersi. Il suo giudizio sull’Unione Sovietica di Stalin era durissimo: parlava di «un processo di degenerazione […] con orrori che sono non meno spaventosi di quelli di cui si è macchiato Hitler, sul piano morale», giunto a conseguenze così gravi da fargli dubitare che quello Stato e quella società potessero ancora essere riformati, «nonostante la buona volontà di Gorbaciov e dei suoi».

Il cinquantesimo anniversario

Vent’anni dopo, nel 2006, in occasione del cinquantesimo anniversario del 1956, Giorgio Napolitano scelse di rendere omaggio ad Antonio Giolitti prima di prestare giuramento come presidente della Repubblica.

Non si trattava di un tardivo gesto di riconciliazione, perché i rapporti personali e politici tra i due erano stati ricostruiti già da tempo. Ma quella scelta aveva un forte valore simbolico. Cinquant’anni prima, nel dicembre 1956, i due si erano infatti scontrati duramente all’VIII congresso del Pci.

Giolitti aveva condannato la repressione sovietica della rivolta ungherese, sostenendo che non fosse possibile costruire il socialismo senza libertà e democrazia. Napolitano, al contrario, aveva difeso l’intervento dell’Urss, schierandosi con la linea ufficiale del partito e attaccando la posizione di Giolitti. Lo aveva fatto con un eccesso di «zelo conformistico», come avrebbe ammesso lui stesso nella sua autobiografia.

Anche nell’Italia del 2006, del resto, il dibattito politico risentiva ancora dell’eredità della guerra fredda. L’anticomunismo continuava ad avere un ruolo importante, anche se diverso rispetto al passato: non serviva più a stabilire quali forze politiche potessero legittimamente partecipare al governo, ma era diventato uno degli strumenti principali della comunicazione politica di Silvio Berlusconi contro i partiti di sinistra.

La memoria europea

Se oggi il ricordo del 1956 in Italia non suscita più le forti contrapposizioni del passato, e viene meno utilizzato come strumento di polemica politica, ciò dipende probabilmente dal cambiamento del contesto nazionale.

L’anticomunismo, a lungo impiegato per mettere in discussione la legittimità democratica dei partiti della sinistra, ha perso buona parte della sua centralità nel dibattito pubblico. Ma per comprendere questa trasformazione non basta guardare all’Italia.

La repressione sovietica della rivolta ungherese del 1956 è diventata infatti una delle date simbolo della memoria europea, legata alla lotta per la libertà contro i regimi comunisti dell’Europa orientale. Il fatto che oggi sembri aver perso parte della sua rilevanza pubblica solleva dunque interrogativi più ampi su come si sia trasformata la memoria condivisa del continente.

Dopo il crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, tra il 1989 e il 1991, si era affermata una lettura della storia che celebrava la vittoria dell’Occidente e del suo modello politico. Era una narrazione trionfalistica, che tendeva a interpretare la guerra fredda come uno scontro tra due mondi nettamente contrapposti: da una parte l’Ovest democratico, dall’altra l’Est autoritario.

Questa rappresentazione poteva apparire plausibile nel contesto europeo, a patto però di ignorare la presenza, nello stesso blocco occidentale, delle dittature mediterranee filoatlantiche, come il Portogallo di Salazar e la Grecia dei colonnelli.

A rappresentare il volto autoritario del blocco orientale erano invece alcuni episodi divenuti simboli della repressione comunista: la presa del potere da parte dei comunisti a Praga nel 1948, appunto la repressione della rivolta ungherese a Budapest nel 1956, l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e l’imposizione della legge marziale in Polonia nel 1981. A questi si aggiungeva la crisi di Berlino del 1948, uno dei primi grandi momenti di contrapposizione tra i due blocchi.

Si trattava però di una memoria costruita soprattutto attorno all’esperienza europea, difficilmente applicabile al resto del mondo. Fuori dall’Europa, infatti, la guerra fredda non può essere raccontata semplicemente come uno scontro tra democrazie occidentali e regimi autoritari comunisti. Le potenze occidentali sostennero anche governi autoritari, mentre i conflitti tra i due blocchi si intrecciarono spesso con le lotte per l’indipendenza e la fine del colonialismo.

Basti pensare all’altro grande evento internazionale del 1956: la crisi del Canale di Suez. In quell’occasione furono Francia e Regno Unito, due democrazie occidentali, a intervenire militarmente contro l’Egitto di Nasser, insieme a Israele, dopo la nazionalizzazione del canale. Gli Stati Uniti si opposero all’operazione, mentre l’Unione Sovietica sostenne l’Egitto. Una vicenda che mostra quanto la realtà della guerra fredda fosse più complessa della semplice contrapposizione tra un Occidente democratico e un Oriente autoritario.

Italo Calvino intervistato da Luigi Silori alla Rai nel 1958, l’anno successivo alla sua uscita dal Pci

Restare o andarsene?

Se oggi il 1956 ha perso parte della sua importanza nella memoria pubblica, come possiamo rileggere quell’anno decisivo per la storia dei comunisti italiani? Si possono individuare tre prospettive.

La prima riguarda il modo in cui gli intellettuali comunisti vissero il 1956 e le diverse forme del loro dissenso. Si potrebbe raccontare la loro esperienza come una scelta tra due strade: accettare la linea del partito, nonostante il sostegno alla repressione sovietica in Ungheria, oppure rifiutarla e prendere le distanze dal Pci. Ma la realtà fu assai più complessa.

Lo dimostra la fitta e tormentata corrispondenza tra Italo Calvino e Spriano negli anni 1956-1958. Calvino, che aveva deciso di lasciare il Pci, sapeva quanto fosse «difficile fare il comunista stando da solo», pur continuando a sentirsi «un comunista» (1° agosto 1957). Voleva continuare a «parlare ai comunisti e agli operai», ma non poteva farlo «da tribune che non [voleva] accreditare» (10 agosto 1957). Lasciare il partito, insomma, non significava per lui rinunciare ai propri ideali politici.

Spriano, al contrario, condannava la scelta dell’amico. Eppure anche lui era profondamente insofferente verso gli atteggiamenti di Palmiro Togliatti. Nel settembre 1957, alla Festa dell’Unità di Modena, il segretario del Pci aveva indirettamente accusato Calvino di essere diventato un disertore apprezzato dalla stampa borghese.

Spriano commentò così l’episodio: «la cosa è tanto meschina che te la racconto per tua scienza ma non credo valga la pena di rilevarla. Del resto, tutto il discorso di p.t. è stato spaventoso; il buio più completo, più uggioso, più senile» (17 settembre 1957).

Nonostante queste critiche, Spriano scelse di rimanere nel Pci. Non per comodità – essere un intellettuale comunista nell’Italia degli anni Cinquanta non era una scelta facile – ma anche perché il 1956 non fu per il partito soltanto un momento di chiusura e difesa delle proprie posizioni. Anche in questo caso, la contrapposizione tra fedeltà e dissenso non basta a spiegare ciò che accadde.

L’VIII congresso del Pci avviò infatti un profondo ricambio generazionale nei suoi organismi dirigenti. Cominciarono a cambiare anche i temi del dibattito interno. I comunisti iniziarono, per esempio, a guardare al capitalismo italiano non più soltanto come a un sistema segnato da un’arretratezza economica storica, ma come a una realtà in trasformazione, da comprendere nelle sue nuove caratteristiche.

Gli effetti di questo rinnovamento sarebbero emersi negli anni del centrosinistra, quando il rapporto del Pci con i governi «riformatori» fu più articolato di una semplice opposizione di principio.

Intellettuali e militanti

La seconda prospettiva, ancora poco esplorata dagli storici, riguarda le conseguenze che la fedeltà del Pci all’Unione Sovietica ebbe sui suoi militanti. Per comprenderle, occorre allargare lo sguardo oltre il mondo degli intellettuali.

Concentrarsi soltanto sul loro dissenso rischia infatti di trasmettere un’immagine troppo semplice: da una parte gli intellettuali, tormentati dai dubbi, dall’altra gli operai, fedeli al partito e alle sue scelte.

La realtà fu più complessa. Dopo il 1956, il calo degli iscritti al Pci fu particolarmente marcato nelle regioni industrializzate, dove gli operai rappresentavano una parte importante della base del partito.

È un dato che meriterebbe di essere approfondito, anche per comprenderne le cause, e che raramente viene accostato a un altro elemento significativo: il più importante oppositore delle scelte di Togliatti sull’Ungheria non proveniva dal mondo degli intellettuali, ma da quello dei lavoratori. Era Giuseppe Di Vittorio, il leader della Cgil.

Durante una riunione della direzione del Pci, il 30 ottobre 1956, Di Vittorio chiese di «modificare radicalmente i metodi di direzione nei paesi di democrazia popolare», cioè negli Stati comunisti dell’Europa orientale. Concluse il suo intervento affermando che «democratizzare profondamente [era] una condizione di salvezza del sistema socialista».

Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della Cgil, durante un comizio in piazza delle Erbe a Mantova, il 9 giugno 1957

Separarsi da Mosca?

La terza prospettiva riguarda i rapporti del Pci con l’Unione Sovietica e con il resto del mondo. Anche su questo terreno, gli studi storici hanno superato le interpretazioni più schematiche: sia quelle che presentavano il comunismo italiano come un’esperienza del tutto particolare e autonoma, sia quelle che lo descrivevano come completamente dipendente da Mosca. La realtà, anche in questo caso, fu più complessa.

Dopo il 1956, il rapporto con i sovietici divenne una fonte continua di tensioni tra Togliatti e la nuova generazione di dirigenti che lui stesso aveva contribuito a promuovere. Questi ultimi gli rimproveravano di aver abbandonato la proposta del policentrismo, cioè l’idea che il movimento comunista internazionale potesse avere più centri di riferimento, senza essere necessariamente guidato da Mosca.

Lo accusavano, inoltre, di accettare troppo passivamente le posizioni sovietiche. Per questi dirigenti, dunque, il legame con il comunismo internazionale non rappresentava più soltanto un elemento fondamentale della propria identità politica, ma anche un limite alla libertà di azione del partito.

Le tensioni emersero più volte negli anni Sessanta: dopo il XXII congresso del Partito comunista sovietico, durante lo scontro tra Urss e Cina, in occasione della destituzione di Chruščëv e, infine, nel 1968, quando il Pci condannò l’intervento sovietico in Cecoslovacchia. I comunisti italiani cercavano di conciliare la fedeltà all’Unione Sovietica con una maggiore autonomia nei rapporti internazionali. Mosca, invece, vedeva in queste aspirazioni una possibile minaccia al proprio ruolo di guida del movimento comunista.

Il 1956 segnò perciò una svolta anche nel rapporto tra il Pci e il resto del mondo. A partire dall’anno successivo, il partito cominciò a guardare con maggiore attenzione oltre i confini europei, cercando nuovi interlocutori e punti di riferimento politici e culturali. Era un tentativo di ripensare il proprio ruolo internazionale, mentre il mondo sovietico perdeva progressivamente la capacità di orientarne le scelte.

© Riproduzione riservata

Avatar
Gregorio Sorgonà

Docente di storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Palermo,  autore di numerosi saggi e pubblicazioni sulla storia del comunismo. Nel 2025 ha pubblicato una biografia di Giorgio Napolitano per Carocci-Salerno Editrice e ha introdotto e curato le corrispondenze di Paolo Spriano per Viella.

Scopri tutti gli articoli