Rassegna Stampa · 29 Aprile 2026
A patti con il nemico
da "Il necessario rispetto del nemico sconfitto" di Paolo Mieli, dal Corriere della Sera, 28 aprile 2026
Dalla guerra antica alla contemporaneità segnata dalla “guerra ibrida”, la storia dei trattati di pace mostra una costante: senza rispetto per il nemico sconfitto, la pace rischia di diventare solo una tregua destinata a fallire. Ne scrive Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 28 aprile, in merito al nuovo libro di Gastone Breccia A patti con il nemico. Storia del mondo in 30 trattati di pace (Marsilio).
Iniziare una guerra è questione di un attimo. Molto più complesso è costruire la pace, che richiede fiducia reciproca, valori condivisi, garanzie concrete e talvolta rinunciare ai vantaggi più evidenti della vittoria, per rendere possibile una convivenza futura con il nemico sconfitto.
Lo scenario è oggi ancora più complesso: la diffusione della cosiddetta “guerra ibrida” (ovvero, un conflitto non dichiarato, combattuto con strumenti militari, cibernetici e informativi) rende sempre più difficile arrivare a veri accordi di pace. «Senza una vera guerra di tipo tradizionale non può esserci una trattativa», scrive Breccia. In questo contesto, le democrazie risultano svantaggiate rispetto alle autocrazie, perché vincolate da regole e controlli che limitano la possibilità di reagire con gli stessi metodi dell’avversario.
Ma la difficoltà di costruire una pace stabile non è una novità. La storia è costellata di trattati che, più che chiudere i conflitti, li hanno preparati. Montesquieu già nel Settecento osservava come raramente i vincitori sappiano evitare di approfittare della propria superiorità, trasformando la pace in uno strumento di dominio.
L’esempio classico è quello delle guerre tra Roma e Cartagine. Dopo la Prima guerra punica, le condizioni imposte dai Romani furono «concepite per mettere in ginocchio l’avversaria sconfitta», preparando di fatto il terreno a nuovi conflitti. Diverso fu invece l’atteggiamento di Scipione dopo la vittoria su Annibale: una pace più moderata, che lo stesso Annibale giudicò ragionevole. Ma quella stabilità fu di breve durata: «tradita nel giro di alcune decine di anni dalla rapacità dei vincitori».
La lezione è chiara: anche quando emergono figure capaci di costruire una pace equilibrata, il sistema politico tende a riportare la logica del dominio. Non a caso, secondo Montesquieu, i trattati romani erano spesso «mere sospensioni della guerra».
Lo stesso schema si ripete nei secoli successivi. Dalla politica di Carlo V alla pace di Augusta, fino alla pace di Vestfalia, i trattati funzionano più come pause che come soluzioni definitive. Anche quando producono lunghi periodi di stabilità, come i 63 anni successivi al 1555, restano fragili e reversibili.
Il problema si ripresenta in forme nuove anche nell’età contemporanea. Sempre più spesso, come scrive Breccia, si è costretti a negoziare con attori considerati illegittimi o “fuorilegge”. È il momento in cui «i criminali di ieri diventano i governanti di domani» e in cui diventa inevitabile «stringere la mano al diavolo». Ma, proprio per questo, gli accordi risultano spesso intrinsecamente instabili.
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